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 2004  gennaio 27 Martedì calendario

Il primo documento dell’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto è una tavolozza votiva databile alla fine del IV millennio a

Il primo documento dell’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto è una tavolozza votiva databile alla fine del IV millennio a. C.: su un lato è raffigurato un re con la corona bianca dell’Alto Egitto nell’atto di abbattere un uomo del Delta, mentre sull’altro lo stesso re porta la corona rossa del Basso Egitto e celebra la propria vittoria. Quel re si chiamava Narmer e per gli storici rappresenta poco più di un nome, ma la sua tavolozza lo rappresenta a buon diritto come il primo faraone della storia, anche se gli stessi egiziani, probabilmente, ne persero memoria: tutte le fonti, infatti, concordano nell’attribuire la fondazione della I dinastia a Menes, la cui identificazione non è ancora sicura. Il mistero del primo Il fatto che la situazione politica fosse allora fluida e il protocollo reale in via di formazione, potrebbe spiegare questo paradosso: nomi diversi potrebbero celare parti diverse della titolatura dello stesso re. Che Menes sia, secondo alcuni, una figura leggendaria (in egiziano men significa «qualcuno»), oppure sia identificabile con Narmer stesso, o ancora, come pare oggi più probabile, con Aha, suo successore e forse suo figlio, è un dibattito che non toglie a Narmer (che i più collocano oggi nella dinastia 0) il primato di rivestire il ruolo di re su un Egitto ormai unificato, anche se forse non del tutto stabilmente, e a inaugurare l’iconografia che nei secoli a venire identificherà il «Signore delle due Terre». Un potere che viene da dio Per più di 3.000 anni la figura del faraone è stata l’asse portante della civiltà egiziana. Anche i conquistatori stranieri, che più volte nel corso della storia subentrarono ai dinasti autoctoni, sfruttarono la forza dell’istituzione faraonica: gli ultimi faraoni furono i greci e i romani. Nel pensiero egiziano l’origine della regalità risaliva al tempo mitico. Il demiurgo, regnando sulla sua creazione, creò la monarchia, lasciandola poi in eredità ai faraoni storici, che ricevettero così in dono la terra d’Egitto: da qui il mito dell’incarnazione e della filiazione divina del re. Il fulcro del dogma regale era proprio questo: uomo fra gli altri, il re, salendo al trono, diveniva titolare di una carica divina, la cui funzione fondamentale era quella di assicurare l’ordine cosmico, Maat in egiziano, imposto dal demiurgo all’origine dei tempi. A questo principio base si riconducevano tutte le sue prerogative. Egli era l’unico legittimo intermediario fra gli dei e gli uomini, quindi l’unico agente del culto, indispensabile per il corretto andamento del mondo: era lui che compariva come officiante di fronte agli dei sulle pareti dei templi di tutto l’Egitto, anche se in pratica tale funzione veniva esercitata, su delega regia, dai sacerdoti. Da lui emanava tutto il potere legislativo ed esecutivo: i numerosissimi funzionari, che facevano dell’Egitto uno stato altamente burocratico, agivano per sua nomina e in sua vece. Egli doveva proteggere i confini dell’Egitto dagli stranieri, portatori del caos che insidiava Maat, perciò era il supremo capo dell’esercito. Ma, pur sempre un uomo, il re poteva non essere all’altezza del suo compito: in questo caso si poteva togliere fiducia all’uomo, ma mai veniva messa in discussione la sua carica. Tutte le sue funzioni dovevano garantire la sola condizione che assicurasse l’esistenza dello stato, cioè l’unione delle Due Terre, le due realtà geografiche, l’Alto ed il Basso Egitto, in cui gli egiziani percepivano diviso il loro territorio: un dualismo, questo, che ha prodotto tutta una doppia simbologia, dalle corone e dagli stemmi araldici alle divinità tutelari, una per ciascuna delle due metà del paese. Tale complesso di idee ha conosciuto un lungo periodo di evoluzione, parallelo al processo di formazione dello stato, che si perde nella preistoria, anche se a noi giunge perfettamente codificato con le prime testimonianze dirette che l’Egitto ha conservato.