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 2004  gennaio 27 Martedì calendario

Einstein lo sentiva. quello che attrae la gente nelle chiese, alla preghiera, alla meditazione, che richiama la loro attenzione sulle danze sacre e su altri rituali

Einstein lo sentiva. quello che attrae la gente nelle chiese, alla preghiera, alla meditazione, che richiama la loro attenzione sulle danze sacre e su altri rituali. C’è qualche possibilità che anche voi abbiate provato qualcosa del genere: in vetta alle montagne, sulla riva del mare, o forse ascoltando un brano musicale particolarmente vicino al vostro cuore. Di fatto, più della metà delle persone riferiscono di aver avuto una qualche sorta di esperienza mistica o religiosa. Per alcuni l’esperienza è stata così intensa da cambiare la loro vita per sempre. Ma che cos’è? La presenza di Dio? Il barlume di un livello superiore dell’esistenza? Oppure è soltanto l’equivalente mistico del déjà vu, cioè di quello scherzetto che il cervello gioca talvolta al nostro io cosciente? Naturalmente a un certo livello tutti i nostri pensieri e sensazioni, per quanto siano insoliti, devono coinvolgere il cervello. In effetti gli esperimenti sul cervello hanno indotto i neurobiologi a ipotizzare che la capacità di esperienze religiose sia in qualche modo iscritta nei nostri circuiti cerebrali. Se è così, però, come si spiega che le esperienze religiose delle persone differiscano tanto profondamente, e che commuovano così profondamente alcuni, lasciando freddi e indifferenti altri? Andrew Newberg, uno studioso di neuroscienze all’Università della Pennsylvania a Filadelfia, è affascinato dagli aspetti neurobiologici della religione e se ne sta occupando da oltre un decennio. Riconosce che si tratta di un ruolo scomodo per uno scienziato. «Temo sempre che la gente dica che sono una persona religiosa che sta cercando di dimostrare l’esistenza di Dio, oppure che sono un cinico che sta cercando di provare che Dio non esiste», ammette. «Eppure stiamo cercando di affrontare il problema senza pregiudizi». Recentemente ha pubblicato un libro in cui espone quella che è a tutt’oggi la più completa teoria sul formarsi dell’esperienza mistica o religiosa nel cervello. OTTO BUDDISTI TIBETANI Insieme allo scomparso Eugene d’Aquili, un collega d’università, Newberg era impaziente di studiare le sensazioni che costituiscono la prerogativa unica e inconfondibile dell’esperienza religiosa, ma vengono condivise da persone di tutte le fedi. Una di queste è il sentimento di unione con l’Universo che affascinava Einstein. L’altra è il senso di timore reverenziale che accompagna tali rivelazioni e le fa risaltare come qualcosa di più importante, di più carico di implicazioni e in certo qual modo di più reale delle nostre esistenze quotidiane. Tuttavia Newberg si rendeva conto che rivelazioni tanto occasionali ed evanescenti sarebbero state quasi impossibili da studiare in laboratorio. Ciò significava che si sarebbero dovute ignorare le esperienze eccezionali, quelle che colpiscono in maniera del tutto inaspettata, concentrandosi invece sulla meditazione e sulla preghiera: molto più tranquille, ma almeno riproducibili. Tramite un collega che praticava il buddismo tibetano, Newberg e d’Aquili riuscirono a radunare otto esperti di meditazione disposti a sottoporsi a un esame della funzionalità cerebrale. I volontari fecero visita al laboratorio uno per volta: a ciascuno, il tecnico inserì un ago per fleboclisi in un braccio. Poi il volontario iniziava a meditare secondo la sua tecnica normale, concentrandosi attentamente su una sola immagine, che di solito rappresentava un simbolo religioso. Lo scopo era di sentire che il senso del sé ordinario e quotidiano si stava dissolvendo, in modo da poter diventare una sola cosa con l’immagine. « come se svanissero dei confini», spiega Michael Baime, uno dei meditatori, che ha partecipato alla ricerca anche in veste di scienziato. «Come