Massimo Parrini, Macchina del Tempo, settembre 2002, (n.9), 27 gennaio 2004
Dhobighat, la lavanderia municipale di Bombay, è un gigantesco lavatoio dove lavorano 5.000 persone tra odore d’acqua stagna e di saponi, schiuma, melma, schizzi di fanghiglia
Dhobighat, la lavanderia municipale di Bombay, è un gigantesco lavatoio dove lavorano 5.000 persone tra odore d’acqua stagna e di saponi, schiuma, melma, schizzi di fanghiglia. Ogni mattina ci sono tonnellate di panni che vengono ritirati, lavati, asciugati e consegnati dai Dhobiwallah, i lavandai di Bombay. Il servizio di stiratura non è compreso perché gli indiani lo pretendono di qualità. La centrifuga è a mano, con un vortice di colpi di pietra, potenti e veloci, che però lasciano su tutti i panni un caratteristico colore grigio. Il servizio completo costa tre rupie, 150 lire. L’acqua, che arriva da un fiume, fino a pochi anni fa non veniva cambiata finché era impossibile farne a meno, adesso una legge municipale impone il rinnovo almeno una volta al giorno. A fine giornata le vasche si svuotano dei panni e si riempiono dei Dhobiwallah che fanno il bagno e, spesso, si fermano a dormire sul posto. In città sono attivi anche i ”fattorini del pasto”: ogni mattina tra le otto e le nove, ritirano in circa 140.000 case i pranzi che le mogli hanno cucinato per i mariti e li recapitano nei posti di lavoro. Il servizio costa 250 rupie al mese, circa 12.500 vecchie lire: secondo la rivista americana ”Forbes” ha «un livello di efficienza che le imprese occidentali possono solo sperare» tanto che viene sbagliata appena una consegna ogni sei milioni.