27 gennaio 2004
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Sentimenti Primo
• Nato a Bomporto (Modena) il 18 dicembre 1926. Calciatore. «Vi sfidiamo a trovare nel mondo un paese di 3mila anime che abbia dato i natali a quattro fratelli, tutti e quattro diventati calciatori di serie A e della Nazionale. Questo borgo è Bomporto. Il paese dei ”buoni Sentimenti”: loro sono i figli di Arturo e Augusta. I figli del popolo: ”Papà Arturo, operaio per cinquant’anni alla cantina sociale della vicina Sorbara, mamma Augusta, 9 figli da accudire (5 maschi e 4 femmine) e per sfamarli tutti, faceva la lavandaia del paese”. Si stropiccia gli occhi commossi Primo, che è passato alla storia come Sentimenti V. Quasi uno scherzo quel nome, Primo, a complicare il già difficile compito degli annalisti del pallone. ”I nostri genitori pensavamo che avremmo passato la nostra vita sui campi, ma mica quelli di calcio... E poi Primo era il nome di un fratello della mamma che morì sotto un calesse che trasportava vino a Modena”. Miserie e splendori di provincia, in un borgo dove tutto sembra rimasto come allora: il campanile di San Nicolò, la piazzetta, il Caffè Roma, il Lambrusco, la squadra del torneo estivo dei Bar dove i Sentimenti si facevano conoscere a suon di gol e parate spettacolari. E lì tornavano ogni estate. ”Mai andati al mare. Altro che villaggi in Sardegna, prima del ritiro l’estate la passavamo tutti al paese e il massimo dello svago erano le serate che si giocava tutti e cinque nella stessa squadra”. Scoperta: i Sentimenti del calcio sono addirittura, cinque. ”Ennio, Sentimenti I, era il più forte di tutti, però poverino non ha potuto fare la carriera di calciatore. Dopo la terza elementare si era dovuto mettere a lavorare. Di fatto, si è sacrificato per noi quattro”. Scene da ”Ennio e i suoi fratelli”, quattro giovani, pieni di vita che impressionavano per prestanza fisica. ”I muscoli ce li siamo fatti tutti quanti con la carriola. Poi appena potevamo li rinforzavamo con i tuffi e le bracciate sul Naviglio o più in là sotto il ponte del Panaro. E poi bastava una palla fatta di stracci ed era una festa. Tutti dietro a quel pallone a piedi nudi...”. Sotto un cielo scalzo, come i loro piedi, a calciare un pallone che volava alto, leggero, come i sogni di quattro ragazzi che non avrebbero mai pensato di entrare nella storia. ”Mia madre mandò ’Cochi’, Sentimenti IV, e ’Noci’, il II, a lavorare come garzoni dal calzolaio di Bomporto e questi le disse: ’Guardate signora Augusta che io li prendo, ma non gli posso dare un centesimo’. Ma a nostra madre andava bene, perché almeno pensava che avrebbero imparato un mestiere”. E uno alla volta, invece di risuolare scarpe, cominciarono a far girare gli scarpini sui campi di calcio. ”Non per vantarmi, ma credo che pochi giocatori abbiano sgobbato come noi quattro. Sempre i primi ad arrivare agli allenamenti e gli ultimi ad andarcene insieme ai nostri migliori amici: i custodi, i magazzinieri. Avevamo capito l’importanza dell’applicarsi e di curare il fisico, perché questo è uno sport per uomini. Le signorine che vadano a ballare...”. Uno sport però che si fece mestiere, e anche ben pagato. ”La Lazio mi dava 100mila lire al mese nel ’50. Bei soldi, ma non certo le cifre che girano adesso. E poi noi diventavamo proprietà esclusiva della società. Achille Lauro in persona venne a richiedermi per portarmi a Napoli, dove giocava Arnaldo. Ma il presidente Zenobi non mi lasciò andare. Oggi, con i procuratori, i calciatori fanno un po’ quello che vogliono”. I Sentimenti erano procuratori di se stessi, sempre uniti, anche da avversari. ”Vittorio, detto ’Ciccio’, e Lucidio giocarono insieme nella Juve e una volta al Vomero si incontrarono con Arnaldo che difendeva la porta del Napoli, e che i tifosi chiamavano ’Scierì’. L’arbitro fischiò un rigore alla Juventus e Vittorio che era il rigorista si rifiutò di tirarlo. Nessuno voleva calciarlo, alla fine il IV, a malincuore, abbandonò la sua porta e tra i fischi andò a realizzarlo. Massimo rispetto fra noi, mai uno screzio, ma il gioco è il gioco. Così anche io quando ero nel Modena, a Torino segnai un gol a mio fratello e quella fu una vittoria storica sul campo della Juve”. Fratelli-nemici, ma un giorno finalmente insieme alla Lazio. ”Dal 1950 al ’52 ci ritrovammo a giocare a Roma: io, Lucidio e Vittorio. Mi chiamavano ’Bagaglia’ e dicevano che ero un duro. Ma non era vero. Sono stato espulso solo una volta, per colpa di Benito Lorenzi... Vittorio era il più potente e poi aveva un tocco di palla sopraffino: non credo di esagerare se dico che era più forte di Nedved. E ’Cochi’? Il più grande portiere che abbia avuto la Juve. Era talmente forte con i piedi che un paio di partite le giocò da ala destra. L’Avvocato stravedeva per lui e più di una volta so che disse a dei suoi collaboratori: ’Scappo agli allenamenti della Juve, vado a vedere cosa combina Sentimenti IV’. Noi tre insieme, alla Lazio stabilimmo un record: mai perso un derby. E i romanisti arrabbiatissimi urlavano ai laziali: ’Finiranno i Sentimenti...’”. [...]» (Massimiliano Castellani, ”Avvenire”, 22/1/2004).