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 2004  gennaio 24 Sabato calendario

La Grande Muraglia si è allungata di 80 chilometri: l’ultima scoperta, annunciata da Pechino il 12 ottobre, si deve a un contadino dell’arida regione di Ningxia, ai piedi della catena dei monti Helan, che si era messo a scavare nel terreno sabbioso per scovare l’acqua e che, arrivato a quaranta metri di profondità, ha invece trovato un segmento costruito tra il 1531 e il 1540 (altezza media sette metri, sezione di base quasi sei)

La Grande Muraglia si è allungata di 80 chilometri: l’ultima scoperta, annunciata da Pechino il 12 ottobre, si deve a un contadino dell’arida regione di Ningxia, ai piedi della catena dei monti Helan, che si era messo a scavare nel terreno sabbioso per scovare l’acqua e che, arrivato a quaranta metri di profondità, ha invece trovato un segmento costruito tra il 1531 e il 1540 (altezza media sette metri, sezione di base quasi sei). Le mura ritrovate comprendono tre torrette di guardia in perfette condizioni, coperte gradualmente dalla sabbia del deserto che, trasportata fin lì dalle tempeste, le ha preservate per secoli, meglio dei tratti che sono rimasti visibili. Anzi, viene da pensare che l’unico modo per garantire che anche le generazioni future possano ammirare la Muraglia sia dare una mano alla natura e provvedere a una sepoltura generale. Nei tratti ancora accessibili, infatti, mura e fortificazioni si stanno disintegrando. E non da oggi, tant’è che già nel 1907 Luigi Barzini, impegnato nel rally Parigi-Pechino, commentava: «Non rimangono che le torri. Fra l’una e l’altra si distende un lungo cumulo di sassi». Da allora la distruzione ha però subito un’accelerazione che ha un solo colpevole: il turismo di massa. Go kart che corrono a tutta velocità, famiglie che si lanciano a rotta di collo giù dalle colline a bordo di una slitta, uomini e donne di ogni età e provenienza che si tuffano dai bungee jumping, barche/altalena che ondeggiano avanti e indietro fino a mettere la prua perpendicolare al terreno, spettacoli di fuochi d’artificio, ippodromi, piscine: non stiamo parlando di un parco divertimenti, ma di quello che trovano i turisti provenienti da tutto il mondo (10 milioni nel 2000) in visita ogni giorno alla Grande Muraglia, quella che William Lindesay, uno dei più famosi esperti britannici di conservazione dei monumenti, definisce «il più grande museo del mondo, per giunta senza un curatore». Non stupisce allora scoprire che la più maestosa costruzione umana della storia sta letteralmente cadendo a pezzi, tanto che il World Monument Fund l’ha inserita quest’anno tra i 100 siti del patrimonio storico-culturale maggiormente a rischio. E se è vero che una legge protegge i 640 chilometri sotto la diretta giurisdizione di Pechino, è sconsolante verificare che manca chi la faccia rispettare: tutte le attività commerciali dovrebbero essere bandite in un’area di 500 metri attorno le mura, ma nessuno rispetta questo limite e i venditori devono solo ricordare di pagare qualche mancia alle guardie locali perché quelle fingano di guardare dall’altra parte. trasformata in un gigantesco luna park Lindesay è a capo dell’Organizzazione Internazionale Amici della Grande Muraglia e vuol vincere «la più grande sfida mondiale per la conservazione del patrimonio culturale». Sa benissimo che la vastità dell’opera che si è messo in testa di salvare 15 anni fa, dopo un’escursione di 2.400 chilometri (esperienza raccontata nel libro Alone on the Great Wall, ed. Fulcrum Publishing), rende l’impresa disperata, ma da anni organizza spedizioni per la rimozione delle immondizie e cerca di sensibilizzare le popolazioni locali con una martellante campagna d’informazione. La prima sensazione che si prova davanti a un compito immane come questo, racconta, è lo smarrimento, l’incapacità di trovare un punto dal quale iniziare. Dopo anni di studi, si è convinto che la priorità vada data a quei tratti di muraglia ancora selvaggi, quelli cioè sui quali le autorità contemporanee non sono intervenute, e in questa battaglia ha coinvolto anche l’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione scientifica e culturale). Lungo la strada ha trovato alleati anche tra i cinesi, ad esempio Kong Fanzhi, direttore del Dipartimento per i Beni Culturali di Pechino, il quale riconosce che la politica di ricostruzione attuata negli ultimi due decenni si è rivelata disastrosa e conclude che «una nuova muraglia del XXI secolo non serve a nessuno». L’emergenza era evidente già alla fine degli anni Settanta, quando