Varie, 27 gennaio 2004
SAVONA
SAVONA Virgilio Palermo 1 gennaio 1920, Milano 27 agosto 2009. Pianista. Membro del Quartetto Cetra, con la moglie Lucia Mannucci • «Il gruppo più longevo d’Italia, forse non solo: costituito nel 1941 e mai sciolto, se non dalla morte (di Tata Giacobetti e Felice Chiusano). [...] Una vita di pensioni familiari e recensioni sul ”New York Times”, di valigie dell’attore, Blue Bells dalle gambe infinite, capocomici, impresari, tournée nella Cuba di Batista a spese di un mafioso, Capodanni di periferia. Copiavano i musicisti neri proibiti dal regime. Li ha copiati Frank Sinatra. La storia comincia e finisce a Milano. Le nozze tra Lucia Mannucci e Virgilio Savona si celebrano il 19 agosto 1944 tra le macerie della chiesa di san Carlo al Corso. [...] Virgilio Savona andava a giocare a biliardo al bar Adua di viale Angelico, dove si ritrovava il primo Quartetto Cetra: con Giacobetti, Enrico De Angelis, Enrico Gentile e un tale Iacopone, ”proprio non ricordo se era il nome o il cognome. Insomma: Iacopone. Una sera mi chiesero di suonare con loro. Accettai, a patto che non lo dicessero in giro: non volevo si sapesse al conservatorio. Ero pianista, l’unico del gruppo ad avere una formazione musicale. Suonavo al Valle, grazie a Mario Riva, davanti a ragazzi indiavolati, mi divertivo a eseguire variazioni sul tema di una canzoncina di moda, La Sirena del laghetto, reinterpretata alla maniera di Bach, Beethoven, Debussy, Liszt, Stravinsky”. Alto e basso, musica colta e divertissement, teatro e cabaret. ”Ci ispiravamo ai Mills Brothers, per imitare il suono della tromba si accostavano le mani, ci si stringeva il naso e si soffiava. Blues, dixie, swing. E jazz. A Roma c’erano due negozi che vendevano dischi proibiti sottobanco, Armstrong ed Ella Fitzgerald. Bastava non chiamarlo jazz, ma ’sincopato’. Musica negroide. Da degenerati; eppure piaceva anche al figlio del duce”. Ci sono finestre e vie di fuga, dentro il fascismo. Diventa più dura con la guerra, con l’occupazione. ”Suonare era un modo per non sparare. Ci assegnavano canzoni di propaganda da cantare alla radio. A noi andò bene”. A Savona, ”Banzai giapponesina”, da rimare con ”banzai bella bambina”. ”Si pensava che Banzai fosse il nome. Scoprimmo dopo che vuol dire vittoria”. Alla Mannucci, ’Caro papà’, la storia di un bambino che scrive al padre al fronte, vinci e torna presto. ”Facevamo spettacoli nelle caserme, per le truppe, e negli ospedali, per i feriti. Giravamo per la Milano pattugliata dai tedeschi con un lasciapassare, una sera ci misero all’hotel Regina, era pieno dei loro. Cercavamo di non suonare, con una scusa ogni volta diversa. Una volta Felice e Tata incapparono in una retata nazista; erano già sul camion, li fecero scendere. Un’altra volta su un tram incontrammo un milite della Muti, che ci minacciò: voi farete una brutta fine. Poi, quando arrivarono gli alleati, ci accusarono di aver suonato per i nazifascisti. Dimostrammo come erano andate davvero le cose. E ci scritturarono”. [...] Una domenica Tata Giacobetti trova su una bancarella di Porta Portese un disco di Nat King Cole ripreso da un canto popolare irlandese, Old McDonald had a farm. La vecchia fattoria, con i versi degli animali e tutto. ”Dopo di noi l’hanno cantata in molti. La Fitzgerald, in una versione favolosa, piena di improvvisazioni. I Fraternity Brothers, in chiave gospel. Frank Sinatra, che