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 2004  gennaio 26 Lunedì calendario

BLANKERS KOEN Francina (Fanny). Nata a Baarn (Olanda) il 26 aprile 1918, morta a Hoofdorp (Olanda) il 25 gennaio 2003

BLANKERS KOEN Francina (Fanny). Nata a Baarn (Olanda) il 26 aprile 1918, morta a Hoofdorp (Olanda) il 25 gennaio 2003. Campionessa d’atletica leggera. Comincia come nuotatrice a 16 anni, per passare l’anno dopo all’atletica: corre gli 800 e, al debutto, ottiene il record nazionale assoluto, con 2’29’’. Ma per andare ai Giochi di Berlino ’36 sceglie alto e velocità, sarà 5ª in entrambe le gare. Nel ’ 38 il primo mondiale, 11’’0 nelle 100 y, e due bronzi agli Europei. Conosce il tecnico Jan Blankers e lo sposa nel ’ 40. Due anni dopo, nasce Jan jr, e Fanny debutta sugli 80 hs, con 11’’3: mondiale della Testoni eguagliato! Ottiene altri due mondiali, nell’alto e nel lungo, lo stesso anno. Nel ’45 nasce Fanny jr, l’anno dopo per un infortunio agli Europei ottiene solo due ori. A Londra conquista 4 vittorie dal 31/ 7 al 7/ 8 (100, 200, 80 hs e 4x100); due anni dopo agli Europei gli ori sono tre, argento in staffetta. Nel ’51 stabilisce il 10 ? record del mondo ufficiale (più sei migliori prestazioni) nel pentathlon, l’anno dopo va a Helsinki, ma è malata e si ritira. Smetterà a 37 anni, vincendo l’ultimo di 58 titoli nazionali nel peso. «La mammina volante. L’avevano chiamata così perché a trent’anni, con due figli a carico, era stata capace di vincere quattro ori nel ’48 ai Giochi di Londra. 80 ostacoli, cento, duecento, staffetta 4x100. Le avevano anche detto che era troppo vecchia per provarci. Perché non si accontentava di fare la mamma? Come risposta, lei su una pista in cenere trasformata in campo di patate partecipò in otto giorni a 11 corse e le vinse tutte. Gambe secche, fisico asciutto, muscolo e pelle. Era detentrice di sette primati mondiali. C’è sempre la sua foto sul traguardo, numero 692, busto eretto, testa un po’ reclinata all’indietro, nella staffetta fece risalire la sua squadra dal quarto al primo posto. Allora decisero di portarle un po’ più di rispetto e la definirono la versione femminile di Jesse Owens. Lei continuava a non capire: ”Ho solo corso veloce, perché fate tante storie?”. [...] Nel ’99 La Iaaf l’aveva proclamata la più grande atleta del ventesimo secolo. E lei era rimasta sorpresa un’altra volta: ”Vorrete mica dirmi che ho vinto io?”. Si chiamava Francina, era nata in una famiglia di agricoltori, nel tempo libero andava in bicicletta, cuciva, faceva giardinaggio. A 14 anni si era aperta con il suo professore di educazione fisica: ”Vorrei vincere le Olimpiadi”. Lui le aveva risposto di scegliere l’atletica. Lei si era scelta anche marito e allenatore, Jan Blankers, ex campione di triplo. E a 18 anni ai Giochi di Berlino si era classificata sesta nell’alto e quinta nella staffetta. Senza mancare di chiedere un autografo al grande Jesse Owens. A Londra prima della finale dei 200 ebbe una crisi di nervi, con nausea e pianto. Voleva abbandonare, il marito la convinse a resistere. Vinse la gara con sette metri di vantaggio, il più grande della storia. Negli 80 ostacoli dopo una corsa durissima stabilì con 11’’2, lottando fino al filo di lana, il nuovo primato mondiale, l’unico dei Giochi. Ci fu suspense all’arrivo. E quando Fanny sentì risuonare l’inno inglese, pensò che a vincere fosse stata la sua avversaria Gardner. Invece era solo entrata nello stadio la famiglia reale. Nella staffetta la terza frazionista consegnò il bastoncino a Fanny con un certo ritardo, lei si mise all’inseguimento dell’australiana King e la sorpassò sul traguardo, eguagliando il primato olimpico. La seconda guerra mondiale l’aveva privata di altre medaglie. Fanny andò anche a Melbourne nel 52, nonostante fosse debilitata da una cura di penicillina. Sosteneva che ormai poteva essere battuta perché era la più grande. Si qualificò grazie al suo orgoglio negli 80 ostacoli, ma poi si piantò alla terza barriera e corse avvilita negli spogliatoi. Senza nemmeno sentire il grande applauso con cui il pubblico salutò il suo abbandono. Fanny non solo vinse, ma fece correre le donne fuori dalla caverne. Stabilì 20 primati mondiali: velocità, ostacoli, lungo, alto e pentathlon. Si aggiudicò 5 titoli europei e 58 nazionali. Con lei