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 2004  gennaio 27 Martedì calendario

città del Messico, detta ”Il Mostro”, è la quarta megalopoli più popolata di tutto il mondo (20

città del Messico, detta ”Il Mostro”, è la quarta megalopoli più popolata di tutto il mondo (20.750.000 abitanti in agglomerato con Nezahualcóyotl, Ecatepec, Naucalpan): ogni anno ci sono solo 15 giorni in cui la qualità dell’aria è soddisfacente, i medici fanno 28 milioni di visite mediche, nascono 200.000 bambini, 316.000 fabbriche e 4 milioni di automobili gettano nell’aria gas inquinanti in quantità superiori a qualunque altro centro urbano, 6.000 persone muoiono per questi veleni. In un giorno vengono consumate 27.000 tonnellate di cibo, la metropolitana trasporta 6 milioni di passeggeri, 25.000 sono i preservativi usati, 11.420 le tonnellate di spazzatura prodotte, 9 gli omicidi commessi. Un bambino su 20 soffre di denutrizione, un milione di persone vive in stato di povertà estrema. Nairobi, in Kenya, ha solo 2.700.000 abitanti (126° posto nella classifica mondiale) ma cresce il 5 per cento l’anno e i quartieri poveri sono vicini alla catastrofe: il tasso di raccolta dei rifiuti è sceso in vent’anni (1978-1998) dal 90 al 33 per cento. Quando piove, un fiume di rifiuti va a finire nei canali di raccolta dell’acqua che disseta i sobborghi. Condizioni come quelle di Città del Messico e Nairobi sono comuni a tutti gli agglomerati urbani dei paesi in via di sviluppo e provocano ogni giorno nel mondo più o meno 6.000 morti per infezioni. Alloggi sotto gli standard igienici, acqua non potabile, condizioni sanitarie insufficienti causano il 25 per cento delle morti premature del pianeta. I poveri lasciano le campagne Nonostante questi problemi, masse di poveri continuano a trasferirsi nelle città. Nel 1700 viveva in aree urbane appena il 2 per cento della popolazione mondiale, nel 1900 si era arrivati al 10 per cento, nel 1980 al 33, nel 1990 al 43, adesso il rapporto tra chi vive in città e chi in campagna è cinquanta a cinquanta, per il 2015 il sorpasso sarà consolidato. Non è una situazione nuova nella storia: la Gran Bretagna raggiunse questa distribuzione nel 1840; nel 1911 i cittadini erano già tre quarti del totale, nello stesso anno in Germania erano i tre quinti; in Italia la popolazione urbana superò quella rurale negli anni Sessanta, spinta dal boom economico. Nel 1950 due terzi della popolazione mondiale vivevano in campagna, il resto, 750 milioni di persone, in città. New York (attualmente la seconda megalopoli del mondo, 21.600.000 abitanti in agglomerato con Newark e Paterson) era l’unica metropoli con più di 10 milioni di abitanti. Oggi, in tutto il mondo, i cittadini sono due miliardi e 750 milioni, mezzo miliardo dei quali senzatetto. Le città con più di un milione di abitanti erano 31 nel 1950, 281 nel 1990, 390 nel 2000, si pensa che saranno 516 per il 2015. Nel 1940 solo una persona su cento viveva in una città ”milionaria”, nel 1980 dieci. Poi si è passati a prendere in considerazione le città con almeno cinque milioni di abitanti: erano 6 nel 1950, 20 nel 1980, 50 nel 2000. Infine è esploso il fenomeno delle megalopoli, almeno dieci milioni di abitanti: sono già ventidue, un’altra dozzina, quasi tutte in Paesi in via di sviluppo, si aggiungeranno entro il 2020, quando la popolazione urbana mondiale sarà di 5 miliardi. Parigi (9.800.000, 23°) e Chicago (9.400.000, 24°) sono le più vicine a superare la soglia, ma potrebbero essere anticipate da Lagos (9.250.000, 25°) o Pechino (9.200.000, 26°). Il 90 per cento della crescita demografica, 77 milioni di persone l’anno (l’equivalente delle Filippine), si concentra infatti nei Paesi non industrializzati dove le megalopoli si sviluppano numerose: nel 1900 nove delle dieci città più popolose del mondo si trovavano in Europa o Stati Uniti, nel 2002 solo Tokyo (34.900.000 in agglomerato con Kawasaki e Yokohama, la più grande delle megalopoli), New York e Los Angeles (16.800.000 con Anaheim e Riverside, 9°) fanno ancora parte del club, gli altri sette posti sono occupati, nell’ordine, da Seoul (21.150.000 con Inchon e Songnam, 3°), Città del Messico, San Paolo (20.250.000 con Guarulhos, 5°), Bombay (18.150.000 con Kalyan, Thane e Ulhasnagar, 6°), Osaka (18.000.000 con Kobe e Kyoto, 7°), Delhi (17.150.000 con Faridabad e Ghaziabad, 8°), Giacarta (15.850.000 con Bekasi, Bokor, Depok, Tangerang, 10°). Nel 2015, su 26 megalopoli 22 saranno nelle regioni meno sviluppate. Per quell’anno le città più popolate del mondo saranno: Tokyo (28,7 milioni di abitanti), Bombay (27,4), Lagos (24,4), Shanghai (23,4, oggi diciottesima con 12.200.000), Giacarta (21,2), San Paolo (20,8), Karachi (20,6, sedicesima con 12.300.000), Pechino (19,4), Dhaka (19, ventiduesima con 10.350.000), Città del Messico (18,8). 