Varie, 27 gennaio 2004
SPALLETTI Luciano
SPALLETTI Luciano Certaldo (Firenze) 7 marzo 1959. Allenatore di calcio. Dal 2010 sulla panchina dello Zenit San Pietroburgo, squadra con cui ha subito vinto il campionato e la coppa di Russia. In serie A ha allenato Empoli, Sampdoria, Venezia, Udinese, Roma • «Quando lasciò il campo di Bogliasco “con gli occhi bassi”, dopo il secondo esonero dalla Sampdoria. Quando andò via dal Venezia nove mesi dopo, inseguito dalle rampogne del presidente Zamparini: “Questa compagine non è una squadra, ma un’accozzaglia di giocatori messi insieme senza spirito vincente”. Quando, esonerato una prima volta dall’Udinese, andò a guidare un disastrato Ancona in serie B. Disse: “Da questi mesi dipende il mio futuro”, e salvò la squadra. Nell’apprendistato di Spalletti – tecnico precocissimo che vestì i panni dell’allenatore dell’Empoli a 35 anni quando ancora era giocatore, un giorno che era a casa infortunato – non manca certo l’esperienza dell’esonero. [...] era arrivato a Roma il 28 giugno del 2005, “direttamente dalla Sardegna dove stava trascorrendo le ferie”. Durante il primo ritiro costrinse i reduci dalle stagioni dello scudetto a “cinque ore di duro lavoro” giornaliero, tre delle quali senza palla, come certi suoi predecessori zonaroli che facevano sensazione negli anni ’80. Tattico di buon livello, allenatore di tendenza, fautore del 3-4-3 ai tempi della sua Empoli e poi della sua migliore Udinese, fece capire subito il perchè. Il 4-2-3-1 che scelse per la sua Roma era il modulo “alla spagnola”, quello del tre quartisti, del bel giuoco, dei galacticos. Lo trasformò in un flipper veloce, capace di disegnare sul campo ragnatele insidiose, angoli inusitati, lampi di bel gioco, e allo stesso tempo di chiudere velocemente in difesa. Lo fece perchè aveva trovato i giocatori per farlo [...] Questo è stato il suo genio e il suo limite, di allenatore. Due lunatici come Mancini e Taddei, un don chisciotte accacciato come Vucinic, il centrocampo tutto genio e sregolatezza di De Rossi, Pizarro e del figliol prodigo Aquilani quando scendeva in campo con la testa. Il galoppo di Perrotta. I colpi di fioretto dei difensori (Chivu, Juan, Mexes), talvolta inevitabilmente a vuoto. Eccetera. E su tutti, Totti, lunatico supremo, la cui carriera basterebbe da sola a raccontare la storia bella e dannata di questi ultimi anni giallorossi. Fanno una squadra sospesa nel vuoto, come un equilibrista, fino al 7-1 preso a Manchester senza appello. Bello comunque ricordare il record di vittorie (undici di fila, stagione 2005/2006), la Supercoppa e la Coppa Italia,ma soprattutto – per i romanisti romantici - le vittorie a San Siro contro Inter e Milan. Insomma la Roma migliore, i grappoli umani dei giocatori e le botte d’affetto sulla testa sopra ogni gol. Persino la cena sociale settimanale tra i giocatori. Roba che nella cosmogonia di Spalletti va ascritta senz’altro alla categoria dei comportamenti. Da pronunciare con la “c” leggermente aspirata. E da distinguere dalle situazioni (la “t” leggermente aspirata). Sulla coppia concettuale comportamenti/situazioni (qualsiasi cosa significhi) Spalletti ci ha costruito il suo personaggio d’allenatore, nei quattro anni giallorossi. Scientifico, ma in fondo umano. Tecnico ma attento al fair-play. Soprattutto, serissimo. E non c’è chi non abbia aggrottato le ciglia, nel dopopartita, nell’ascoltare le sue “dichiarazioni”, la mutazione in atto nel suo vocabolario dal