Cristina Serra Macchina del Tempo, ottobre 2002 (n.10), 24 gennaio 2004
L’orsa si agitava nervosa davanti alla tana, incerta se abbandonarla per andare a cercare cibo: sentiva il nemico, e non osava lasciare i cuccioli
L’orsa si agitava nervosa davanti alla tana, incerta se abbandonarla per andare a cercare cibo: sentiva il nemico, e non osava lasciare i cuccioli. Lo schiocco di un ramo spezzato tradì la vicinanza delle scimmie: era un branco di cinque individui, decisi a sfruttare la superiorità numerica ai danni dell’animale isolato. Quelle scimmie nude, armate, e determinate ad avere la meglio erano i peggiori nemici dell’orso: uomini in branco. Scene come questa devono essersi ripetute migliaia di volte dal momento in cui i primi uomini capirono che l’unione fa la forza. 40 o 50mila anni fa, nel Paleolitico superiore, quando la temperatura si abbassava e la sopravvivenza dipendeva dalla cattura di selvaggina e la speranza di mangiare con regolarità era legata al numero di uomini che partivano per la caccia. «La tendenza a vivere in branco, comune a quasi tutti i primati fra cui l’uomo, è molto più antica della nostra specie» spiega Danilo Mainardi, professore di ecologia comportamentale all’Università Ca’ Foscari di Venezia «e deriva da due tipi di esigenze: la difesa dai predatori e la cattura di grosse prede. Quando i primati hanno abbandonato la vita arborea, hanno iniziato a organizzarsi in branchi di individui imparentati fra loro, uniti da legami affettivi, ma soprattutto da rituali che davano forza al gruppo». E i rituali sono rimasti una costante lungo l’evoluzione umana: «Alla vigilia della caccia» spiega Brian Sykes, professore di genetica umana all’università di Oxford «è verosimile che i cacciatori del Paleolitico celebrassero cerimonie propiziatorie nelle caverne sacre. Gli affreschi di animali simbolici che decorano le pareti di molte grotte, forse facevano parte di un rituale: mimando in gruppo la cattura della preda, i cacciatori consolidavano i vincoli fra i membri della tribù». Tuttavia è probabile che, fra le diverse specie di ominidi come l’Uomo di Cro-Magnon e l’Uomo di Neandertal, che si sono talvolta incontrati, non corressero buoni rapporti. «I membri di una tribù» prosegue Sykes «percepivano gli estranei come un pericolo e preferivano evitarli. Nel migliore dei casi i più deboli cedevano spontaneamente il campo agli avversari, per evitare uno scontro fisico. Ma se questo accadeva era, di solito, per un motivo serio: il possesso di una caverna o la supremazia su un territorio di caccia». Col tempo, la nascita dell’agricoltura ha cambiato l’organizzazione sociale. Il branco umano ha perso in parte la sua funzione di protezione. «A mantenere il senso di identità di gruppo ha contribuito la nascita del linguaggio» dice ancora Mainardi «che ha permesso lo sviluppo di formule rituali verbali, ma anche la creazione di gerarchie interne, che hanno la funzione di delegare, a chi gode della maggiore credibilità, decisioni importanti». Tuttavia, anche se per l’uomo il ricorso al branco non ha la stessa funzione che aveva in passato, per molti animali è ancora essenziale. La legge dei grandi numeri Nel regno animale, la legge dei grandi numeri risulta vincente. Nonostante l’affollamento eccessivo ponga problemi di spazio o limiti il cibo a disposizione, dalle savane africane ai ghiacci dell’Antartide, il branco si forma perché facilita la sopravvivenza quando il clima è rigido, consente cure parentali migliori e garantisce una difesa più efficace dai predatori. Vivono in colonie numerose i trichechi e i pinguini: ammassati gli uni sugli altri, o immobili a covare le uova, resistono ai rigidi inverni artici e contribuiscono alla cura della colonia finché le femmine sono lontane in cerca di cibo. I delfini mettono spesso in atto all’interno del loro b(r)anco comportamenti altruistici: non è raro che si facciano in quattro per aiutare un compagno in difficoltà, o per soccorrere l’uomo. Simili atteggiamenti, privi di implicazioni etiche, riflettono, come suggeriva Konrad Lorenz, la percezione inconsapevole di un vantaggio a favore del gruppo: se in un branco ci sono animali disposti a sacrificarsi per gli altri, l’intera popolazione sarà favorita da un punto di vista evolutivo. La gazzella africana fa qualcosa di simile. Invece di vivere isolata, cosa che comporterebbe problemi di difesa nei confronti del