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 2004  gennaio 27 Martedì calendario

Per quale ragione la musica, per definizione suono melodioso e gradevole, per alcuni non è nient’altro che rumore? Isabelle Peretz, neuropsicologa all’Università di Montreal, ha pubblicato su ”Brain” uno studio che individua con precisione la ragione di questo fenomeno, noto come amusia o, più comunemente, come sordità tonale

Per quale ragione la musica, per definizione suono melodioso e gradevole, per alcuni non è nient’altro che rumore? Isabelle Peretz, neuropsicologa all’Università di Montreal, ha pubblicato su ”Brain” uno studio che individua con precisione la ragione di questo fenomeno, noto come amusia o, più comunemente, come sordità tonale. «Accanto alla classica amusia, provocata da danni cerebrali in età adulta» spiega il professor Sandro Sorbi del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Firenze, «vi è l’amusia congenita, un disturbo dell’apprendimento dovuto alla combinazione di fattori genetici e ambientali. E proprio su quest’ultima la Peretz e il suo team hanno concentrato la loro attenzione». Questa condizione, conosciuta da più di cent’anni e studiata per la prima volta da Grant-Allen nel 1878, dipende dall’incapacità di alcuni soggetti di interpretare piccoli cambiamenti nell’intonazione dei suoni. La ricercatrice canadese è arrivata a questa conclusione dopo aver condotto test su undici volontari insensibili alla musica. Questi soggetti sono stati selezionati con un metodo estremamente rigoroso: tutti e undici ci sentivano bene, avevano una buona cultura, non presentavano difficoltà linguistiche e, soprattutto, conoscevano l’abbiccì della musica sin da bambini. Con questi requisiti e, solo dopo aver superato dei test psicologici, sono stati ammessi alla ricerca. I risultati ottenuti sono stati molto interessanti: se da un lato i volontari non hanno avuto difficoltà a riconoscere poesie o a comprendere linguaggi o suoni non musicali, come per esempio i richiami degli animali, dall’altro non sono stati in grado di apprezzare la differenza tra un’esecuzione corretta e una stonata di canzoni molto conosciute. Un do o un la, insomma, erano per loro la stessa cosa. In modo sorprendente, però, sono riusciti a cogliere senza difficoltà le variazioni di tono nei discorsi. Per uno strano meccanismo, questi soggetti notavano la differenza tra un’affermazione e una domanda dall’intonazione di voce di chi parlava, ma non identificavano errori anche grossolani in una melodia. ANALOGA ALLA DISLESSIA L’amusia potrebbe essere un disturbo genetico, analogo alla dislessia, causato da lievi imperfezioni nella corteccia cerebrale. Anche se è molto diffusa la convinzione che la percezione della musica dipende dall’emisfero cerebrale destro, nuove ricerche ed esami su alcuni pazienti con lesioni cerebrali hanno messo in luce il coinvolgimento di entrambi gli emisferi. In particolare, se l’emisfero destro è olistico, cioè apprezza globalmente gli stimoli, l’analisi dettagliata avviene nella parte sinistra del cervello. «I rapporti tra le aree cerebrali sono più complessi di ogni possibile schematizzazione» dice Sorbi «e le competenze musicali e linguistiche presentano numerosi punti di contatto. L’amusia indica senza ombra di dubbio che il nostro cervello è già predisposto alla musica con strutture e circuiti dedicati. La musica, dunque, non è solo un fatto culturale, ma anche genetico-costituzionale». La Peretz ipotizza anche che l’amusia congenita sia meno rara di quanto si creda, poiché chi ne è affetto raramente lo ammette. La musica è emozione, e dichiarare di non apprezzarla è un po’ come ammettere di essere insensibili. Per contrastare questo pregiudizio è utile continuare gli studi e comprendere più a fondo i meccanismi di questa sorta di sordità mentale.