Mirella Delfini Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 26 gennaio 2004
Uccelli - Peccato, mamma, che sulla Terra non ci sia più nemmeno un dinosauro. Mi sarebbe piaciuto vederne uno vivo, magari allo zoo
Uccelli - Peccato, mamma, che sulla Terra non ci sia più nemmeno un dinosauro. Mi sarebbe piaciuto vederne uno vivo, magari allo zoo. Affacciati alla finestra. Prima o poi ne passerà uno. Mi prendi in giro? Non ti prendo in giro. Guarda il cielo: gli uccelli che vedi sono dinosauri. Un po’ cambiati, ma sempre loro. Vuoi dire che gli uccelli discendono da quei rettili? Sì, sembra che vengano dal ramo dei teropodi celurosauri... Da coooosa? Non importa. Erano dinosauri bipedi, carnivori, non troppo grandi, e forse alcuni avevano già il sangue caldo. Sai, gli uccelli vivono sulla Terra da tanto tempo, hanno coabitato con i grossi dinosauri, e dopo la loro scomparsa si può dire che il potere l’hanno preso loro. Sappiamo che sono così antichi grazie a una penna fossile, lunga sei centimetri, il primo segno in cui si siano imbattuti i paleontologi, i detective del nostro passato. Era in una lastra calcarea che risale a 150 milioni di anni fa, trovata in Baviera nel 1860. Un anno prima Darwin aveva pubblicato L’origine delle specie, dove spiegava la sua teoria sull’evoluzione, e tutti ne discutevano a dritto e a rovescio. Quella penna ha scatenato il finimondo. Gli scienziati si saranno messi a litigare! Proprio così. Quale animale l’aveva persa, come si era formata e quando? Poteva essere del mitico Proavis, l’antenato di tutti i pennuti? Anche di Paperino, allora! Certo. Quando l’hanno trovata sono corsi a cercare altri fossili nella stessa zona. Dopo un anno, ecco il premio: lo scheletro di un animale mai visto, lungo una trentina di centimetri. Somiglia a un lucertolone, ma ha le zampe, con il dorso e una lunga coda coperti di penne. E sotto le penne ci sono ancora le squame. Le squame di quando era un dinosauro? Già, ma allora dei dinosauri si sapeva poco, e chi pensava che gli uccelli fossero loro cugini o nipoti? Solo un naturalista inglese, Thomas Huxley, disse che secondo lui gli struzzi erano imparentati con un teropode gigante, il Megalosauro, ma gli dettero di matto. Ci volle mezzo secolo prima che qualcuno osasse riproporre la sua teoria, e altri cinquant’anni perché un americano, John Ostrom, riuscisse a dimostrare che Huxley aveva visto giusto. Gli uccelli di oggi – spiegò - hanno molte caratteristiche in comune con il Deinonico, un feroce dinosauro dagli artigli a falce - il nome significa proprio «terribile artiglio» - che 115 milioni di anni fa imperversava nel Nordamerica. Il nostro canarino discende da quel mostro? Eh, caro mio, col tempo la gente cambia. più comodo fare il canarino, servito e riverito, che il rettile... Un giorno il mio amico Francesco Petretti, che è un grande zoologo e ha una passione per i volatili, mi ha detto: «Sai, più osservo un uccello, più mi accorgo che è una lucertola. Guarda gli occhi...» Non c’è dubbio, quelli sono della stessa razza! Si capisce anche dalla pipì. Dalla pipì? Certo: nell’urina di tutti i mammiferi e di molti anfibi c’è l’urea, mentre in quella dei rettili e degli uccelli c’è l’acido urico. Uhm. Ma quello che hanno trovato era o no il padre di tutti i pennuti? Per il momento è solo il più antico quasi-uccello che si conosca. Peccato che il cranio mancasse. Lo battezzarono Archaeopteryx lithographica, perché le lastre di calcare dove l’hanno trovato si adoperavano nelle stamperie. L’originale è a Londra, e ogni museo oramai ne ha un calco. Era un enigma. Dormiva nella roccia da 150 milioni di anni, ma la sua specie non era certo neonata, e le penne, così complesse e perfette, dovevano avere una lunga storia evolutiva. E quei lucertoloni le avevano inventate proprio per volare? Forse avevano visto i rettili volanti e ci volevano provare anche loro... Sì, ma gli pterosauri avevano una semplice membrana tesa fra le