Mirella Delfini, Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 24 gennaio 2004
Gli uomini – dediti fin dai tempi più antichi allo sport di uccidersi a vicenda – già mille anni prima di Cristo hanno capito che uno scudo non era sufficiente per proteggerli e che bisognava inventare una copertura supplementare
Gli uomini – dediti fin dai tempi più antichi allo sport di uccidersi a vicenda – già mille anni prima di Cristo hanno capito che uno scudo non era sufficiente per proteggerli e che bisognava inventare una copertura supplementare. Così hanno avuto l’idea di chiudersi dentro solide corazze per difendersi dai colpi di lancia e dalle frecce degli avversari. Quelle che portavano gli eroi di Omero, almeno come ce li figuriamo oggi, erano composte di due piastre metalliche, una per il dorso, l’altra per il petto, legate sui fianchi con cinghie; c’erano poi un grembiule – coperto sempre di piastre metalliche legate insieme – e le gambiere, o schinieri, foderate di cuoio. In più c’era l’elmo che ha attraversato impavido i millenni fino a trasformarsi nel casco che oggi protegge il cranio dei motociclisti. Anche in Oriente, come si è visto dopo il ritrovamento delle armate di terracotta in Cina – risalgono a due secoli prima di Cristo – i guerrieri indossavano un rivestimento fatto a scaglie, soprattutto di metallo. I Romani portavano corazze corte ma piuttosto pesanti, che si potevano stringere o allargare grazie a lacci di pelle, ma è solo nel Medioevo che nasce l’usbergo di maglia di ferro, a piastre o ad anelli sovrapposti, capace di proteggere, e nello stesso tempo di lasciare liberi i movimenti nel caso che il combattente debba affrontare un corpo a corpo. Il modello però non l’avevano inventato solo gli esseri umani: lo sfruttavano già certi buffi mammiferi cingolati che appartengono alla famiglia dei Dasipodidi, ossia gli Armadilli, che vivono nelle Americhe. Questi animaletti massicci, lunghi in media una cinquantina di centimetri, sono rivestiti da una corazza di piastre cornee, articolate tra loro. un’armatura che assicura un’ottima difesa fin dai primi giorni di vita. Appena nati, infatti, possono andarsene a caccia di cibo da soli senza correre pericoli. Se non fosse per la crudeltà degli uomini, che dopo averli uccisi in modo atroce li mettono ad arrostire dentro la loro stessa corazza quasi fosse una pentola, sarebbero pressoché inattaccabili. Il nome viene dallo spagnolo armadillos, che significa «piccoli armati». Le piastre ossee del rivestimento si legano tra loro formando anelli che somigliano a cingoli, ricoperti da setole molto dure. Come se non bastasse, gli armadilli hanno anche un altro mezzo per ripararsi dai guai: possono arrotolarsi e formare una palla così dura e compatta che perfino un giaguaro affamato non riesce a romperla. In più, se è necessario, con gli artigli robustissimi in un battibaleno scavano un passaggio sotterraneo e scompaiono. Questo purtroppo i cavalieri medioevali non lo avrebbero saputo fare: non avevano gli artigli né conoscevano gli armadilli, ma le armature erano già una buona difesa. Il fabbro-ferraio di allora se le faceva pagare carissime, anche perché aveva uno stuolo di aiutanti da pagare: fucinatori, ramai, armaioli, calderai, maniscalchi, chiodaioli, tiramantici, battimazza e così via. Quando una famiglia voleva armare cavaliere il proprio figlio, doveva disporre di grandi mezzi altrimenti finiva sul lastrico, e se aveva molti figli non ci provava nemmeno. L’armatura poi era vietata a chi non aveva il titolo di cavaliere, ma il tutto era complicata dal fatto che un cavaliere senza armatura non poteva essere cavaliere, oltre a rischiare, negli scontri, di venire infilzato. Beato dunque l’armadillo, che nasceva già, sia pure nelle lontane Americhe sconosciute, con la sua bella corazza fatta su misura.