Simone De Clementi Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 25 gennaio 2004
Il solo toccarlo avrebbe provocato la morte del paziente: fu questa credenza a impedire per molto tempo ai medici di intervenire sul cuore
Il solo toccarlo avrebbe provocato la morte del paziente: fu questa credenza a impedire per molto tempo ai medici di intervenire sul cuore. A sfatarla è stato William Harvey (1578-1657), anatomista e fisiologo inglese, che per primo descrive il funzionamento dell’organo nella sua opera De motu cordis. Bisogna però aspettare il 1829 per il primo drenaggio del liquido stagnante nell’involucro del cuore, il pericardio, effettuato dal medico militare francese Dominique Jean Larrey su un soldato. Nel 1842 la svolta: facendo inalare etere a un paziente, Crawford Long scopre l’anestesia totale. Poi è la volta dell’italiano Guido Farina che nel 1896 pratica il primo intervento sul muscolo cardiaco, suturando una ferita da taglio nel ventricolo destro. Cominciano anche i primi studi sperimentali sui difetti valvolari e si studiano terapie chirurgiche per operare gli aneurismi. Ma gli interventi più complessi sono tutti del Novecento. Se la cardiochirurgia si era limitata a operare a cuore chiuso, per curare i difetti più gravi diventa necessario sviluppare delle tecniche per aprire il cuore, riducendo o fermando il battito cardiaco senza danneggiare il cervello. Nel 1950 Bill Bigelow nota che quando gli orsi bianchi vanno in letargo arrestano o riducono il battito cardiaco: da qui l’idea di abbassare la temperatura durante le operazioni a cuore aperto. Nel 1958 il londinese Dennis Melrose provoca l’arresto cardiaco. Poi viene creata una macchina per la circolazione extra-corporea che, mentre il cuore rimane fermo, fa circolare il sangue e lo ossigena. Si arriva così al 1967, quando il chirurgo sudafricano Christian Barnard esegue il primo trapianto di cuore. Federica Baroni