sicuramente aveva sentito la nostra versione: anche la sua saliva di mezzo tono a ogni strofetta”. ”L’Italia del dopoguerra aveva una gran voglia di ascoltare musica e di sorridere. Noi regalavamo entrambe le cose”. Scenette. Vaudeville. Sketch. Duelli combattuti con il dito al posto delle spade, Sandokan e la perla di Labuan in versione domestica. Una tournée con la Wandissima, Sordi, Gianni Agus e le Blue Bells. ”Alberto sedusse una ballerina, che secondo le rigide regole interne fu espulsa. Lui le comprò un vestito bellissimo e la portò con sé in platea, come spettatrice, in prima fila; i fotografi erano tutti per lei, fu la loro rivincita”. Un giovane Adriano Celentano alla Mostra del cinema di Venezia, ”tre volte in scena, tre volte in ritardo. Non ricordava le parole. Ma forse era il suo modo di rendersi speciale”. Il Festival di Sanremo. ”C’erano anche Natalino Otto e Katina Ranieri. A noi erano affidate sei canzoni, tutte scherzose, a parte Avevo un bavero color zafferano. Le interpretammo con humour, Felice aveva un sonaglio e una cuffietta da neonato, ma a Sanremo lo humour non era gradito. Non ci hanno invitato più. E noi per dispetto abbiamo inciso un disco di parodie delle loro canzoni, nel ’60. Musetto, Romantica. Modugno ci telefonò per ringraziarci. Comincia la tv. Buone vacanze, Giardino d’inverno, Studio uno. L’idea è di musicare i grandi romanzi dell’ 800. O di gettare in burla il teatro No. Un rapporto duraturo, quello con il giapponese: ”Ci urlavamo a vicenda: kyoto!, oppure: suzuki!, come fossero insulti”. E poi i viaggi. Buenos Aires e Zagabria, Belgio e Argentina, Parigi e Caracas, Svizzera e Venezuela. Gli emigranti. Cuba. ”Era il 1957. Arrivammo in nave, via New York e Key West. Il contratto veniva da un gangster italoamericano, Santo Traficante, ma questo lo scoprimmo dopo. Case da gioco e supermercati, i primi che avessimo mai visto, dove compravamo spaghetti e chianti. Due mesi straordinari. Mancava ancora un decennio prima che aprissimo gli occhi”. La politica arriva con il Sessantotto. Attraverso il figlio Carlo. Picchiato prima dagli operai dell’Alfa che diffidano degli studenti, poi dai questurini. ”Militava in un piccolo gruppo che si chiamava con ogni probabilità Falce e Martello”. Suo padre comincia ad andare alle manifestazioni, con la macchina fotografica e l’eskimo. A incidere le canzoni dei Cantacronache, Straniero, Liberovici e gli altri: La Zolfara, Per i morti di Reggio Emilia. Un testo di Calvino, Dove vola l’avvoltoio. Un disco con Gaber, S exus et politica, tratto dai versi di Ovidio e Giovenale. ”Prima non ci eravamo mai occupati di politica. Tata era liberale, Felice democristiano, e anche noi avevamo votato dc, nel ’48, prima di passare al partito repubblicano, e poi più a sinistra. Non ci fu verso di convincere gli altri a fare insieme qualcosa di diverso. Però dedicarono volentieri una canzone ad Angela Davis, perché era nera e perseguitata. Felice abitava a San Babila, fu fermato per strada dai fascisti. Gli chiesero: ma cosa vi siete messi in testa, voi del Quartetto Cetra?”. [...] Sono saliti sul palco con Natalino Otto, Wilma Goich, il maestro Barzizza, Cochi e Renato, Ombretta Colli, il maestro Angelini. Suonato per il divorzio, a un comizio di Cossutta. Musicato le favole di Calvino. Composto per Luciano Berio L’opera delle filastrocche, testi di Rodari» (Aldo Cazzullo, ”Corriere della Sera” 31/12/2003).