vecchio calcese e a un postmoderno patchwork di gerghi, linguaggi settoriali, toscanismi. “Noi siamo una squadra forte soprattutto se riusciamo ad avere tutte le nostre componenti a disposizione, però come ho detto poi una squadra forte non basta sono forti anche gli altri [...] noi si è visto in questi anni qui si è visto soprattutto l’anno scorso ci sono successe delle cose particolari però poi l’insidie ci sono e sono forti per cui è bene averle davanti belle visibili anche quest’anno qui subito all’inizio perché ci sono”. È stata una delle sue ultime dichiarazioni in sala stampa. [...]» (Alberto Piccinini, “il manifesto” 2/9/2009) • A Empoli ha concluso la sua carriera di calciatore e nella stessa città ha cominciato quella di allenatore in C1, nel 1993/94, subentrando a campionato in corso. Dopo un’esperienza nelle giovanili dello stesso club, è tornato alla guida della prima squadra nel 1995, avviando un ciclo strepitoso di successi. In due anni ha portato la squadra in A e nel 1997/98 l’ha salvata dalla B. Lasciata Empoli, nel 1998/99 era alla Sampdoria: fu esonerato alla 16ª giornata, poi richiamato, ma non poté evitare la B. Ancora più tumultuosa l’esperienza successiva a Venezia, con esonero, rientro e nuovo esonero. Dopo una breve parentesi in A a Udine, nel 2001/02 fu in B con l’Ancona. Tornato in Friuli nel 2002, seguirono due stagioni molto positive, con altrettante qualificazioni in Uefa e poi, nel 2004/2005, quella ai preliminari di Champions League • «[...] “Sono nato a Certaldo, il paese di Boccaccio. Il mio babbo Carlo, che faceva il guardiacaccia e poi il magazziniere in una vetreria, mi ha insegnato a curvare la schiena e a rispettare tutti”. [...] giocatore. Giovanili Fiorentina, Cuoiopelli, Castelfiorentino dilettanti. Poi Entella Chiavari, Spezia, Viareggio, Empoli in C1: “Ero un centrocampista, diciamo un numero otto. Un anno ho segnato 11 gol, nove però su rigore. Non di grande qualità, diciamolo, ma spirito di sacrificio quello sì”.[...]» (Germano Bovolenta, “La Gazzetta dello Sport” 16/1/2005) • «[...] “Non sono assolutamente un uomo triste...”, spiega sistematicamente ai suoi interlocutori. L’etichetta di “uomotriste” gliel’aveva appiccicata Maurizio Zamparini, suo presidente ai tempi del Venezia. Il motivo? Forse perchè amava e ama vestirsi costantemente di nero. Un’esperienza, quella veneziana, che gli ha regalato più una solenne arrabbiatura che una cocente delusione professionale. Un’avventura - cominciata male e finita peggio - che l’ha segnato, “perché da quel momento è diventato molto più diffidente”, racconta chi lo conosce bene. Diffidente e anche un filino permaloso, aggiunge chi non lo adora al cento per cento. Di certo, Spalletti è uomo estremamente sicuro di sè. E delle proprie teorie pallonare. Non ha i “paraocchi”, sul piano tattico: anzi, prende un po’ qui e un po’ là da tutti. C’è chi lo definisce uno zemaniano pentito, ad esempio. Due sono, al riguardo, le cose certe: il boemo andò a studiarlo a Empoli; il boemo è stato il suo primo avversario nella massima serie. In realtà, Spalletti mischia, ricicla, adatta, inventa. E ogni anno propone qualcosa di nuovo. Inedito magari no; nuovo sì. [...] Nell’ambiente del calcio viene considerato una specie di maniaco: il suo lavoro - tra campo e computer - gli porta via almeno tre/quarti della giornata. Ha quattro collaboratori di cui si fida ciecamente, ma di Marco Domenichini, suo compagno di squadra nelle minori della Fiorentina, si fida un po’ di più. [...] A Udine aveva ottenuto, nei meandri dello stadio Friuli, un ufficio tutto per sè: una scrivania, un computer e un paio di video-registratori per studiare gli avversari e pure gli errori dei propri giocatori. [...]