Danilo Mainardi, ཿCorriere della Sera,29 settembre 2002, 29 settembre 2002
«Nei nostri appartamenti, nelle lussuose pensioni per animali, nei rustici e spesso sguarniti rifugi per cani e per gatti abbandonati, perfino nelle stalle, il numero di depressi non umani è in continuo aumento (
«Nei nostri appartamenti, nelle lussuose pensioni per animali, nei rustici e spesso sguarniti rifugi per cani e per gatti abbandonati, perfino nelle stalle, il numero di depressi non umani è in continuo aumento (...). La depressione, effettivamente, è un prodotto della vita attuale, che sempre meno s’addice alle attese di specie che l’evoluzione biologica ha costruito, su tempi lunghissimi, per una vita diversa, un altro ambiente, ma che il progredire dell’evoluzione culturale pone ormai, sempre più, in un ambiente in cui quelle attese vengono frustrate. La depressione, in definitiva, non è che l’effetto di un disadattamento. Lo prova il fatto che, quando i gatti vivevano in case provviste di una gattaiola che consentiva avventure, contatti sociali, fossero zuffe o amorose serenate, predazioni di lucertole, topi e uccellini, la depressione non esisteva. (...) Anche ogni predazione è inibita, perfino l’ultima sua fase, quella consumatoria, perché lo sbranamento della preda ormai è sostituito semplicemente dall’ingurgitare una sorta di pappetta prefabbricata. Una volta, almeno, qualche osso lo si rosicchiava, qualche topolino lo si acchiappava. Poi c’era l’esplorazione, il gioco, il fremito del correre rischi. Persino l’essere ogni tanto inseguito da un cane – è stato dimostrato – fa bene alla salute psicologica del gatto». (Danilo Mainardi, ’Corriere della Sera” 29 settembre 2002)