l’allora capo supremo del Partito Comunista, Deng Xiaoping, lanciò una campagna basata sullo slogan «Ama il tuo paese, ricostruisci la Grande Muraglia». All’epoca, due terzi della sterminata fortificazione, la cui lunghezza totale misura circa 7.200 chilometri, erano già in condizioni disastrose. In questi venti anni le cose non sono migliorate: le autorità locali hanno trasformato i tratti più importanti del percorso in un gigantesco luna park, una vera e propria macchina per fare soldi. Il turismo garantisce alla Cina 75 miliardi di dollari l’anno e non stupisce che siano pochi quelli che vogliono realmente riportare la situazione sotto controllo. anche vero che un’opera di restauro su scala nazionale avrebbe bisogno di investimenti oggi insostenibili dal paese: basti ricordare che, secondo alcuni studi, la sua costruzione costerebbe più o meno 400 miliardi di dollari. ricostruita alla fine degli anni ottanta Molti sperano che una spinta positiva possa derivare dall’assegnazione a Pechino delle Olimpiadi del 2008: il governo cinese vuol presentarsi a quell’appuntamento nel modo migliore, dando al mondo l’immagine di un paese finalmente moderno. Più che una soluzione, però, questa potrebbe diventare una nuova minaccia: da quelle parti le autorità pensano che modernizzarsi significhi buttare giù il vecchio e ricostruire. E cosa c’è di più vecchio e malridotto della Grande Muraglia? Prendiamo il villaggio di Huanghuacheng, 64 chilometri a Nord di Pechino: la sua principale attrazione è costituita da una torre d’osservazione vecchia di cinquecento anni che attualmente ospita un bar. In un pomeriggio d’estate di qualche anno fa, gli abitanti del villaggio, impegnati nelle celebrazioni di una festa locale, usarono il tetto come rampa di lancio per centinaia di fuochi d’artificio. Risultato: un esplosione decapitò la torre, e alcuni testimoni raccontarono allibiti le risate dei locali quando si accorsero che gli scoppi avevano incendiato l’erba secca che spuntava dalle pareti. Una volta riparato il tetto, si pensò bene di usarlo per installare un ripetitore per il segnale dei telefoni cellulari. Tra i primi tratti ricostruiti ci fu quello di Badaling, in una zona collinosa che si trova 72 chilometri a nordovest di Pechino: oggi l’area è un grande parco a tema, un po’ parco divertimenti, un po’ centro commerciale. La gestione è affidata a una società quotata alla Borsa di Hong Kong. La zona è invasa dagli autobus dei turisti, mentre venditori di magliette e souvenir imperversano in ambiente che più kitsch non potrebbe essere. Zhang Jianxin, funzionario dell’Amministrazione Statale del Patrimonio Culturale, dice sconsolato che da quelle parti «si è perso completamente il senso della storia». Spostandosi 320 chilometri a nordest della capitale, si trova la parte terminale orientale della Muraglia, che arriva fino al mare come un dragone che beve: da qui il nome di Testa del Vecchio Dragone. La costruzione originale fu distrutta nel 1900 da una spedizione europea ed è stata ricostruita alla fine degli anni Ottanta. Sulle mura sono custoditi in casse di vetro esposte alle intemperie alcuni frammenti delle fondamenta originarie. Anche qui, soprattutto nella zona di Shanaiguan, i venditori ambulanti la fanno da padrone e hanno realizzato una sorta di Disneyland cinese in cui i turisti accorrono per farsi fotografare vestiti da imperatore o generale dell’esercito cinese. Se ci si allontana da Pechino, le cose vanno addirittura peggio: nei secoli i contadini non hanno esitato nell’usare le fortificazioni come una miniera di mattoni cui rifornirsi per costruire case e porcili. Ma il vero problema è che il progresso, costi quel che costi, diventa l’argomento decisivo in qualsiasi situazione. significativo quello che avvenne tre anni fa in Mongolia: gli ingegneri impegnati nella realizzazione di un’autostrada non esitarono un attimo ad abbattere una postazione di guardia vecchia di 2.200 anni che intralciava il loro percorso. Le locali autorità per la protezione del patrimonio culturale tentarono di opporsi ma nulla poterono le loro suppliche contro il potentissimo ministero delle Comunicazioni. Li Fu, capo del dipartimento per la protezione dei beni culturali, racconta che l’Autostrada 110, «un progetto fondamentale che collegherà la Cina orientale al Tibet», si rivelò un nemico imbattibile. Ed è di poca consolazione sapere che gli archeologi di stato riuscirono comunque a salvare alcune monete di bronzo abbandonate in quella zona dalle truppe che vi si accamparono circa 2.000 anni fa. Ai margini del