dita, come i pipistrelli. Però le penne devono essere nate prima del volo. Magari all’inizio le usavano per isolarsi dal freddo e dall’acqua, o per scendere dall’alto degli alberi a volo planato. Poi i più avventurosi avranno provato a decollare, ma battere le ali era un gran problema: l’Archaeopteryx non aveva il petto carenato... Carenato? Lo sterno degli uccelli non è piatto come il nostro: ha una lunga sporgenza dove si inseriscono i muscoli delle ali. Ce l’hanno solo i volatori. Di quell’archeo... di quello lì insomma, ne hanno trovato uno solo? No, qualche tempo dopo ne hanno scoperti altri cinque, per fortuna con il cranio, e si è visto che avevano ancora la bocca armata di denti acuminati come quelli dei rettili. Nel deserto del Karroo, in Sudafrica, è stato trovato un dinosauro pennuto lungo 4 metri, completamente ricoperto di piume, ma senza ali. L’hanno chiamato Syntarsus. Vennero alla luce uccelli in Argentina e nel Madagascar, mentre nell’America settentrionale si scopriva uno scheletro di Hesperornis, l’uccello acquatico del Cretaceo, e di Ichthyornis, marino anche lui. Pochi anni fa, nel 1996, ne hanno scavati molti altri nel nordest della Cina. Per esempio i Confuciosornitidi, i ”santi uccelli di Confucio”, trovati non troppo lontano da Pechino: i primi che avessero il becco. Il nome – atroce, eh? - viene da un filosofo vissuto 500 anni prima di Cristo, Confucio: K’ung fu’tzu, il Maestro Kung. I cinesi se ne intendono, di fossili? Anche troppo. Infatti quando si sono accorti che rendevano più di un anno di lavoro, qualche imbroglione ha cominciato a inventarseli, mescolando pezzi di scheletri e fabbricando animali fantastici, mai esistiti, che poi esportavano di nascosto... Però, grazie ai veri ritrovamenti, abbiamo imparato molte cose sugli uccelli primitivi. Soprattutto che hanno seguito strade diverse, e che solo alcuni sono diventati canarini, aquile e così via. Sai che l’Archaeotpteryx aveva ancora gli artigli sulle ali? Non sulle zampe, sulle ali. E oggi non li ha più nessuno, nemmeno le aquile? Nessuno. Anzi, no, uno ce l’ha. l’Hoatzin, l’uccello detto ”fossile vivente”, un uccello strano, con gli occhi contornati da squame come i rettili. Gli artigli sulle ali li ha solo quand’è un pulcino. Però ti dà un’idea di come si siano mossi, sugli alberi, gli uccelli antichissimi. Artigliavano i rami e salivano: forse si rifugiavano lassù perché c’erano in giro tanti rettili famelici. L’Hoatzin lo fa ancora perché nelle paludi del Venezuela, o lungo il Rio delle Amazzoni, dove abita, abbondano coccodrilli e rettili vari che cercano di mangiarselo. Da adulto vola poco, solo quanto basta per scappare... Non è come il gabbiano Jonathan Livingston, eh? Gli uccelli però sono proprio fortunati. Se rinasco voglio essere un gabbiano anch’io. Volano, nuotano, galleggiano, camminano. Ma come fanno? Hanno ali, penne e intelligenza per sfruttare le correnti ascensionali e per affrontare il vento; zampe palmate, o addirittura ali simili a pinne per nuotare. E quando stanno in piedi sono i bipedi migliori del mondo. Noi siamo niente, al confronto. Per l’uomo stare diritto è uno sforzo, appena può cerca una sedia, e un mucchio di gente, prima o poi, si lamenta del mal di schiena. Secondo me l’Homo erectus si è messo in piedi troppo presto. Loro invece... hai mai visto canarini seduti? Quando covano e basta. Solo allora. E sai perché in aria sono così leggeri? Hanno le ossa pneumatiche, vuote. Pensa che un pellicano pesa più di 12 chili, mentre le sue ossa, tutte insieme, non pesano nemmeno 500 grammi. Ma dài... Sì, e nelle cavità si formano sacche d’aria. Adesso ti dico una cosa buffa: lo sai che milioni di anni fa molti uccelli erano grandi come cavalli e i cavalli piccoli come cani? Davvero? Gli uccelli erano così grandi? Pensa che tra 50 e 35 milioni di anni fa, spariti i dinosauri, il più feroce predatore dell’America settentrionale era proprio un uccello carnivoro, alto due