Martino Sacchi Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 24 gennaio 2004
L’esercito romano dell’età imperiale era una formidabile macchina non solo militare ma anche economica e politica: oltre a garantire la sicurezza contro i nemici, fungeva da volano economico per il territorio che proteggeva e da agente romanizzatore delle regioni in cui si insediava
L’esercito romano dell’età imperiale era una formidabile macchina non solo militare ma anche economica e politica: oltre a garantire la sicurezza contro i nemici, fungeva da volano economico per il territorio che proteggeva e da agente romanizzatore delle regioni in cui si insediava. L’unità base dell’esercito era la legione, composta da 5-6.000 soldati circa, quasi tutti di fanteria, cui si aggiungevano truppe ausiliarie fino a raddoppiare gli effettivi. Lo storico romano Tacito ci informa che nel 25 d.C. c’erano 25 legioni per un totale di circa 240mila uomini. La gerarchia rispecchiava la struttura della società romana: un uomo della classe senatoria iniziava dai gradi più alti, un cavaliere (che non superava cioè i 400mila sesterzi di reddito) entrava nell’esercito come ufficiale inferiore. I centurioni (i sottufficiali di oggi) erano forniti dalla classe dei notabili di provincia, mentre la plebe dava i legionari. Le promozioni avvenivano anche in base al coraggio, ma di fatto i meccanismi di avanzamento privilegiavano le classi sociali più elevate. Le unità erano acquartierate in attrezzatissimi castra (accampamenti), nei quali i legionari passavano gran parte del tempo. Queste basi erano poste in punti strategici, da cui le truppe potevano muovere rapidamente per bloccare qualsiasi tentativo di invasione nei 6.400 km di confine: la mobilità era un fattore essenziale della strategia romana e questo spiega l’importanza di strade e ponti, nella cui costruzione i romani erano maestri. Quando la legione si spostava, gli effetti personali dei soldati venivano trasportati da carri (salmerie) che viaggiavano al centro dell’esercito per essere più protette. I legionari avevano molti privilegi tra cui quello di ricevere un soldo regolare: l’imperatore Augusto aveva fissato una paga di 225 denari annui per i soldati semplici, ma un centurione ne guadagnava 3.750 e il comandante di una legione arrivava a 15mila denari. I soldati dovevano però comprarsi armi, uniformi, vestiti, tende e cavalcature. In questo i legionari si distinguevano dagli altri eserciti dell’antichità: tutti i soldati si presentavano con una tenuta da combattimento uguale, il procintus, che consisteva in elmo, corazza, scudo, spada, giavellotto e mantello corto e rosso. Questi capi venivano indossati prima di andare in battaglia: da qui l’espressione italiana «essere in procinto di». Una parte della paga (fino a un tetto di 250 denari per soldato) doveva essere depositata presso la cappella delle insegne di ogni legione, che fungeva quindi da Cassa di Risparmio del reparto. Ai soldati rimaneva però abbastanza liquidità per permettersi beni, non di prima necessità, che attiravano un mercato attivo e vivace nelle vicinanze dell’accampamento. Oltre alle spese dei singoli legionari, c’erano poi quelle dell’unità nel suo complesso: una legione consumava in sei giorni 180 ettolitri di grano, pari alla produzione di 8 ettari di terreno, cui si dovevano aggiungere cospicue razioni di carne, pesce, uova, legumi, fagioli e lenticchie: la dieta dei legionari era più varia di quanto si creda. I legionari ufficialmente non potevano prendere moglie, ma la lunga permanenza delle truppe nello stesso luogo favoriva la nascita di coppie stabili. Attorno agli accampamenti fissi, poi, nascevano dei veri e propri agglomerati urbani, le canabae o vici, che a volte si trasformavano in municipia o addirittura in coloniae, acquisendo quindi diritti civili e politici. DAI ROMANI AI LANZICHENECCHI Se l’esercito romano era una macchina, quello dei lanzichenecchi era una specie di comunità. I lanzichenecchi erano truppe mercenarie nate dalla fanteria svizzera nel corso del basso medioevo e sviluppate in Germania nel primo rinascimento (si può dire che il nome lanzichenecco, il cui significato resta oscuro, nacque intorno 1480). Per