ghepardo, suo predatore principale, preferisce i branchi di centinaia di individui. Così c’è sempre qualcuno all’erta, pronto ad avvertire i compagni che brucano in caso di pericolo. Terminato il suo turno, può godersi il cibo: saranno gli altri a vigilare per lui. Oltre al comportamento altruistico, non è raro osservare nei branchi di animali schemi caratteristici. «I leoni» spiega George Schaller, direttore scientifico della Wildlife Conservation Society e promotore della creazione di cinque fra le principali riserve naturalistiche mondiali «non si riconoscono a distanza. il comportamento a stabilire se un individuo è amico: per essere considerato di casa, un leone deve avvicinarsi al suo branco senza esitazione». C’è anche chi vive da single, ma faticosamente: «Un leone solitario deve fare attenzione a non sconfinare nel territorio di un branco» chiarisce Schaller. La vita solitaria è estranea anche a quasi tutti i primati, con l’eccezione dell’orango. «Questa specie» precisa Elisabetta Visalberghi, dell’Istituto di Scienze e tecnologie della Cognizione del Cnr «si nutre di frutti rari, quindi la sua socialità dipende dall’abbondanza di cibo. Non a caso, se in cattività e quindi ben nutriti, anche gli oranghi acquistano abitudini gregarie». All’interno delle specie sociali, in cui il gruppo favorisce la protezione e lo scambio di informazioni, vige una precisa organizzazione, finalizzata alla riproduzione: «Le amadriadi (Papio hamadryas)» aggiunge Visalberghi «vivono in gruppi fino a 400 unità. Il primo nucleo è l’harem, in cui un maschio dominante regna sulle femmine e i loro cuccioli. Più harem formano un clan, più clan un branco. Le commistioni fra branchi diversi sono rare, come gli sconfinamenti fra branchi diversi di individui isolati». uniti contro gli altri Se è chiaro che cosa spinge gli animali a vivere in gruppo, non lo è perché l’uomo moderno, non più costretto a lottare per sopravvivere, formi dei branchi. «Si tratta di inerzia evoluzionistica, in pratica un comportamento non più necessario viene mantenuto» spiega Rosanna Trentin, docente di psicologia sociale all’Università di Padova. «Ogni branco, però, possiede due anime: quella dell’identità individuale e quella delle differenze sociali. Chi si identifica con un branco ricerca la somiglianza con i membri del suo gruppo. Nel confronto sociale, invece, perde la sua individualità, e si uniforma al comportamento comune». Accade così che le differenze con gli estranei siano accentuate, e che dal senso di appartenenza al proprio gruppo l’individuo ricavi il senso del valore personale. Capita, però, che l’identità di un gruppo acquisisca una connotazione negativa: è il caso di omosessuali o sieropositivi, contro cui spesso è diretta l’aggressività di altri branchi. «Alla base di questi atteggiamenti poco sociali ci sono comportamenti adattativi selezionati nei millenni» chiarisce Trentin. «Anticamente prevaleva l’etica del piccolo gruppo, che privilegiava i rapporti interni, per esigenze di conservazione del patrimonio genetico. Così la diffidenza si concentrava sugli estranei». Il branco odierno conserva ancora il timore ancestrale dell’altro, attuando quella che l’etologo austriaco Irenäus Eibl-Eibesfeldt definisce pseudo-speciazione culturale: pur appartenendo alla stessa specie, gruppi con due culture diverse tendono a non mescolarsi, come se fossero biologicamente separati. Spesso lo spirito di branco si forma a causa della competizione per le risorse disponibili. Altre volte serve a incrementare la stima: accadeva, per esempio, negli anni Trenta, in America, quando, per dar loro l’illusione di non essere gli ultimi nella scala sociale, si instillavano nei contadini degli Stati del Sud idee razziste contro la gente di colore. «Non credo che un branco si formi per un motivo solo» dice Alessandro Casiccia, docente al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Torino. «Ciò che è importante sono piuttosto i rituali di ingresso e uscita dal gruppo, spesso violenti, che servono come strumento di condivisione di ideali». Così i rituali goliardici, il branding a fuoco sulla pelle, o il piercing. Nonostante i millenni, forse il branco umano non è molto cambiato. Inseguendo l’identificazione con un ideale o semplici rapporti di connessione, cerca ancora di combattere ciò che intimoriva i primi uomini: l’incertezza del presente e l’ansia del futuro. Cristina Serra