metri: il Dyatrima. E non c’è neppure bisogno di andare tanto indietro nel tempo. Nella Nuova Zelanda viveva l’uccello Moa, alto quattro metri. Gli struzzi discendono dai Moa: corrono, ma non volano. Però se dessero un’artigliata a un uomo, lo farebbero secco. Come mai quelli grossi sono scomparsi? Gli uomini li hanno sterminati. Non c’era motivo di farlo, ma l’hanno fatto lo stesso. E non sono stati solo loro, le vittime della nostra crudeltà idiota. L’uccello del Paradiso, uno dei più belli, ha rischiato l’estinzione perché le signore volevano addobbarsi con le sue meravigliose piume. Ne hanno massacrati a migliaia, giù nella Nuova Guinea e nelle isole vicine, finché i governi hanno incominciato a capire che gli ”uccelli divini” erano un’attrattiva turistica e andavano salvati. Ma io penso che i poverini se la siano cavata soprattutto perché la stupida moda di mettere piume sui cappellini è passata. Perché li chiami uccelli divini? Sono così splendidi che la gente del posto li credeva scesi dal cielo. Oh, ma loro lo sanno, e sono vanitosissimi. Passano il tempo a lisciarsi, agghindarsi e farsi ammirare. Scendono dagli alberi solo per il bagno quotidiano, anzi i bagni, visto che ne fanno due al giorno. Tu quali uccelli preferisci? Mi piacciono quasi tutti, ma forse mi incantano di più i colibrì, gli uccelli-mosca. Sembrano gioielli: ce ne sono più di trecento specie diverse con forme e colori fantastici, spesso metallizzati. Li trovi in Alaska come in Patagonia; sopportano bene il caldo, ma anche il freddo. Qualche specie si riproduce perfino quando nevica. Guardarli è una favola: i fiocchi cadono sui loro nidi minuscoli, fatti con tele di ragno ammatassate come bambagia, e sembra d’essere in un mondo di gnomi. Quello che mi affascina di loro, però, non è solo la bellezza: sai che quegli affarini conoscono tutti i segreti dell’ingegneria aeronautica? Gli aerei e gli elicotteri sono niente, in confronto a un colibrì. Dai, mamma, stai scherzando. No, no. Pensa che possono volare, piccoli come sono, a più di cento chilometri l’ora. Il colibrì Gola di Rubino, che fa il nido nel Canada meridionale, d’inverno migra nell’America centrale traversando il Golfo del Messico: fa 7000-8000 chilometri in una sola tappa. Possono rimanere in surplace, ossia fermi, di fronte a un fiore dal quale bevono il nettare; possono fare qualunque acrobazia, come salire in verticale e mettere la retromarcia in un istante. Sembrano fragilissimi, invece riescono a battere le ali più di settanta volte al secondo. Un corvo le batte appena due o tre volte. Il loro cuore può arrivare a 1300 pulsazioni al minuto... Ti basta, o continuo? Mi basta, mi basta. M’hai convinto, però qui da noi non ci sono. No, ma ti porterò a Torino a vederli. In un piccolo museo di storia naturale c’è una stanza intera con più di mille uccelli-mosca imbalsamati, messi insieme da un frate vissuto tra l’Ottocento e il Novecento. Chi l’ha conosciuto dice che collezionare stupendi colibrì era il suo modo per celebrare la grandezza della creazione e rendere grazie a Dio. Rendeva grazie a Dio uccidendo i colibrì? Non li avrà uccisi lui, ma forse qualcuno li ha uccisi per lui e quand’è arrivato nell’aldilà avrà avuto una brutta sorpresa, Dio gli avrà spiegato che non si celebra la Sua grandezza ammazzando uccellini. Però c’è un aneddoto che mi ha divertita: una sera, al teatro Regio, si è fatto dare da una signora il colibrì che ornava la sua acconciatura. Meglio al museo che su uno stupido cappello. Vero, vero. Ancora una cosa, mamma: è vero che le aquile sono i re e le regine degli uccelli? Vero. E vivono in coppia, fedeli per tutta la vita, ma come tutte le coppie felici, litigano. Volano insieme, vanno a caccia insieme, però quando è il momento di mangiare si strappano la preda a vicenda a forza di beccate, perché dopotutto, diceva il Brehm, un famoso naturalista dell’Ottocento, «l’amore coniugale è sempre inferiore alla gola». Mirella Delfini