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 2004  gennaio 24 Sabato calendario

Nel mondo animale sono più numerose di quanto non si creda le femmine dotate di un senso materno particolarmente intenso

Nel mondo animale sono più numerose di quanto non si creda le femmine dotate di un senso materno particolarmente intenso. Sono sempre pronte ad allevare cuccioli di altre specie con la stessa tenerezza con cui allevano i figli propri. Nei giardini zoologici capita spesso che una madre ripudi il neonato che ha appena messo al mondo e si rifiuti di allattarlo (parliamo ovviamente di mammiferi). Può trattarsi di una primipara che non abbia nessuna esperienza in materia e sia addirittura spaventata di quell’esserino che si trova improvvisamente davanti. Oppure può trattarsi di una femmina che la vita di segregazione in gabbia abbia reso nevrotica e insofferente. In tutti i casi, quel piccoletto rischia di morire di fame se non trova un’anima buona che si occupi di lui. E per fortuna le anime buone non mancano. Sono spesso gli stessi guardiani degli zoo che si prendono cura dei cuccioli abbandonati e li allattano pazientemente col biberon. Ma la cosa che più ci stupisce è vedere il piccolo adottato da una femmina di altra specie. Come è successo quest’anno nel Parco Samburu del Kenia. Una vicenda che ha dell’incredibile e ha fatto notizia per vari mesi nelle cronache dei giornali e della televisione. C’è in quel parco una leonessa talmente traboccante di amor materno che tenta in tutti i modi di adottare un cucciolo di antilope. Secondo le leggi della natura, dovrebbe considerarlo una preda da divorare. E invece lei lo vede sotto un’altra luce, come un cucciolo da coccolare e da proteggere. La prima volta – siamo al gennaio di quest’anno – quella che potremmo chiamare ”la leonessa supermadre” rapisce un’antilope neonata sottraendola di soppiatto alla madre. La controlla a vista a tempo pieno. Senonché un giorno, spinta dalla sete, sente il bisogno di andare al fiume ad abbeverarsi. E lascia incustodita la piccola che dorme ignara sotto un albero. Un vecchio leone che da lontano ha adocchiato la cuccioletta approfitta dell’assenza della leonessa, si avvicina quatto quatto e in men che non si dica si divora quel tenero corpicino. Non conosciamo la reazione della madre adottiva al tragico evento. Fatto sta che da quel momento la leonessa scompare. Ricompare in febbraio, sempre in preda alla sua disperata voglia di maternità. E lo dimostra con un secondo rapimento. Questa volta, però, scottata forse dal fallimento della prima impresa, si mostra più guardinga. talmente gelosa che impedisce alla madre vera di avvicinarsi per allattarlo. Il piccolo, denutrito, rischia di morire. Intervengono allora i rangers del parco che lo sottraggono all’affetto troppo possessivo della madre adottiva. Ma l’ostinata leonessa non demorde. Alla fine di marzo, per la terza volta, s’impossessa di un cucciolo di antilope, lo prende per la collottola e se lo trascina via. L’antilope madre però non perde d’occhio il figlioletto. Tutte le volte che la leonessa si allontana, lei furtivamente va ad allattarlo. E non appena si accorge che il piccolo è in grado di reggersi sulle zampette, se lo porta via fuggendo a gambe levate. Pensate che tutti questi tentativi falliti abbiano scoraggiato la leonessa? Macché. Lei continua imperterrita, adottando, in ottobre, una quarta antilopina. Il suo bisogno di maternità è troppo grande. UNA LECCATA COllettiva Comunque, la vita non è tutta rose e fiori in natura. In generale le femmine che allattano allontanano con ostilità i cuccioli estranei che vorrebbero attingere alle loro mammelle. Il latte lo considerano riservato esclusivamente ai figli propri. Fanno eccezione, tra i primati, i presbiti del Nilgiri, le scimmie indiane che, nella fase della lattazione, consentono anche ad altri cuccioli di avvicinarsi ai capezzoli. E, tra i canidi selvatici, fanno eccezione i licaoni le cui femmine non fanno assolutamente distinzione tra i figli propri e quelli altrui. Sono donatrici di latte estremamente generose. Anche tra i lemuri catta del Madagascar, le graziose proscimmie dalla lunga vistosissima coda anellata, ogni piccolo che nasce è un po’ figlio dell’intera comunità. Tutti se lo leccano affettuosamente e non è raro che le madri si scambino i cuccioli. In una simile idilliaca atmosfera non c’è da meravigliarsi se un piccolo che venga ripudiato dalla madre o rimanga orfano, trovi immediatamente un’altra femmina che lo adotta. Madri adottive spontanee sono le femmine di cani e gatti. Accettano di buon grado cuccioli estranei appartenenti ad altre specie. Negli zoo succede spesso che i piccoli dei felini di grossa taglia come tigri o leoni, nel caso che la rispettiva madre non si riveli una buona nutrice o venga a mancare, siano affidati a un cagna domestica. E questa li allatta volentieri senza battere ciglio. Condannati all’altruismo Ma cosa succede tra gli uccelli? Esiste anche fra loro il fenomeno dell’adozione? In verità, qui le cose cambiano. L’adozione non è più una libera scelta, ma viene in un certo senso imposta. Viene imposta da una femmina opportunista di specie diversa, la quale trova molto più comodo affidare l’allevamento dei propri figli ad altri che non occuparsene di persona. La più celebre di queste madri scansafatiche, pigre ma astute, è il cuculo femmina. A onor del vero va detto che solo una cinquantina delle centoventotto specie di cuculi conosciute si comporta in questo modo. Guardiamo una femmina