Deserto del Tengger, nella regione autonoma del Ningxia Hui, verranno presto costruiti intorno alla muraglia un ippodromo, una funicolare e una mega piscina. scelta come meta di un rave party Quest’estate cinquecento giovani si sono arrampicati ai piedi di una torre di guardia in uno dei tratti risparmiati dal turismo, un troncone vicino al villaggio di Jinshan Ling, tre ore d’auto a nord-est di Pechino: i dj Ben, Yang Bing, Youdai e Wang Wangli li hanno intrattenuti per un intero weekend mentre quelli si scatenavano in un rave che avrebbe fatto l’invidia di molti coetanei occidentali. E chiedere a quei ragazzi se non pensavano che quello non fosse il luogo più adatto per ballare sarebbe stato inutile, perché a loro, anche in questo caso per niente diversi dai coetanei europei e americani, interessano molto di più i telefonini (in Cina se ne vendono 5 milioni al mese) come l’Oriental Pearl 888 (foderato di pelle di pesce) o il Tlc (tempestato di brillanti), e magari sognano di sfidarsi lungo la muraglia con le auto 4x4 che guidano scatenati sull’autostrada 318 quando vanno a ballare. Possibile che i cinesi siano tanto indifferenti alle sorti della Grande Muraglia? Per la maggior parte di loro non è altro che la più grande attrazione turistica del Paese, molti sono combattuti tra l’orgoglio e il ricordo dell’oppressione feudale che rappresenta. Secondo la tradizione, Qin Shihuang, il dispotico primo imperatore cinese, per erigere una barriera contro la minaccia che veniva dai barbari provenienti dal nord, non esitò a imporre ai lavoratori ritmi massacranti. I morti per la fatica furono, secondo le stime più recenti, almeno otto milioni. Una delle più popolari ninne nanne cinesi racconta la storia di Meng Chiang, una donna vissuta all’epoca della dinastia Han il cui marito morì di fame lavorando alla costruzione della Muraglia: dopo che fu seppellito sotto i bastioni, la vedova pianse fino a morire. Non tutti i mali di cui soffre la Muraglia derivano però dall’attività umana. Anche la natura costituisce, al di là delle battute, una minaccia serissima ed un nemico ancora più difficile da sconfiggere: a ovest molti tratti sono continuamente sepolti dall’avanzata delle sabbie del Deserto del Gobi. I tratti risalenti alla dinastia Ming sono costruiti di mattoni, ma quelli che costituiscono l’ossatura del fronte occidentale, molto più antichi, furono realizzati in terra battuta e oggi, dopo che per secoli venti e inondazioni li hanno logorati, si stanno disintegrando. Disastrosi interventi di restauro Poco possono la scienza e la tecnica, come testimoniano gli studiosi provenienti da tutto il mondo impegnati nel tentativo di salvare uno dei frammenti più antichi, la barricata di Yumenguan, nella provincia di Gansu: lunga 46 metri e alta 3,6, fu costruita usando un impasto di terra, paglia, tamarisco, tuorli d’uovo e pasta di riso. Adesso si sta sbriciolando, e nessuno è in grado di ripararla. Luo Zewen, uno dei principali conoscitori cinesi della muraglia, ammette sconsolato che nessuno ha la minima idea di come fare: «Non riusciamo a riprodurre il vecchio impasto, questa è la verità». Anche in questo caso le autorità locali non sono esenti da colpe. Basti ricordare quel che è successo a Jiyuguan, dove una fortezza vecchia di 630 anni si ergeva nel deserto spiccando sullo sfondo costituito dalle cime innevate dei monti Qilian: i restauratori, spediti fin lì dal governo, pensavano di aver trovato il modo di riparare le vecchie pareti di mattoni che stavano cedendo una dopo l’altra. Come? Usando il cemento. Facile immaginare qual è stato il risultato: le parti riparate sono crollate definitivamente, perché le toppe erano troppo pesanti. Quando i nuovi tecnici spediti di corsa da Pechino hanno chiesto ai loro predecessori come avessero avuto un’idea simile, quelli gli hanno risposto che pensavano che il cemento avrebbe certamente funzionato «perché è un’invenzione moderna».  vero, la Grande Muraglia non può competere con il mito che le è stato costruito intorno: i cinesi la chiamano «La lunga muraglia delle 10.000 miglia», un’esagerazione. Non fu costruita duemila anni fa come dichiarano alcune fonti e, in verità, solo alcune parti sono vecchie di secoli. Non è neanche una muraglia singola, ma è costituita da un groviglio di ravvicinate fortificazioni parallele che non venne organizzato in un sistema unificato prima della dinastia Ming (1368-1644). Ed è una leggenda che sia visibile dalla Luna. Il problema è che, se continua così, tra pochi anni non sarà più visibile neanche dalla Terra. Massimo Parrini