Varie, 26 gennaio 2004
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Salvadore Sandro
• Milano 29 novembre 1939, 4 gennaio 2007. Calciatore • «È uno dei giovani rampanti che, con Bulgarelli, Rivera e Trapattoni, Gipo Viani e Nereo Rocco valorizzano alle Olimpiadi romane del 1960. Terzino, stopper, libero: difensore a tutto tondo, ora lezioso ora chirurgico, un po’ dottor Jekyll e un po’ mister Hyde. Partecipa, nel Milan, alla conquista degli scudetti del 1959 e 1962. Improvvisamente, viene trasferito alla Juventus in cambio di Bruno Mora. La staffetta fa scalpore e lì per lì sembra favorire soprattutto la società rossonera. Alla lunga, Salvadore e la Juve si toglieranno non poche soddisfazioni. Bilancio: 331 presenze e 22 reti in campionato, tre scudetti (1967, 1972, 1973), una Coppa Italia (1965). Capitolo Nazionale: 36 presenze, zero gol. Debutta il 10 dicembre del ‘60, a Napoli: Italia-Austria 1-2. Un’amichevole non banale: la prima di Giovanni Trapattoni, l’ultima di Giampiero Boniperti. Nel 1968 si laurea campione d’Europa all’Olimpico, titolare nella finale-bis con la Jugoslavia (2-0). Alla vigilia dei Mondiali messicani, gli è fatale un doppio autogol contro la Spagna (2-2) a Madrid. Il ct Valcareggi, scettico, non lo impiegherà più» (“La Stampa” 12/1/2004) • «I bambini juventini che andavano allo stadio tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, specialmente d’inverno, si chiedevano se Sandro Salvadore fosse un robot o una creatura dello spazio (allora il genere aveva molto successo). Perché portava le maniche arrotolate anche sotto la neve, e perciò non sentiva mai freddo. Neppure dolore, quando lo menavano e quando più spesso menava lui gli altri, mazzolando in difesa però con suprema eleganza. Non era umano con quella smorfia un po’ truce, la faccia cattiva degli eroi da fumetto e il petto gonfio, e la statura da corazziere, e il coraggio dei temerari. Un duro di classe. Uno dei più forti difensori della storia del calcio italiano, anche se il suo nome non dirà nulla ai ragazzini di oggi che non credono ai pupazzi meccanici. Sandro Salvadore detto “Billy” [...] È stato un difensore moderno in anticipo sul calcio totale, perché lui arrivò prima degli olandesi. Faceva, benissimo, il libero - suo ruolo d’elezione - ma anche lo stopper o il terzino di fascia, diventando all’occorrenza centrocampista aggiunto e incursore d’area: 450 partite con la Juve e 24 gol spiegano che difensore fosse. Grande tempismo, sia nelle mischie da sbrogliare nella propria area sia in quelle da risolvere, magari con un colpo di testa vincente, in quella altrui. Milanese di nascita e formazione calcistica, con il Milan vinse due scudetti (’59 e ’62) e tre con la Juventus (’67, ’72 e ’73), restando bianconero per dodici anni e saldando l’epoca di Heriberto Herrera (che lui di certo non amava) a quella di Boniperti presidente. A trentacinque anni, con 36 presenze in nazionale e 17 da capitano, più una Coppa Europa vinta (1968), lasciò il posto a un ragazzo timido che da lui imparò a essere meno grezzo ma proprio non gli riuscì di capire come diventare almeno un po’ più cattivo. Si chiamava Gaetano Scirea. Uomo di poche parole e se necessario aspre, Salvadore è stato davvero un grande campione e avrebbe forse meritato di più, ad esempio in azzurro: sarebbe stato tra gli eroi del Messico se non avesse perso la nazionale per colpa di due sventurate autoreti nella stessa partita, il 21 febbraio 1970 contro la Spagna, a pochi mesi dal suo probabile terzo mondiale (aveva preso parte alle edizioni del ’62 in Cile e del ’66 in Inghilterra): Valcareggi decise che non era più il caso. Capitan Billy soffrì moltissimo, come sempre in silenzio. In quei momenti fuggiva da tutto e si rifugiava in famiglia oppure nei boschi, a caccia. Non dava soddisfazioni ma se ne tolse parecchie. Una volta si diceva: “un signor giocatore". “Non voleva mai perdere, era una persona speciale” ricorda Anastasi. “Era un maestro, la domenica andavamo a messa insieme” dice Bettega. “Arrivai alla Juve ragazzino, e Sandro era il mio compagno di camera: me ne ha insegnate, di cose” spiega Causio. “Un grande calciatore, un difensore con la classe di un centrocampista” afferma Morini. “Un punto di riferimento, un serbatoio inesauribile di consigli” sono le parole di Furino che da Salvadore ereditò la fascia di capitano e il dovere del carisma, quella forza d’urto anche morale che trascina gli altri nei momenti difficili, però devi averla già dentro. È merce pregiata che non si compra. I tifosi juventini più memoriosi e nostalgici ricorderanno Salvadore nelle epiche sfide contro il Benfica, quel suo uscire dall’area a testa alta, coordinandosi alla perfezione anche nei momenti di tempesta, tra le onde oceaniche delle partite più tremende. Un pilastro. A volte diluviava, in quelle remote notti di Coppa dei Campioni, ma la nebbia dentro le tivù in bianco e nero non impediva di ammirare un uomo con le maniche arrotolate, uno di quelli che non sentono mai freddo» (Maurizio Crosetti, “la Repubblica” 5/1/2007) • «Quando lo rivoltavi, per spalmargli sulla schiena la Coccoina e attaccarlo sull’album, ti fissava con quello sguardo da arcigno difensore. Salvadore Sandro, come scriveva sull’etichetta del vino che produceva nei suoi 35 ettari a Castiglione d’Asti [...] Al Milan fece il provino con Giovanni Trapattoni. Presero il Trap. Salvadore fu rimandato. “Questo è troppo mingherlino — disse Gipo Viani —, facciamolo mangiare e riproviamo tra quindici giorni”. Due settimane dopo era assunto. Lo cedettero alla Juve nel 1962 in cambio di Mora. La squadra era in tournée in Sudamerica. Rocco lo chiamò: “Domani non giochi, sei della Juve”. Di procuratori e sindacato neanche l’ombra. Smise nel 1974 e se ne andò in campagna. In un’intervista aveva indicato il suo erede: «C’è quel Scirea, mi dicono un gran bene di lui”. La foto delle figurine Panini, che noi ragazzi incollavamo con timore per via della sua espressione, come tanti altri aspetti del suo carattere, hanno indotto al luogo comune. Sandro Salvadore passava per arcigno nei modi, nella gestione dei soldi, sul campo. Lui, nato aMilano da famiglia operaia — il padre lavorava alla Pirelli —, “studi” da falegname (“mi sono tornati utili quando ho tirato su la balconata”) a 2.500 lire la settimana, prima che Gipo Viani gliene offrisse il doppio al Milan, spiegò un giorno, quello sguardo, quell’immagine, oltre il luogo comune: “Non ero spocchioso, magari orso. Un difetto di gioventù. Una rivalsa, quando vieni dal niente e lo sport ti offre la possibilità di emergere ripaghi così chi prima non ti considerava. Non sono mai stato avaro, ma non ho mai avuto un tubo e quando sono arrivati i soldi ho continuato a spendere come prima”. Pratico, più che spilorcio. Così, a chi gli rinfacciava, a metà degli anni 70, di girare ancora con una “2300” vecchia di 10 anni rispondeva: “Delle auto moderne non mi fido, questa nonmi ha mai abbandonato”. Per chiuderla con la sua generosità, comunque, basta chiedere in giro nell’astigiano dopo la devastante alluvione del 5-6 novembre 1994, quando Salvadore Sandro si mise gli stivaloni e si mischiò ai volontari che spalavano fango e rimasugli di vite altrui. Anche sul prototipo del difensore arcigno, all’italiana, che aveva ricoperto in tutti i ruoli, da destra a sinistra, ebbe qualcosa da svelare, molti anni dopo il suo ritiro. “Ero fatto per la zona, con Liedholm avrei dato il massimo”. Ultima eredità che rifiutava: quella delle due autoreti con la nazionale in Spagna-Italia il 21 febbraio del 1970: 2-0 per gli azzurri, 2-2 “grazie” a lui. “Anche qui, va bene la prima, ma la seconda palla non l’ho toccata”. Con le moviole di oggi forse non avrebbe restituito la maglia azzurra dopo due Mondiali sciagurati (1962-66) e un felice Europeo (vittoria nel 1968), 36 presenze e 17 fasce da capitano. A proposito. Lo chiamavano “capitan Billy”. Anche sul soprannome diverse interpretazioni: 1) da Billy Wright, arcignodifensore dei Wolverhampton Wanderers e della nazionale inglese; 2) da Pecos Bill, per la sua passione per la caccia e per la sua postura da cow-boy […]» (Roberto Perrone, “Corriere della Sera” 5/1/2007).