Maria Teresa Cometto, "CorrierEconomia" 26/1/2004 pagina 9, 26 gennaio 2004
«Il problema fondamentale nei paesi poveri dell’Africa e dell’Asia non è che gli "sweatshop" (le industrie occidentali) sfruttano troppi operai; è che non ne sfruttano abbastanza»
«Il problema fondamentale nei paesi poveri dell’Africa e dell’Asia non è che gli "sweatshop" (le industrie occidentali) sfruttano troppi operai; è che non ne sfruttano abbastanza». L’ha scritto sul "New York Times" l’opinionista democratico William Kristof, in un reportage dalla Cambogia: «Farsi sfruttare in fabbrica è un sogno per una ragazza come Nhep Chanda, 17 anni, una delle centinaia che a Phnom Phen, tutti i giorni, rovistano nelle discariche di immondizie in cerca di plastica e metalli da rivendere, cibo da mangiare, guadagnando in media 75 centesimi al giorno e intossicandosi con i fumi dei rifiuti che bruciano, tagliandosi i piedi con i vetri rotti e le lamine arrugginite. Lavorare in uno "sweatshop", al chiuso, protetta dal sole cocente, "solo" sei giorni alla settimana per 2 dollari al giorno è un miraggio di emancipazione e di sicurezza. E, per una ragazza, anche un modo di stare lontana dall’industria del sesso, fiorente in quei paesi. I posti in fabbrica sono così desiderati in Cambogia, che per ottenerli spesso i candidati corrompono qualcuno in azienda con un mese del futuro salario»