2030: in città 2 persone su 3 In Europa, Nord America e Sud America, la percentuale di popolazione urbana si è stabilizzata tra il 75 e l’85 per cento: se il resto del mondo seguirà questo modello, nei prossimi dieci anni avremo 100 milioni di nuovi cittadini africani, in Asia i nuovi arrivi saranno 340 milioni. come se sul pianeta spuntasse una nuova Bangkok (7.500.000, 30°) ogni due mesi. Per il 2030 i due terzi della popolazione mondiale vivranno in aree urbane. Intendiamoci, nel lungo periodo potrebbe essere una buona notizia: se i paesi che si stanno industrializzando ripeteranno l’esperienza di chi li ha preceduti, le popolazioni che abiteranno le megalopoli sparse per il mondo saranno più sane e più ricche di oggi. I sobborghi di Manchester (2.500.000, 144°), non erano, durante la rivoluzione industriale, migliori di quelli di Nairobi all’inizio del XXI secolo. E le persone vi si spostavano per la medesima ragione: offrivano molte più opportunità della campagna. Oggi è lo stesso: si calcola che nei Paesi in via di sviluppo i poveri di città stiano da 3 a 10 volte meglio di quelli di campagna. L’esodo si può fermare? Le Nazioni Unite, che hanno colto la dimensione del problema, hanno dato lo status di ”Programma”, e quindi un’importanza istituzionale maggiore, all’agenzia che si occupa di queste materie, ”Habitat”. A Nairobi si è svolto dal 29 aprile al 3 maggio il primo World Urban Forum, e i tecnici convenuti erano d’accordo sul fatto che l’urbanizzazione è inarrestabile. Anna Tibaijuka, direttore esecutivo di Habitat, parla di «urbanizzazione prematura»: la sua idea è che si potrebbe rallentare il flusso migliorando le condizioni di vita e garantendo la sussistenza nelle zone rurali. Molti esperti sostengono invece che l’esodo non va fermato: Michael Mutter, che lavora al Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico (DFID), pensa che la crescita della popolazione e lo sviluppo delle tecniche agricole abbiano creato un surplus di manodopera che deve pur cercare il modo di guadagnarsi da vivere da qualche altra parte. C’è chi arriva a dire che governi e agenzie internazionali spendono troppo per lo sviluppo rurale trascurando le città. Lo stesso DFID spende appena il 5 per cento del suo budget per le aree urbane. via lo smog a colpi di multe  però anche vero che, legati al diffondersi delle megalopoli, ci sono molti problemi. Primo fra tutti, l’inquinamento. Los Angeles è il simbolo della civiltà dell’automobile ed è impossibile viverci senza: due volte più ampia di New York (50 chilometri da un capo all’altro), ha un tessuto connettivo costituito da un immenso reticolato di autostrade. Capitale mondiale dello smog fino ai primi anni Ottanta, ha ottenuto da allora risultati incredibili: oggi la sua aria è pulita, molto più che a Roma (3.300.000, 95°), Milano (3.800.000, 77°), Napoli (3.000.000, 104°) e Torino (1.500.000, 256°), nonostante abbia più abitanti e automobili di tutt’e quattro messe insieme. Nell’intera regione metropolitana le giornate di alta concentrazione dell’ozono sono crollate negli ultimi 15 anni del 75 per cento. L’ambientalista Joel Schwartz, del Reason Public Policy Institute, dice che «anche se non facessimo nulla di nuovo, e ci accontentassimo di applicare le leggi già esistenti, l’inquinamento continuerebbe a scendere». L’impresa è ancora più eccezionale se si pensa che è stata compiuta in una concentrazione urbana in continua espansione. La crescita economica americana degli anni Novanta, infatti, ha avuto il suo epicentro in California, e con lo sviluppo è aumentata l’immigrazione: negli anni del boom mille persone in più al giorno. Come hanno fatto? Regulations, cioè regole, normative. La California divenne già negli anni Settanta lo stato più verde degli Usa e il laboratorio delle leggi più avanzate per la riduzione dei gas di scarico delle automobili. In dieci anni agli automobilisti provenienti da altri stati sono state inflitte 72.600 multe da trecento dollari ciascuna perché le marmitte non erano in regola. Nei prossimi decenni il contrasto tra Nord e Sud del mondo, per