Mirella Delfini Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 26 gennaio 2004
Il primo a parlare di sommozzatori è stato Tucidide, nel IV libro delle Storie, quando racconta che gli Iloti portavano rifornimenti agli Spartani, assediati dagli Ateniesi, sull’isola di Sfacteria
Il primo a parlare di sommozzatori è stato Tucidide, nel IV libro delle Storie, quando racconta che gli Iloti portavano rifornimenti agli Spartani, assediati dagli Ateniesi, sull’isola di Sfacteria. Si tuffavano dal porto di Pilo e nuotavano sott’acqua tirando con una cordicella otri pieni di cibo. Tucidide non spiega se usassero dei tubi per prendere aria dalla superficie, dice solo che riuscivano ad attraversare di nascosto quel breve tratto di mare. Per millenni si è tentato di adattare gli esseri umani alla vita anfibia, o perlomeno di trovare un modo per farli resistere più a lungo sott’acqua, e le ricerche continuano. Intanto la scienza indaga sulle tecniche di certi animali: qual è infatti il segreto che permette ai coccodrilli - agli alligatori, ai gaviali, ai caimani - di tuffarsi con la preda in bocca e di rimanere sott’acqua finché la vittima non annega? L’enigma è stato risolto da ricercatori giapponesi che lavorano al Medical Research Council di Cambridge, in Inghilterra. Dopo anni di studi sui coccodrilli del Nilo, Crocodylus niloticus, gli scienziati si sono accorti che quei rettili sono in grado, grazie a un’emoglobina speciale, di utilizzare tutto l’ossigeno che hanno inalato prima di tuffarsi. L’emoglobina è una proteina che si trova nei globuli rossi del sangue: passando per i polmoni, raccoglie l’ossigeno e lo porta ai vari organi, in modo che ogni cellula respiri. Se un essere umano, o qualunque altro mammifero, scende sott’acqua senza respiratore, a un certo momento l’ossigeno di cui dispone si esaurisce, mentre nel suo sangue aumenta la quantità di ioni bicarbonato (HCO3), emessi con la respirazione. In realtà l’emoglobina del nostro subacqueo avrebbe ancora un po’ di ossigeno, che però non è utilizzabile. L’emoglobina del coccodrillo è diversa, ossia possiede la capacità di fissare gli ioni bicarbonato, di caricarsene al massimo, finché scatta un meccanismo che gli consente di spremere anche l’ultimo rimasuglio di ossigeno. Qualcuno dirà: ma noi in apnea resistiamo sì e no un paio di minuti, mentre il coccodrillo riesce a rimanerci un’ora e più. Possibile che un residuo di ossigeno comporti una differenza così grande? La risposta è che al cosiddetto effetto bicarbonato si sommano la lentezza del metabolismo dei rettili e il fatto che non devono consumare ossigeno per riscaldarsi, quindi la loro resistenza aumenta. A questo punto entra in ballo l’ingegneria genetica: il gruppo di ricercatori, guidato da Kiyoshi Nagai e da Hennaka Komiyama, ha manipolato un campione di emoglobina umana, modificandola in modo che abbia le stesse caratteristiche di quella del coccodrillo: la sostanza è stata battezzata HB-Scuba. Grazie a questo stratagemma ora abbiamo a disposizione un sangue potenziato, ossia capace di trasportare più ossigeno, cosa utilissima per usi medici e soprattutto chirurgici.