se il film della tua vita si rompesse e potessi vedere la luce che consentiva la proiezione del film». Nella stanza vicina, Newberg e d’Aquili aspettavano senza farsi notare. Quando il soggetto impegnato nella meditazione sentiva che il senso di unione si stava sviluppando, di solito in capo a un’ora, dava uno strattone a un cordino. In questo modo faceva sapere agli scienziati che era arrivato il momento di iniettare un tracciante radioattivo per mezzo della fleboclisi che il soggetto portava infilata nel braccio. Nel giro di pochi minuti, il tracciante si accumulava proprio in quelle regioni del cervello dove affluiva maggiormente il sangue, e quindi dove vi era una più intensa attività cerebrale. Successivamente un apparecchio simile a quelli per la TAC misurava la distribuzione del tracciante in modo da produrre un’istantanea dell’attività del cervello al momento dell’iniezione. Questa tecnica, detta tomografia computerizzata a emissione di singolo fotone (SPECT, Single Photon Emission Computed Tomography), consente al soggetto di meditare nella relativa tranquillità di un laboratorio anziché doversene rimanere claustrofobicamente rinchiuso nell’angusto vano di uno scanner ronzante. Una volta completati questi test, Newberg e d’Aquili confrontarono l’attività dei cervelli dei soggetti durante la meditazione con altre immagini che erano state riprese in precedenza sugli stessi soggetti a riposo. Non sorprenderà, forse, che i ricercatori abbiano riscontrato un’intensa attività in parti del cervello che regolano l’attenzione, indizio questo della profonda concentrazione del soggetto. Eppure si è scoperto anche qualcos’altro. Durante la meditazione una parte del lobo parietale, verso la sommità e il retro del cervello, appariva molto meno attiva rispetto a com’era quando i volontari se ne stavano tranquillamente seduti. Con un brivido di eccitazione, Newberg e d’Aquili si sono resi conto che quella è proprio la regione del cervello in cui ha origine la distinzione tra il sé e l’altro. IL CONFINE DEL Sé SI DISSOLVE In termini generali, nell’emisfero sinistro questa regione elabora il senso che l’individuo ha della sua immagine corporea, mentre la regione corrispondente nell’emisfero destro tratta il contesto in cui ci si trova: lo spazio e il tempo in cui si trova il sé. Forse, hanno pensato i due ricercatori, ogni volta che i soggetti in meditazione sviluppavano un sentimento di unione, riuscivano a poco a poco a isolare queste regione dai consueti segnali di tatto e di posizione che contribuiscono a creare l’immagine del corpo. «Quando si osservano delle persone immerse in meditazione, si nota che effettivamente riescono a liberarsi dalle sensazioni del mondo esterno. Stimoli visivi e sonori non li disturbano più. Questo potrebbe essere il motivo per cui il lobo parietale non riceve più stimoli in entrata», osserva Newberg. Private del loro consueto materiale grezzo, queste regioni non funzionano più normalmente, e la persona sente che il confine tra sé e gli altri comincia a dissolversi. A mano a mano che scompare anche il contesto spaziale e temporale, il soggetto percepisce una sensazione di spazio infinito e di eternità. E allora dove ci porta tutto questo? Quale ne sia il motivo, naturale o soprannaturale, i nostri cervelli, grandi e potenti, consentono una sorta di esperienza unica e inusitata, che noi chiamiamo religione. Ma è difficile sostenere molto più di questo. «In un certo senso la biologia, evolvendosi, ha scoperto qualcosa di completamente nuovo sull’Universo», osserva Charles Harper, che dirige la Templeton Foundation, un’istituzione privata che indaga l’interazione tra religione e scienza. «Quasi tutte le culture hanno questo senso religioso», dice. « pensabile che questo ci offra qualche spiraglio di comprensione su una sia pur piccolissima frazione dell’Universo? Ecco, questo è un interrogativo inquietante». Bob Holmes © New Scientist traduzione Piero Budinich