Marxiano Melotti Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 25 gennaio 2004
«Un villaggio preistorico interamente costruito sulle acque e a due passi da Pompei. Una scoperta sensazionale destinata ad arricchire, se non addirittura a cambiare radicalmente, le nostre conoscenze sulla storia più antica della penisola italiana»
«Un villaggio preistorico interamente costruito sulle acque e a due passi da Pompei. Una scoperta sensazionale destinata ad arricchire, se non addirittura a cambiare radicalmente, le nostre conoscenze sulla storia più antica della penisola italiana». «Tutto è cominciato per caso», spiega Claude Albore Livadie, l’archeologa che coordina gli scavi a Poggio Marino, 8 chilometri da Pompei. «Siamo stati chiamati a saggiare un’area destinata alla costruzione di un depuratore. Sin dal primo sondaggio ci siamo resi conto che ci trovavamo di fronte a un insediamento di altissimo interesse archeologico, ma non potevamo immaginare l’importanza di ciò che avremmo ritrovato in seguito». Sono bastate poche settimane di scavo per individuare i resti di un villaggio dalla struttura complessissima, un gioiello dell’architettura preistorica, tanto da meritarsi subito il soprannome di ”Venezia della preistoria”. «Man mano che gli scavi proseguivano, abbiamo visto ricomparire solide barriere di contenimento delle acque, un intrico di canali e palafitte che ci ha lasciato senza fiato. Eravamo davvero affascinati dall’intelligenza ingegneristica di queste strutture antichissime». La gioia e l’orgoglio della scoperta lasciano un’espressione indefinibile e coinvolgente sul volto dell’archeologa francese, mentre mostra e ammira i reperti che continuano a venire alla luce. nel cuore di un crocevia L’area di Pompei, vicino a cui si trova Poggio Marino, è sempre stata, per la ricchezza delle sue terre, un crocevia di genti: greci, etruschi e romani e una miriade di altri popoli, di cui in gran parte si è persa memoria. Il fiume Sarno rappresenta il cuore di questa terra: non solo ne assicurava la fertilità, ma soprattutto costituiva un’importante via di comunicazione e trasporto tra la costa e l’interno. Pertanto non dobbiamo stupirci se, proprio su questo fiume, 3.500 anni fa, in una fase storica che gli archeologi chiamano età del bronzo, prese vita questo villaggio. Probabilmente per difendersi dalle popolazioni vicine, i primi abitanti scelsero di costruire le loro capanne su palafitte in un’area in cui le acque del fiume si allargavano a formare un piccolo lago. Gli improvvisi ma periodici cambiamenti di livello delle acque del fiume, un problema che ancor oggi, se pure per altre ragioni, caratterizza questa zona, e la natura parzialmente paludosa del territorio, costrinsero però gli abitanti a sviluppare una particolare tecnologia costruttiva. Il corso del fiume venne infatti regolato con un sistema di canali e di solidi argini, formati da barriere di pali di legno, pietre e ossa di animali, che permisero la creazione di piccoli isolotti su cui costruire le abitazioni. un sistema di canali Il villaggio palafitticolo, una tipologia relativamente diffusa nell’Italia preistorica, si sviluppò così nella forma peculiare del villaggio fluviale costruito su un sistema di isolotti artificiali. Questa canalizzazione è stupefacente: «I canali principali» spiega Claude Arborie «servivano al trasporto, quelli secondari permettevano di controllare il livello delle acque». Un’opera lunga e complessa, che ha implicato un duro lavoro di disboscamento per ottenere i pali necessari alla costruzione delle barriere. La vista di questi pali, che le terre fangose del fiume hanno mantenuto in ottimo stato, è davvero straordinaria. un lavoro che non ha nulla da invidiare alle cosiddette ”mura ciclopiche” che cingono le antiche città, in parte coeve, di Micene, Tirinto o Troia. Cambia il materiale, ma l’intelligenza costruttiva è la stessa. Si tratta di opere che mostrano l’impronta dell’uomo sullo spazio naturale. In questo caso, in particolare, vediamo come una popolazione che non aveva a disposizione particolari strumenti tecnici, sia riuscita a controllare i pericoli di un’insidiosa area fluviale. Claude Albore ha individuato otto differenti livelli abitativi, che accompagnano lo sviluppo di questo centro dal XVI-XV secolo a.C. fino al VII-VI secolo, in piena età del ferro. «Un grattacielo di legno sotto i nostri piedi» esclama l’archeologa riferendosi agli otto metri di dislivello. La vivacità e la ricchezza del villaggio è testimoniata proprio dall’attenzione continua che gli abitanti rivolgevano al mantenimento e al consolidamento delle strutture della loro piccola città, sicura, ma in realtà sempre in pericolo, proprio come la nostra Venezia. La stessa continuità abitativa, ben mille anni, costituisce un elemento di grande interesse: nella maggior parte dei casi, i villaggi venivano fondati, si sviluppavano, ma dopo un certo periodo finivano per essere abbandonati, a causa di inevitabili calamità naturali, o in seguito a conquiste e distruzioni. raro trovare un sito abitato per così tanto tempo, che non si sia poi trasformato in una città, come accadde, per esempio, a Roma. Straordinaria è anche la densità abitativa di questa Venezia preistorica: un centinaio di abitanti per ettaro, su un’estensione stimata in sette o addirittura dieci ettari. Vale a dire circa un migliaio di abitanti in un contesto storico, come quello dell’età del bronzo, che raramente vedeva centri con più di cento individui. Probabilmente si trattava di un villaggio importante, in grado di attrarre gente dalle aree limitrofe, e sufficientemente ricco per poter mantenere una simile popolazione. Estensione, numero di abitanti, durata e tecnologia sono elementi convergenti che testimoniano la notevole ricchezza del sito: probabilmente la posizione fluviale ne faceva un fiorente centro di traffici commerciali e di produzione artigianale. centro commerciale Le migliaia di oggetti e di frammenti sinora ritrovati sembrano avvalorare questa ipotesi: anelli, fibule, coppe, statuette, frammenti di lavorazione di metallo, ambra, osso e ceramica delineano una presenza varia e consistente di artigiani, tanto che, al momento attuale, si può addirittura parlare di una sorta di ”villaggio industriale”. Anche il ritrovamento di alcune piroghe (imbarcazioni), di cui una in ottimo stato di conservazione, sembrerebbero confermare la natura commerciale dell’insediamento. Gli archeologi hanno tra l’altro individuato vere e proprie banchine d’approdo. Si trattava insomma di una comunità ricca, specializzata al suo interno, e intenta al commercio fluviale. Ma che fine ha fatto questo promettente villaggio? Perché non è riuscito a trasformarsi in una città ed è scomparso dalla storia? Le ipotesi sono molte, ma in ogni caso, potete tranquillizzarvi, c’è un lieto fine. Il sito venne probabilmente abbandonato in seguito a una serie di inondazioni e alla crescente pressione dell’espansionismo etrusco. Sappiamo però, anche sulla base dello studio delle necropoli dell’area, che la comunità non scomparve. Proprio nel periodo in cui il villaggio sul Sarno cominciò a declinare o venne abbandonato, si formò infatti, a pochi chilometri di distanza, un altro centro, destinato a uno straordinario sviluppo economico, anche se certo non più fortunato: Pompei. insomma molto probabile, almeno questa è l’opinione degli archeologi che seguono lo scavo, che la comunità del villaggio si sia semplicemente spostata di alcuni chilometri, dando vita alla futura Pompei. Marxiano Melotti