chi voleva far parte di questo esercito, fondamentale era il momento della rassegna, ossia l’ispezione al campo: la recluta passava prima sotto un giogo formato da due alabarde con una terza lancia posta di traverso, e veniva poi esaminata da un commissario. Al termine della cerimonia c’era il giuramento, preceduto dalla lettura pubblica di una lettera d’impegno. La paga base era quattro fiorini al mese, ma quanto era lungo un mese? Quattro settimane, sostenevano i soldati, cioè 28 giorni; trenta giorni, replicavano i signori che li dovevano pagare, e le discussioni erano senza fine. Per i combattimenti i lanzichenecchi cercavano di ottenere un compenso supplementare, il soldo dell’attacco. Quattro fiorini al mese, sulla carta era una buona paga, circa il doppio di quanto guadagnava un contadino. Le armi però, molto costose, erano a carico dei soldati: la lancia costava circa un fiorino, un archibugio tre e mezzo, una corazza 16. Perciò un soldato poteva arricchirsi solo col saccheggio. Se gli ufficiali (colonnello, sergente, alfiere) venivano scelti dall’alto, le cariche minori (caporale, guida, furiere) erano elette dai soldati che si dividevano da soli in squadre, l’unità base del reggimento. Fra i lanzichenecchi non esistevano segni esteriori del grado e neppure uniformi: l’abbigliamento era lasciato alla libertà del singolo. Generalmente sopra la camicia si portava un farsetto; i pantaloni erano a due strati, una fodera interna e un sopracalzone di strisce di stoffa. Una particolarità era la braguette, un vistoso sacchetto per i genitali. Gli eserciti rinascimentali erano accompagnati anche durante la campagna da una folla di persone che davano vita a salmerie in cui i soldati si procuravano ciò di cui avevano bisogno. In questo contesto c’erano numerose donne: già i primi comandanti di lanzichenecchi, come Filippo di Cleve, ammettevano che di loro non si poteva fare a meno «per provvedere a ciascun uomo della compagnia». In pratica, con le donne pubbliche si sperava di frenare gli ardori dei giovani militari. In realtà tra questi soldati e le donne che li accompagnavano potevano nascere anche coppie stabili: almeno fin quando non ricompariva sulla scena la moglie ufficiale. I NAPOLEONICI Passano i secoli ma la situazione cambia di poco. Il più grande esercito dell’età moderna, quello di Napoleone, contava tra le sue armi migliori l’enorme massa di combattenti e la velocità di spostamento. Proprio queste caratteristiche, nonostante gli sforzi di uno stato maggiore solido e intelligente, rendeva impossibile organizzare la vita dei soldati durante le rapide marce. Non a caso molti ordini di marcia di Napoleone, dettagliatissimi per quello che riguardava gli spostamenti delle truppe, terminavano con un laconico: «Le salmerie seguiranno». Quando nell’autunno 1805 Napoleone guidò la Grande Armée dalle rive della Manica ai campi di Austerliz, nel cuore dell’Europa, i soldati percorsero a piedi 30-40 km al giorno per oltre un mese di fila, con uno zaino sulle spalle che pesava 35-40 kg. La marcia prevedeva soste di cinque minuti ogni ora e la cosiddetta «sosta delle pipe», più lunga, a metà percorso. L’armata non aveva tende: quando arrivava la sera, i soldati si acquartieravano nelle abitazioni private che riuscivano a requisire. In teoria era necessario avere il biglietto, ossia un documento preparato da ufficiali che precedevano l’esercito e smistavano le truppe. In pratica, spesso si buttavano giù le prime porte che si incontravano. In queste condizioni uno dei problemi strategici più importanti erano le scarpe, che secondo un detto duravano «da Fontainebleau a Poitiers» (circa 200 km): non erano mai abbastanza, e Napoleone doveva continuamente ordinare di requisirne o di fabbricarne di nuove. A quell’epoca la scarpa destra e la sinistra erano uguali: così il soldato poteva portare nello zaino una calzatura di scorta che usava indifferentemente per un piede o per l’altro. Le uniformi in teoria erano distribuite a tutti i soldati e molto elaborate, soprattutto quelle dei corpi d’élite, come la Guardia (a difesa dell’imperatore). In realtà le dimensioni stesse della Grande Armée erano tali (nel 1812, 600mila uomini) che era