quanto riguarda i trasporti, si approfondirà, ed è difficile che siano in molti a seguire l’esempio di Los Angeles. Gli esperti dicono che gli uomini del futuro guarderanno alla nostra organizzazione urbana «con l’incredulità con cui noi pensiamo alle città dell’Ottocento invase dagli escrementi di cavallo». Il problema è: cosa succederà nei paesi poveri prima che arrivino motori elettrici ed auto ad idrogeno? Spesso si dice: la tutela ambientale è cosa da ricchi, non si può applicare senza i soldi delle economie più sviluppate. Non è vero: la Banca Mondiale stima che negli ultimi anni Novanta la Cina ha perso tra il 3,5 ed il 7,7 per cento del suo potenziale economico per i danni provocati dall’inquinamento alla salute della forza lavoro locale. Louisa e Mario Molina, Massachusetts Institute of Technology, hanno calcolato che riducendo del 10 per cento la concentrazione di particolato presente nell’aria, Città del Messico risparmierebbe due miliardi di dollari l’anno. Piya Abeygunawardena dell’Asian Development Bank dice che bisogna spiegare questi calcoli ai governi dei Paesi in via di sviluppo e poi aiutarli a realizzare programmi a favore dell’ambiente. Il mercato della sete Altro grande problema delle megalopoli: l’acqua. Nelle principali città dei Paesi non industrializzati esiste un mercato della sete. A Giacarta l’acqua comprata per strada costa 60 volte di più di quella assicurata dal servizio pubblico. Una famiglia povera di Lima (Perù, 7.900.000, 27°) paga ai venditori ambulanti tre dollari per un metro cubo d’acqua, venti volte di più di quello che paga il ceto medio per vederla uscire (potabile) dai rubinetti. Finisce che chi ha meno è costretto a spendere di più, faticando ad arrivare ai 40 litri al giorno (una doccia), che, secondo la Commissione mondiale dell’acqua, sono la dose minima giornaliera. E quelli che non hanno i soldi? L’Unep (il Programma ambientale delle Nazioni Unite) calcola che a Giacarta si spendono più di 50 milioni di dollari l’anno per portare l’acqua da bere a cento gradi in modo da uccidere i batteri. E il problema dell’acqua riguarda anche le megalopoli più ricche come New York, perché a un certo punto non basta avere i soldi, se l’acqua non c’è non c’è. Considerati questi problemi vien da pensare che abbia ragione Saskia Sassen, professoressa di urbanistica alla Columbia University ed autrice di Cities in World Economy (Il Mulino): la sua idea è che le megalopoli faranno la fine dei dinosauri, che sembravano destinati a dominare il pianeta ma furono ostacolati dalle dimensioni eccessive. Italia controcorrente Allo stesso modo gli agglomerati urbani, quando crescono troppo, perdono parte del loro vantaggio. un po’ quello che sta succedendo in Italia, uno dei Paesi europei con la minore urbanizzazione (il 69 per cento contro l’89 dei britannici, l’84 dei tedeschi, il 78 degli spagnoli): tra il 1991 e il 1998 oltre la metà dell’incremento totale della popolazione è stato assorbito dalla collina mentre gli agglomerati urbani sopra i centomila abitanti hanno perso il 6,5 per cento. Da noi l’unica regione in cui resiste l’urbanizzazione vecchio stampo è la Campania, ancora segnata dalla massiccia espansione della conurbazione attorno a Napoli. Dal 1991 al 2001 Milano ha perso 6.300 abitanti l’anno, tra il 2000 e il 2001 Roma ne ha persi 42.000. Anche nel mondo più povero ci sono segnali di controtendenza: Lagos, negli ultimi anni, è cresciuta meno di quello che ci si aspettava e Città del Messico è stabile. Come andrà a finire? L’architetto Massimiliano Fuksas dice che non ha senso pensare di intervenire con grandi progetti, perché chi ci ha provato, come i francesi, «si ritrova oggi con le peggiori periferie d’Europa avendo speso il doppio degli altri». La speranza viene da Tokyo: «Fino a qualche tempo fa era una delle più invivibili, citata in tutte le profezie degli apocalittici. Bene, l’apocalisse non c’è stata. Anzi, la qualità della vita sta migliorando. Una volta esploso il modello verticale della città, Tokyo assiste a un fenomeno imprevisto, la rinascita della vita di quartiere. I giovani manager lavorano di giorno nei grattacieli e la sera scendono nelle strade, tornate ad animarsi di sushi bar, botteghe, piccoli locali. E si divertono moltissimo». Quanto tempo passerà prima che comincino a divertirsi anche al Cairo (15.100.000 con Al-Jizah e Shubra al-Khaymha, 11°) e Buenos Aires (13.700.000 con San Justo e La Plata, 13°)? Massimo Parrini