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 2004  gennaio 25 Domenica calendario

Prima di tutto, sfatiamo il mito di Jurassic Park. Qui non parleremo di Dna e di clonazione di dinosauri: riportare davvero in vita esseri estinti da milioni di anni è ancora (per fortuna) un sogno fantascientifico, ma ricomporre i loro resti fossili fino a ricostruire uno scheletro completo, e da qui risalire alla forma dell’animale e alla sua biologia, questo è un lavoro che i bravi paleontologi sanno già fare da almeno un secolo a questa parte

Prima di tutto, sfatiamo il mito di Jurassic Park. Qui non parleremo di Dna e di clonazione di dinosauri: riportare davvero in vita esseri estinti da milioni di anni è ancora (per fortuna) un sogno fantascientifico, ma ricomporre i loro resti fossili fino a ricostruire uno scheletro completo, e da qui risalire alla forma dell’animale e alla sua biologia, questo è un lavoro che i bravi paleontologi sanno già fare da almeno un secolo a questa parte. L’operazione è lunga quasi come allora, anche se oggi l’uso di nuovi materiali ha reso tutto più facile. Tuttavia la pazienza era e resta un ingrediente insostituibile. Innanzitutto bisogna avere la materia prima: uno scheletro di dinosauro. Nel più fortunato dei casi, ci troveremo davanti un mucchio di ossa disarticolate e schiacciate. Se chi ci ha preceduti negli scavi ha lavorato bene, queste ossa saranno state recuperate insieme alla matrice (la roccia che le inglobava) e impacchettate ben bene con una camicia di gesso e bende di juta, in modo da non subire danni durante il trasporto dal giacimento al laboratorio del nostro museo. Il laboratorio è un luogo di passaggio obbligato per quasi tutti i fossili, siano essi piccole conchiglie o enormi dinosauri. IL LABORATORio Si tratta di un ambiente decisamente originale, una via di mezzo tra una sala operatoria e la bottega di un artigiano del restauro, con microscopi sofisticati circondati da martelli e scalpelli, una radio sempre accesa e tanta, tanta polvere. Non di rado chi abbia visitato un museo moderno avrà potuto osservare le operazioni dei tecnici preparatori attraverso un vetro divisorio in una sala per il pubblico, ma nella gran parte degli edifici di vecchia concezione, i laboratori sono situati nei sotterranei e fuori dai percorsi dei visitatori. Sicché i non addetti ai lavori continuano a credere che i fossili vengano alla luce già belli puliti, così come sono esposti nelle vetrine, in definitiva apprezzando meno o ignorando completamente il valore acquisito dagli esemplari attraverso la loro preparazione. Preparare un fossile significa mettere in luce tutte le parti anatomiche conservatesi naturalmente nell’esemplare, asportando la matrice rocciosa che le ricopre con l’ausilio di particolari attrezzature. Oltre ai mezzi tecnici, serve anche una certa dose di manualità, ma soprattutto una pazienza certosina, perché si tratta di un lavoro molto lungo e di precisione, che può richiedere giorni, mesi o anni interi. Le tecniche sono grosso modo di due tipi: preparazione chimica e preparazione meccanica. Per poter effettuare una preparazione chimica, è necessario che le ossa fossili abbiano una composizione mineralogica diversa dalla matrice rocciosa, cosicché il solvente (di solito un acido) possa sciogliere il sedimento ma non lo scheletro dell’animale. La preparazione meccanica comporta un intervento diretto dell’uomo sul fossile; può essere di tipo manuale, se per l’estrazione dei reperti richiede l’utilizzo di scalpelli, lame e punte di acciaio o addirittura di spilli, oppure può avvalersi di apparecchiature di percussione (martelli, micromartelli e incisori pneumatici) e di abrasione (microsabbiatrici). Prima, durante o dopo la preparazione, le ossa fratturate devono essere ricomposte con speciali adesivi. Anche questo lavoro è tutt’altro che facile e rapido, poiché spesso alcuni pezzi del puzzle mancano e il numero di frammenti da incollare può superare tranquillamente il migliaio. Oltre che di collanti e consolidanti, i laboratori di paleontologia dispongono di gomme e di resine sintetiche necessarie ad eseguire calchi. Infatti, prima di esporre definitivamente al pubblico un fossile di particolare importanza è bene prevedere di eseguirne delle copie. A tale scopo si può produrre un modello negativo colando sulle ossa originali (una per una!) una gomma siliconica. Con essa, una volta che sia vulcanizzata in uno stampo elastico, si possono realizzare delle repliche dell’esemplare nel caso in cui vengano richieste da altri istituti, oppure copie perfette da esporre al posto dell’originale, se non si vuole correre il rischio che lo stesso venga danneggiato. Lo Studio dello scheletro Per essere ricomposto correttamente, lo scheletro del dinosauro deve essere analizzato a fondo dal punto di vista anatomico. Lo studio di un fossile richiede a volte anche più tempo della preparazione, soprattutto se si ha a che fare con una nuova specie. L’analisi della forma e della posizione di ogni osso all’interno della struttura scheletrica permette poi di interpretare l’anatomia funzionale dell’animale. L’indagine si basa sul principio che in biologia forma e funzione sono strettamente correlate: unghie appuntite e ricurve hanno, per i dinosauri come per i felini, una funzione predatoria, mentre dita munite di zoccoli servono per appoggiare bene a terra le possenti zampe di un rinoceronte e dovevano servire per la stessa funzione a un