. Non ama alzare la voce, punta sul dialogo. Dicono sia bravo assai a far gruppo. Intanto, nello spogliatoio dell’Udinese hanno fatto epoca i trentasette minuti spesi da Spalletti per spiegare davanti al televisore un movimento sbagliato dei difensori in occasione di un’azione d’attacco della squadra avversaria. Con i bianconeri ha conquistato complessivamente centosessantotto punti in due campionati abbondanti, arrivando alfine alla Champions League. Ha fallito a Genova (Sampdoria) e Venezia; ha fatto benissimo a Empoli (promozioni dalla C alla B e dalla B all’A nel giro di due stagioni) e pure a Ancona, dove centrò l’ottavo posto dopo aver raccolto la squadra in inverno nei bassifondi della classifica di serie B. Già nelle Marche terminava ogni allenamento concedendosi una mezzora abbondante di addominali: per tenersi in forma, la scusa. Per dare l’esempio, la verità» (Mimmo Ferretti, “Il Messaggero” 20/6/2005) • «[...] Nemmeno l’ascesa verticale con la sua Udinese, che ha costruito e forgiato fino a riportarla in Uefa dopo tre anni di astinenza, è stata sufficiente a cancellare il ricordo. Non potrebbe. E forse non sarebbe nemmeno giusto, se è vero che per evitare di sbagliare ancora, negli incidenti di percorso occorre per forza di cose incapparci. Luciano Spalletti e la Sampdoria. Stagione 1998-99. Esonerato (a tradimento, ndr), richiamato, retrocesso. C’è di che uscirne con i nervi a pezzi, specie se è solo il tuo quinto anno in panchina. E specie se arrivi col costume di Superman da un Empoli che hai portato dalla C1 alla A in tre stagioni. Da eroe a brocco, nel calcio il passo per essere marchiati a fuoco è breve. E vale anche per gli allenatori. “Quella retrocessione mi aveva riportato a zero. Ho dovuto ripartire da capo, con tutte le difficoltà che ne conseguono in questi casi”. Non fatica, Spalletti, a scavare nei ricordi, anche se fanno male. Lui si sente ancora colpevole per come andò a finire quell’anno disgraziato. “Pur riconoscendo che la qualità dei giocatori è fondamentale, so che è stata anche colpa mia. È vero, la squadra può avere dei limiti, ma un allenatore il suo contributo lo deve dare”. L’errore più grande? “Aver modificato le regole in funzione dei singoli anziché applicarle a favore del gruppo”. Eppure, nonostante la discesa all’inferno, a Genova di Luciano da Certaldo non serbano un cattivo ricordo. Probabilmente perché oltre al ruolo da colpevole, Spalletti ha rivestito anche quello di vittima. Vittima perché pagò una campagna acquisti basata su elementi che resero meno rispetto alle attese (vedi Sgrò). Perché quell’anno se ne andarono in un colpo solo Veron, Signori, Lombardo, Boghossian, Klinsmann e Mihajlovic. Perché Montella lottò con gli infortuni gran parte della stagione. Ma soprattutto perché Enrico Mantovani chiamò David Platt quando Spalletti era ancora abile e arruolato. Poi, il ritorno sulla panchina blucerchiata dopo la miseria di sei partite, peraltro sufficienti all’inglese per dimostrare di non essere all’altezza. Infine, la beffa alla penultima giornata, con il rigore inesistente fischiato da Trentalange al Bologna che spedì la Samp in B. Addio Genova. [...]» (Marco Pasotto, “La Gazzetta dello Sport” 4/1/2004).