l’atletica femminile saltò davvero avanti. E lei lo sapeva. In un’intervista aveva dichiarato che Madame Curie, Maria Montessori, Katherine Mansfield e Fanny Blankers erano le quattro donne più importanti del secolo. Ridicolizzò un giornalista americano, Maxwell Stiles, che insisteva sui pericoli dello sport per l’altro sesso e per la maternità. Fanny non aveva paura a ribadire che i suoi successi e i suoi record erano un mezzo per l’emancipazione femminile. Gli olandesi nel ’48 ad Amsterdam le decretarono il trionfo con una statua e la vollero applaudire sulla carrozza con il tiro a sei e gli accompagnatori in livrea, rigidi e impettiti. I vicini le regalarono anche una bici: ”Per non fare più tanta fatica”. Lei ringraziò a suo modo: ” stato così facile farvi felici”. Grandissima. Anche quando nel ’72 ai Giochi di Monaco incontrò Owens e perse tempo a spiegare il suo nome e cognome, con Jesse che diceva ”lasci perdere, so chi è”. E lei: davvero? Quando Fanny ricordava i suoi tempi era solo per dire che allora era più semplice portare gioia alla gente. ”Perché la vita era dura e c’erano poche occasioni per festeggiare”. Lei che sapeva che la felicità arriva solo se si lotta fino alla disperazione» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 26/1/2004). «Era l’Owens al femminile, si trasformava da velocista a ostacolista, da saltatrice in alto a lunghista. Viene attribuita grande importanza storica all’apparizione di Fanny Koen, poi Blankers dal nome del marito e allenatore, perché negli Anni Trenta non esistevano controlli sul sesso, la frequentazione di questo sport da parte di giovanette molto mascoline creava parecchie chiacchiere e perplessità. La giovane olandese che cominciò a vincere con il suo stile elegante, che salì al vertice alle Olimpiadi di Londra ’48 con 4 medaglie d’oro dopo aver messo al mondo due figli, diede la prima vera patente di credibilità e di simpatia all’atletica femminile. La leggenda racconta che Fanny si diede alla pista per civetteria. Siamo ad Amsterdam, anno 1935, lei ha compiuto da poco i 16 anni. In occasione del saggio ginnico la ragazza sarebbe stata colpita dal fascino del trentenne signor Blankers, che nella doppia veste di giornalista sportivo e allenatore andava alla scoperta di nuove promesse. L’unico modo per farsi notare da lui era quello di vincere i 100 metri: lei s’iscrisse alla corsa, arrivò prima. Quattro anni dopo era sua moglie. Sicuramente l’approccio con il futuro sposo avvenne lì, ma l’altro approccio, quello con l’atletica, era già avvenuto un anno prima grazie al padre, appassionato di questa disciplina, che aveva rapito la figlia al nuoto dove aveva un avvenire promettente. Sta di fatto che un anno dopo l’incontro galeotto l’allenatore Blankers già la portava a Berlino ’36, dove Fanny era quinta nell’alto (1,55) e quinta con la 4x100 dell’Olanda. Era l’inizio di una carriera sfolgorante che soltanto la guerra avrebbe frenato. Ma in quegli anni bui la Koen, già signora Blankers, non stava ferma. Collezionava due figli, Jahn come il padre e Fanny come lei, più 8 record del mondo. Citiamo quelli dei 100 (11”5), degli 80 hs (11”), del lungo (6,25), dell’alto con 1,71, ottenuto con la semplice «sforbiciata». Se appena avesse affinato la tecnica, avrebbe potuto sbalordire ancor più. Era alta 1,75, pesava 63 chili, aveva una fluidità e una forza muscolare come non s’era mai vista. [...] Per quei suoi straordinari successi la federazione olandese le regalò un grammofono al 50 per 100, consentendole di pagare la sua metà a rate... A 32 anni fu ancora tre volte campionessa europea a Bruxelles, poi si arrese ai Giochi di Helsinki ’52 quando cadde in finale su un ostacolo che fermò per sempre la sua corsa all’oro. Era stata fra le prime a comprendere l’importanza di un allenamento duro e programmato, ma alle doti fisiche univa qualità psichiche fuori del comune che la portavano, in gara, a esaltarsi. Sarebbe diventata allenatrice molto apprezzata, in seguito. Lascia un caldo ricordo in tutto il mondo dell’atletica e anche in Italia dove venne spesso, segnatamente a Brescia, perché era legata da grande amicizia con Gabre Gabric, campionessa del disco e moglie del non dimenticato Sandro Calvesi, il ”papà” dei formidabili ostacolisti azzurri» (Gianni Romeo, ”La Stampa” 26/1/2004).