Marxiano Melotti Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 24 gennaio 2004
Che strana fiaba quella di Pollicino! Una coppia desidera disperatamente un bambino. Il desiderio, come in tutte le fiabe, magicamente si avvera
Che strana fiaba quella di Pollicino! Una coppia desidera disperatamente un bambino. Il desiderio, come in tutte le fiabe, magicamente si avvera. Arriva un bimbo piccolo, alto un pollice, che però è già un adulto: è furbetto, orgoglioso e anche un po’ presuntuoso. E i genitori che fanno? Alla prima occasione lo vendono. Sì, quando si presentano due furfanti, pronti a fare dello strano bambino un fenomeno da baraccone, il papà si lascia convincere senza troppe preoccupazioni, anche se, a sua discolpa, va detto che è lo stesso Pollicino a sollecitare la vendita. Un inizio curioso per un racconto destinato ai bambini. Se pensate bene, però, anche la fiaba di Pinocchio ha una struttura simile: il burattino prende vita nella mani di un anziano senza figli; è un neonato già adulto e convinto di sapere tutto, desideroso di avventurarsi da subito nel mondo esterno, che finisce per cadere nelle mani di sfruttatori senza scrupoli. Certo ci troviamo nell’ambito di racconti dall’intento moralistico, pensati per educare i bambini al rispetto di adulti e genitori: «Sei convinto di sapere tutto? Bene. Gira pure il mondo e vedrai che cadrai in pasto all’Uomo Nero...». Nel caso di Pollicino, però, si aggiunge il fatto che sono i genitori stessi a liberarsi di lui. La nonchalance con cui tutto ciò avviene fa pensare che fosse qualcosa di comune: nelle civiltà più povere, e non solo nel passato, i bambini rappresentavano una preziosa manodopera. Una famiglia numerosa rendeva più produttivo il lavoro nei campi. Per chi era meno abbiente, la vendita dei neonati poteva costituire una forma di arricchimento o un modo per liberarsi di una bocca da sfamare. E Pollicino, così piccolo, non si prospettava certo come un buon contadino. Ma forse c’è qualcosa in più. Da schiavo ad adulto La vendita di Pollicino può essere vista come una traccia di quella che gli antropologi chiamano ”servitù iniziatica”. In molti miti vediamo che eroi e divinità finiscono per diventare schiavi. Eracle, ad esempio, è costretto dapprima a servire il re Euristeo, che gli impone le famose fatiche, e poi la regina Onfale. Apollo lavora invece come mandriano, prima per Laomedonte e poi per il re Admeto. Questi periodi di servitù costituiscono la rappresentazione mitica del periodo di marginalità rituale, cui erano sottoposti i giovani nei loro percorsi educativi di iniziazione alla classe adulta. La temporanea schiavitù indicava una trasformazione dello status sociale e psicologico dei giovani: l’allontanamento da casa, la servitù in luoghi desolati li preparava a rientrare nel mondo sociale e ad acquistare lo statuto di adulti o cittadini. Anche per Pollicino è lo stesso: al suo ritorno a casa, tutto contento, esclama di fronte ai genitori: «Ho fatto una buona scuola nel mondo!». In una versione giapponese la trasformazione è ancora più evidente: il percorso termina con l’acquisizione della maturità sessuale. Pollicino salva una principessa che, grazie a un talismano, lo fa diventare grande e lo sposa. La marginalità iniziatica ritorna nella fiaba di Pollicino con immagini più raccapriccianti della schiavitù: il neonato viene inghiottito prima da una mucca e poi da un lupo (nella versione giapponese finisce nello stomaco di un brigante). L’inghiottimento è una rappresentazione simbolica della marginalità. L’eroe esce dal nostro mondo ed entra nel mondo altro. un motivo ricorrente in diverse culture: Eracle, Giona e Pinocchio finiscono nel ventre di una balena. In questo caso, però, il passaggio è accompagnato da un cambiamento dell’identità sociale: intestino e viscere non rappresentano solo il mondo infero della morte, ma anche quello infimo degli escrementi. Pollicino insomma, come molti eroi del mito antico, compie un viaggio iniziatico: per ritornare a casa, attraversa lo spazio della morte. Se Teseo s’inoltra nel Labirinto, sorta di mondo infernale, Pollicino è invece inghiottito dal bosco, spazio magico per eccellenza, ricettacolo di mostri. Teseo ritrova la strada seguendo il filo che aveva cominciato a srotolare al suo ingresso nel Labirinto. Allo stesso modo Pollicino, in una celebre versione, si salva in un primo momento dal bosco seguendo i sassolini che aveva fatto cadere sul sentiero: per un eroe il coraggio da solo non basta, serve anche un pizzico d’astuzia. Poi, però, viene portato nel bosco una seconda volta. E non avendo fatto in tempo a raccogliere sassolini, segna la strada con le briciole, che verranno divorate dagli uccelli. Quindi, non trovando più la via verso casa, sarà costretto ad affrontare l’orco: per un eroe, sottrarsi al suo percorso iniziatico è sempre impossibile. Come per un uomo affrontare le prove della vita. Marxiano Melotti