Marco Marinoni, Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 24 gennaio 2004
Fanno un vita molto dura, soprattutto in periodi di tensione come questo. Tanto che i loro nomi sono rigorosamente protetti dall’anonimato
Fanno un vita molto dura, soprattutto in periodi di tensione come questo. Tanto che i loro nomi sono rigorosamente protetti dall’anonimato. I piloti di B-52 raccontano la loro esperienza su questo gigante dell’aria, fatta di addestramenti massacranti e di missioni delicatissime. Vi narriamo le loro storie, pubblicate dal ”The Times” della Louisiana, in occasione del 50° anniversario del velivolo. La carriera inizia nelle scuole aeronautiche dell’US Air Force, dove gli aspiranti piloti prima conseguono il diploma di allievi ufficiali in 18 mesi, poi diventano ufficiali veri e propri. Così i futuri top gun passano all’addestramento di volo effettivo, che dura circa un anno e viene svolto su vari modelli di aerei. A questo punto gli allievi possono compiere il passo finale, cioè il passaggio sul B-52: il training sul gigante dura in tutto sei mesi, e le ore di volo vere e proprie sono alternate con l’uso di simulatori che riproducono in tutta sicurezza le possibili avarie del velivolo. Tre anni di addestramento di un solo pilota costano allo Stato 206.000 dollari. Tra gli innumerevoli top gun, ci sono Charles e Scotty, padre e figlio, entrambi piloti di B-52. Charles era navigatore radar sui B-52D durante la guerra in Vietnam, Scotty è tuttora pilota di B-52H, ed ha combattuto in Iraq e in Afghanistan. «Non mi ha mai forzato a diventare pilota di B-52» dice Scotty del padre. Scotty è entrato in aviazione nel 1985, lo stesso anno in cui Charles ha concluso la propria carriera, con il grado di colonnello, dopo 27 anni di servizio. «è fantastico che questo aereo sia ancora qui» dice Charles. «Non avrei mai pensato che sarebbe rimasto operativo fino ad oggi, ma il B-52 ha dimostrato di essere un aereo insostituibile. La tecnologia ha permesso di perfezionare moltissimo questo bombardiere, rispetto a quando volavo io: ora è un aereo nuovo e migliore. Ai miei tempi si dovevano svolgere molti più compiti, ma non eravamo efficaci come i piloti di oggi». Sui volti di padre e figlio compare un accenno di sorriso quando descrivono la loro esperienza di pilotaggio sullo Stratofortress. Concordano sul fatto che il B-52 sia un aereo spartano: i sedili duri, il freddo, il caldo, la puzza e la mancanza di comodità....«è un aereo anziano ma imponente; molti piloti amano chiamarlo Cadillac proprio per questo», dice Scotty. «Ma è come un vecchio guerriero: è stato fatto per resistere». Padre e figlio concordano sul fatto che questo mito dell’aria continuerà ad operare almeno per i prossimi 30 anni. Scotty non esclude di poter vedere nel giro di 20 anni suo figlio in volo sul B-52. La seconda storia che vi presentiamo è quella del tenente ”Sixpack”, pilota di B-52 alla base di Barksdale con una dote particolare: è una donna. «Spesso incontro uomini che mi dicono in faccia che secondo loro le donne non dovrebbero essere sugli Stratofortress», dice Sixpack. «Io gli rispondo semplicemente ”Grazie per avermi fatto conoscere la tua idea”, e me ne torno a lavoro. Possono dire quello che vogliono, ma non possono farci nulla: noi siamo qui, e ci si dovranno abituare». Sixpack è diventata pilota nel 1998, aggiungendosi così alle 25 ragazze che fanno parte degli equipaggi dei Buff. Sixpack è stata impiegata sui cieli afgani insieme al navigatore radar capitano ”Elmo”, con compiti di attacco. «Dopo ogni bombardamento, sentivo qualcosa dentro che mi toccava...ma ero orgogliosa di essere ciò che ero», dice Elmo. Le due donne ammettono che fare parte dell’equipaggio di questi bombardieri ha qualche svantaggio: se commettono un errore, vengono colpevolizzate più dei colleghi uomini. Senza contare i problemi logistici: nelle missioni superiori alle 20 ore, può risultare difficile usufruire di un gabinetto progettato per piloti maschi. Ma non si scoraggiano: «Il nostro Paese è fondato su opportunità e libertà», dicono. M. Mar.