di cuculo comune (Cuculus canorus) appena tornata dai suoi quartieri africani di svernamento. Anche lei da piccola è stata adottata e durante le prime cinque settimane della sua vita ha imparato a conoscere l’aspetto, il canto e l’ambiente dei genitori adottivi. Accetta la corte di parecchi maschi che la pedinano (in volo naturalmente). Poi, quando tutte le uova che porta in grembo sono state fecondate, bisogna che pensi a deporle. E lei che ha avuto per balia un luì (Phylloscopus), depone uova macchiettate di bianco e di bruno proprio come quelle del luì. Ne depone uno per nido. Anzi, prima di deporlo, perché la legittima proprietaria del nido non si accorga dell’uovo aggiunto, cosa fa? Afferra un uovo del luì e lo scaraventa fuori dal nido. Nel posto rimasto vuoto deposita il suo. Un’operazione rapidissima. Richiede al massimo otto secondi. Il luì madre non si accorge affatto della sostituzione. Ma l’uovo del cuculo ha uno sviluppo più rapido di quello delle altre. In capo a una decina di giorni il cuculotto fa capolino dal guscio e spalancando il becco reclama i suoi diritti. Ligia ai suoi doveri materni (quella rossa mucosa orale le fa da stimolo), la madre adottiva, suo malgrado, prende a imbeccarlo, aiutata dal marito che poveretto si dà un gran daffare a procacciare cibo per quel pulcino gigante insaziabile. Mangiando a quattro ganasce il cuculotto diventa spesso più grosso dei genitori adottivi. Benché sia ancora nudo e cieco, è dotato di una forza non comune. E ne dà subito prova. Si carica sul dorso un uovo non ancora schiuso, arranca fino all’orlo del nido e con un’energica spinta lo getta nel vuoto. Lo slancio è tale che a volte il cuculotto si deve tenere ben aggrappato ai margini del nido per non seguire nel volo la sua vittima. Portato a termine il primo assassinio, il cuculotto ripete la manovra col secondo, poi col terzo uovo legittimo. E così via, fino a fare piazza pulita intorno a sé. Sperimentalmente si è provato a rimettere a posto quindici volte l’uovo gettato e per quindici volte di fila l’instancabile neonato gigante ha ripetuto le sue sansoniche gesta. Il bello è che né madre né padre si sognano di ribellarsi di fronte allo scempio dei loro figli. Caso unico quello dei cuculi? Niente affatto. Hanno un comportamento analogo, sia pure con modalità diverse otto specie di vedove (ploceidi africani), quattro specie di molotri (itteridi sudamericani) e otto specie di indicatori (piciformi africani e asiatici sudorientali). Quella delle vedove è forse la strategia mimetica più straordinaria escogitata dai parassiti di cova. Prendiamo la vedova paradisea (Steganura paradisaea). Quando deve deporre le uova, la sua scelta è mirata. Guidata da un istinto infallibile, vola verso un nido di fringuello melba (Pytilia melba), una specie appartenente alla famiglia degli astrildidi, e vi depone un uovo bianco simile a quelli deposti da mamma melba. Ma il riconoscimento dei propri figli da parte della madre avviene quando sgusciano i piccoli, che godono di una prerogativa peculiare. Intorno al becco e sul palato presentano macule e papille disposte diversamente da specie a specie, che formano particolari disegni. Come è stato dimostrato sperimentalmente, se si sostituiscono i piccoli di una specie di astrildide con quelli di un’altra che abbiano macule e papille disposte diversamente, i genitori adottivi si rifiutano di nutrirli. Ma le vedove – e qui sta il fatto stupefacente – nel corso dell’evoluzione hanno saputo adattare la mucosa orale dei propri piccoli a quelli della specie parassitata. Così i pulcini delle varie specie di vedove hanno macchie e papille orali bianco avorio, blu fiordaliso, giallo o viola, disposte esattamente nello stesso modo in cui sono disposte quelle della specie ospite che ciascuna di loro ha prescelto. La selezione naturale ha fatto sì che sopravvivessero soltanto quelle specie di vedove che hanno saputo meglio adattare macule e disegni orali dei propri piccoli a quelli dei veri astrildidi. Nelle sue prime settimane di vita, il piccolo della vedova si imprime indelebilmente nella memoria i vocalizzi del padre adottivo. Se è maschio, impara a cantare esattamente allo stesso modo. Se poi è femmina, e quindi muta, le si imprimono ugualmente nel cervello le note del repertorio paterno. E quando diventa sessualmente matura, si sente attratta verso i maschi della sua stessa specie che hanno imparato a cantare come il padre adottivo. I piccoli delle vedove sono in un certo senso più lungimiranti dei cuculi, perché i loro fratelli di cova li lasciano campare, assicurando così l’esistenza alle future generazioni. Il nido antintrusione Ma vien fatto di chiedersi: è possibile che tutte le specie parassitate subiscano l’adozione forzata senza ribellarsi? Ebbene, c’è chi si ribella. Come la dendroica dorata (Dendroica petechia), che ostacola l’azione del parassita con l’astuzia. Se un molotro nero (Molothrus ater) mette di soppiatto un suo uovo, più grosso e diverso, tra quelli legittimi, la piccola dendroica, che si costruisce un nido a scodella tra i rami degli alberi, se ne accorge. E allora cosa fa? Fabbrica un nuovo nido su quello già esistente, seppellendo l’uovo parassita insieme con la prima covata. Se il molotro insiste e torna alla carica, lei non si perde d’animo e costruisce un terzo nido sopra i primi due, deponendovi nuove uova. Lui continua? E lei anche. Col risultato che alla fine il nido della dendroica diventa un grattacielo. E poi? Chi la dura, la vince! Isabella Lattes Coifmann