impossibile avere questa uniformità, e migliaia di soldati combattevano con quello che avevano indosso. I francesi, si sa, non sono mai stati molto moralisti: nel 1793 un decreto della Convenzione «autorizza i militari, tutti senza distinzione, a unirsi con legame di matrimonio senza l’intervento dei capi militari». Risultato: l’esercito si trasformò in una specie di bordello autorizzato e i soldati furono falcidiati dalle malattie veneree. Napoleone, partendo per l’Italia nel 1796, ordinò: «Le donne sorprese nei quartieri generali o negli alloggiamenti saranno imbrattate di nero, trascinate per il campo e cacciate fuori». Accanto alle prostitute, come nel Cinquecento, c’erano però anche donne oneste (o quasi): le vivandiere. Seguivano l’esercito su carretti, acquistando dai soldati la parte di bottino che non potevano consumare immediatamente e rivendendola loro più tardi. Un decreto del 1799 fissava il numero delle lavandaie e delle vivandiere autorizzate a seguire le armate; le donne dovevano cucirsi sulle vesti una piastra ovale con il numero del reggimento con cui lavoravano. GLI AMERICANI Gli eserciti di oggi per certi versi hanno superato e per altri amplificato questi problemi. La geopolitica impone le sue leggi: le forze armate statunitensi, unica superpotenza rimasta, devono poter intervenire in brevissimo tempo in qualunque punto del globo e questo impone uno sforzo organizzativo immenso. Se durante la Guerra del Golfo (1990-91) le forze aviotrasportate sono potute intervenire nel giro di poche ore, il resto dell’esercito si è trasferito via mare. Essenziali perciò alla strategia USA sono state e sono le cosiddette APS (Afloat Prepositioned Ships), un gruppo di 12 navi speciali cariche di tutti i rifornimenti necessari a creare una testa di ponte (è previsto anche un ospedale da campo), tenute in perenne stato di allerta in ancoraggi strategici (come la base di Diego García nell’Oceano Indiano). Oltre a queste, la US Navy schiera più di 100 navi da trasporto di tutti i tipi. Durante i sei mesi dell’Operazione Desert Storm, queste unità trasportarono in Arabia 2,4 milioni di tonnellate di materiali e di rifornimenti. Il principio logistico di questo enorme schieramento di forze è semplice: il soldato americano deve andare in battaglia senza rinunciare a nulla, neppure alla marca di sigarette o di birra preferita. Requisizioni sul posto sono impensabili, non solo per ragioni di opportunità o di civiltà, ma perché il GM medio vuole mangiare solo quello cui è abituato. Questo spiega l’importanza nell’esercito americano del Post Exchange (PX), un deposito che ospita ogni tipo di merce e che viene realizzato in ogni base di una certa importanza. La disponibilità di questa immensa quantità di beni di consumo favorisce sprechi e furti che vanno ad alimentare un fiorente mercato nero, alterando profondamente l’economia dei paesi in cui l’esercito americano si stanzia. Durante la guerra del Vietnam, per esempio, il PX di Cholon, nel quartiere cinese Saigon, era grande quanto i maggiori supermercati delle città americane, e offriva di tutto, dai capi di abbigliamento sportivo alle macchine fotografiche, dai registratori alle radio, dai deodoranti alle sigarette, dalle birre ai preservativi. Se l’esercito francese in Indocina aveva avuto il Bordel Militaire de Campagne, un bordello autorizzato che viaggiava al seguito delle truppe, i vertici americani (che pure durante la guerra di Corea avevano portato Marylin Monroe tra le truppe per «sollevarne il morale») erano troppo puritani per autorizzare qualcosa del genere. I soldati americani così si dovevano arrangiare da soli con le prostitute locali. Un aspetto che invece è cambiato radicalmente (e in meglio) è la cura per i feriti: già nella guerra del Vietnam si arrivava con gli elicotteri alla sala operatoria in meno di venti minuti, mentre sin dai primissimi giorni della guerra del Golfo i Seabees (genieri) americani costruirono, in appena 15 giorni, un ospedale da 500 posti letto, completo di camere operatorie e reparti di terapia intensiva. Durante il conflitto vennero curati dagli ospedali americani 32mila pazienti, fra cui migliaia di civili arabi e kuwaitiani. Martino Sacchi