Macchina del Tempo, settembre 2002 (n.9), 27 gennaio 2004
L’impero che Augusto morendo lasciò a Tiberio, il 14 dopo Cristo, andava dalle coste atlantiche al fiume Eufrate, in Mesopotamia; comprendeva quasi tutti i paesi africani bagnati dal Mare Mediterraneo e buona parte dell’Europa
L’impero che Augusto morendo lasciò a Tiberio, il 14 dopo Cristo, andava dalle coste atlantiche al fiume Eufrate, in Mesopotamia; comprendeva quasi tutti i paesi africani bagnati dal Mare Mediterraneo e buona parte dell’Europa. Tiberio lo governò a lungo da Capri, dove aveva una serie di residenze, soprattutto da un palazzo posto sulla cima di una montagna: quello che ora, riportato alla luce dagli scavi archeologici di Amedeo Maiuri, è chiamato Villa Jovis. Poté farlo perché Roma disponeva di un sistema di fari in grado di funzionare tanto di giorno che di notte (di notte con i fuochi, di giorno con le fumate) comunicando i messaggi dall’uno all’altro. Gli ordini dell’imperatore partivano dalla turris phari a fianco di Villa Jovis che li trasmetteva al faro di Capo Athenèo sul litorale sorrentino; da qui venivano inviati al porto di Misero proseguendo per Roma di specula in specula: tecnica che, passati dalle fumate alle bandiere, sarebbe stata usata dal telegrafo ottico fino all’invenzione del codice Morse. Alle comunicazioni provvedeva un corpo scelto di vedette addestrate a leggere correttamente i segnali, spesso preziosi per il governo dell’impero e, durante i periodi di crisi politica, addirittura vitali per Tiberio. Svetonio dice che in certi momenti era così preoccupato di ciò che poteva accadere a Roma, da fissare Capo Athenèo da Capri per delle ore sperando in una buona notizia. La presenza di Tiberio rese necessario attrezzare non solo i servizi utili al governo dell’impero ma anche quelli delle molteplici residenze sue e dei suoi cortigiani, compito svolto dagli ingegneri romani con soluzioni, per quei tempi, avanzate. Cominciando dai porti. In corrispondenza con la villa imperiale estiva, diciamo così, di Palazzo a Mare, a Punta Vivara, sorse probabilmente l’approdo più usato da Tiberio. Un altro porto per lo sbarco dell’imperatore si ritiene che fosse a Gradola: da qui era facile salire all’altra villa tiberiana di Damecuta. Inoltre, si continuò a utilizzare l’antico rifugio di Tragara e la spiaggia della Grande Marina. All’assenza sull’isola di sorgenti d’acqua naturali, gli ingegneri rimediarono con grandi cisterne. A Villa Jovis vennero scavate al centro della residenza, in modo che da lì l’acqua si diramasse fino ai vari ambienti; a Palazzo a Mare furono sparpagliate nel perimetro abitativo. La cisterna maggiore costruita servì a Capri paese, abitato dalla folla di fornitori della corte imperiale: di un serbatoio pubblico dell’epoca ci sono ancora le tracce nella contrada Marucella.