brachiosauro di 15 metri. Articolazioni piatte, come quelle tra le vertebre dorsali, rivelano poca mobilità, mentre arrotondate, come quella tra il cranio e le vertebre cervicali, indicano un’ampia libertà di movimenti. Anche le proporzioni del corpo sono importanti: torace snello ed estremità degli arti allungate, come negli struzzi e nelle gazzelle, significano che quel dinosauro era un buon corridore; al contrario, zampe corte e tozze sono correlate a un peso elevato e a un’andatura lenta . Lo studio della meccanica scheletrica deve essere poi combinato con l’esame delle impronte muscolari. Le ossa dei dinosauri hanno punti di attacco per tendini e muscoli in posizioni quasi sempre corrispondenti a quelle presenti sulle ossa dei loro lontani parenti viventi. In base all’esame dei vari muscoli e delle loro inserzioni sulle ossa di coccodrilli e uccelli, facendo le debite proporzioni, si possono stimare forma, volume e forza dei muscoli di un dinosauro. Come supporto allo studio dei fossili, al giorno d’oggi i paleontologi si possono avvalere di mezzi di indagine molto sofisticati, presi in prestito da altre discipline, prima fra tutte la medicina. Oltre ai raggi X per studiare le cavità delle ossa, si possono utilizzare i raggi ultravioletti (UV) per rilevare la presenza di residui organici quali pelle e muscoli, mentre la tomografia assiale computerizzata (TAC) può essere un valido aiuto nello studio della struttura interna di reperti conservatisi tridimensionalmente. nelle sale di un museo Scrivere o parlare di un dinosauro, anche se oggi possiamo contare sull’aiuto dei documentari televisivi o di belle animazioni consultabili su Internet, non basta a farlo rivivere nella mente della gente. Ci vuole un luogo dove sia possibile un incontro diretto tra il pubblico e questo essere venuto dal passato, dove tutti possano vedere con i loro occhi come era fatto e quanto era grande nella realtà. La sala espositiva di un museo scientifico è dunque la destinazione finale dello scheletro del dinosauro che abbiamo con fatica cercato, scavato, preparato e studiato. Attualmente i paleontologi preferiscono montare ed esporre nei musei le repliche degli scheletri fossili piuttosto che le ossa originali. Anche se questa idea piace poco ai visitatori, ci sono molti saggi motivi che consigliano questa scelta. Innanzitutto, una volta ricomposte, le ossa sono più difficili da studiare nei particolari. Poi, uno scheletro fossile necessita di supporti molto più pesanti e non può essere montato in pose dinamiche, che sono poco stabili. Inoltre, per nascondere le strutture metalliche di sostegno, bisogna perforare molte ossa (cioè danneggiarle irreparabilmente), oppure costruire appoggi sagomati su misura per ogni osso, e questi costano tempo e denaro; infine, l’ostensione degli originali comporta rischi di furti e vandalismi. Anche se si tratta di una copia, uno scheletro ben replicato e ben montato non perde il suo valore didattico. Nei calchi più accurati, le parti mancanti, per le quali è stata necessaria una ricostruzione, vengono colorate diversamente, oppure vengono indicate nelle didascalie che accompagnano l’esemplare. Per essere naturale, cioè esteticamente e scientificamente corretta, la posa in cui si decide di montare lo scheletro deve essere studiata sulla reale mobilità di ogni articolazione e deve essere in accordo con le conoscenze maturate dai paleontologi. Per adeguarsi alle più recenti deduzioni sulla biomeccanica dei dinosauri acquisite con lo studio delle impronte fossili, negli ultimi decenni molti musei hanno dovuto rimontare completamente alcuni scheletri la cui postura, con la coda trascinata per terra, si era rivelata errata. le ricostruzioni artistiche Il nostro dinosauro può ritornare in vita anche grazie a una ricostruzione artistica. L’illustrazione dei dinosauri come animali viventi è un lavoro di interpretazione critica dell’immaginazione, basato sui risultati di studi scientifici. L’artista deve naturalmente trarre spunto dall’osservazione degli ambienti e degli animali attuali e dalle loro forme e comportamenti: per quanto bravo, il paleontologo può dare una consulenza che è necessariamente limitata a ciò che è effettivamente deducibile dai resti fossili e dallo studio dei sedimenti, come la paleogeografia di una regione e la presenza di una certa associazione di piante e di animali nel periodo geologico che si intende ricostruire. Ma certi dati, come per esempio il colore dei dinosauri, dal momento che i pigmenti contenuti nella pelle non fossilizzano, sono lasciati totalmente alla fantasia degli artisti. I consigli migliori giungono ancora una volta dal confronto con gli animali attuali: come i grandi pachidermi delle savane africane, anche i dinosauri che vivevano in ambienti aperti dovevano avere colorazioni uniformi e poco appariscenti, mentre i dinosauri di foresta potevano assumere colori mimetici o, con strategia opposta, più appariscenti. In genere ci si ispira ai disegni presenti sulla pelle dei rettili attuali, ma dopo la scoperta dei dinosauri pennuti della Cina (vedi numero dello scorso maggio, pag. 54) i paleontologi e gli artisti hanno iniziato a copiare anche dalle livree degli uccelli, arrischiandosi a ricoprire alcuni dinosauri con tonalità sgargianti. Ma forse Madre Natura, che ha sempre dimostrato di avere più fantasia degli esseri umani, aveva creato anche dinosauri ”camaleonti”, capaci di cambiare colore.... Cristiano Dal Sasso