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 2004  gennaio 24 Sabato calendario

Vi hanno invitato a non cantare in chiesa? Il do-re-mi-do di Fra Martino campanaro è un traguardo irraggiungibile? Pur conoscendo le parole di Fratelli d’Italia, vi rifiutate di intonarlo? Forse dovete incolpare i vostri geni, ma molto più probabilmente la mancanza di educazione al canto durante l’infanzia

Vi hanno invitato a non cantare in chiesa? Il do-re-mi-do di Fra Martino campanaro è un traguardo irraggiungibile? Pur conoscendo le parole di Fratelli d’Italia, vi rifiutate di intonarlo? Forse dovete incolpare i vostri geni, ma molto più probabilmente la mancanza di educazione al canto durante l’infanzia. Perché, se pochissimi bambini sono davvero irrecuperabili, molti di loro, non ricevendo alcuna istruzione musicale e non esercitandosi, diventano completamente stonati da adulti, con poche o nessuna speranza di poter migliorare. C’era l’HIT PARADE Nel PaLeolitico? Lo scorso ottobre al convegno Neuroscienze e musica, organizzato a Venezia dalla Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani, si è discusso del ruolo del cervello nella percezione musicale. Grazie alle tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale, agli studi di genetica, alla maggiore accuratezza dei test neuropsicologici e a nuovi strumenti di indagine, come la videocamera che permette di vedere le proprie corde vocali in azione, le ricerche in questo campo si sono moltiplicate. Lo studio della musicalità si sta dimostrando un’ottima chiave per capire come funziona il nostro cervello. La musica, il suo ascolto e produzione, è qualcosa di innato: siamo predisposti a gioirne, tant’è che nasciamo con una testa piena di circuiti fatti apposta per processarla. Nella storia evolutiva umana queste reti di cellule nervose potrebbero anche essere nate prima di quelle deputate al linguaggio, e il canto potrebbe precedere la parola. «Sembra che l’Uomo di Neandertal, vissuto in Europa fino a circa 35mila anni fa, potesse cantare bene, mentre non riusciva a parlare. A questa conclusione si è arrivati studiando la struttura della laringe, simile alla nostra e adatta al canto. La faringe di quel nostro lontano parente era invece molto diversa dalla nostra e non gli consentiva un’articolazione sufficientemente flessibile da pronunciare le vocali» spiega Oskar Schindler, professore di Audiologia e Foniatria all’Università di Torino e coautore del saggio Biologia della Musica (Omega Edizioni, 19,63 euro). Fino A TRE ANNI MEGLIO iL CANTO Sarà forse per le sue antiche origini, ma il canto ci è congeniale, da subito. A sei-nove mesi i bebè seguono con facilità la melodia di una ninnananna, il suo ritmo lento e le emozioni che trasmette. Di più, sembra che i piccoli preferiscano la musica, e prestino più attenzione alla voce cantata che a quella parlata. Bisogna aspettare i tre anni perché un bambino dia più retta a un discorso che a una canzone. Questa precoce capacità di riconoscere una melodia e il suo ritmo compare prima che possa avere una qualsiasi utilità pratica e sembra indicare una predisposizione alla percezione della musica. La pensa così Mireille Besson, del Centro ricerche di neuroscienze cognitive di Marsiglia, in Francia. Inoltre, secondo la ricercatrice, il processamento della musica è diverso da quello del linguaggio riguardo agli aspetti semantici, cioè quelli che riguardano il significato delle parole, mentre è simile per gli aspetti sintattici, cioè le regole per combinare insieme i diversi elementi strutturali. Perché allora, se il canto è tanto naturale, molti adulti sono così stonati da tapparsi le orecchie? «Il problema dell’intonazione dipende da tre fattori: l’udito, il sistema produttore della voce e quello di elaborazione e coordinamento del cervello» spiega il professore Schindler. «Questi sistemi sono una tabula rasa alla nascita e vengono affinati durante l’infanzia, a seconda delle esigenze della persona. In particolare si sviluppa la facoltà di processare il suono e si affina la percezione uditiva. Questo compito non è svolto, come si può pensare, dall’orecchio ma da quello che c’è subito dopo, il cervello». E poiché durante i primi anni di vita il soggetto mette a punto le cose che per lui sono importanti, se non viene educato all’ascolto difficilmente svilupperà un orecchio musicale, necessario al canto. «Si tratta di un’educazione progressiva che porta il bambino a strutturare l’orecchio entro gli 8-10 anni. Questa fase dipende dall’ambiente» spiega Schindler. Purtroppo in Italia l’abitudine di insegnare ai piccoli ad ascoltare e cantare, prima all’asilo e poi alla scuola elementare, non è così diffusa: «In Ungheria, dove le scuole seguono il metodo di Zoltán Kodály e Béla Bartók, i bambini ricevono un’estesa educazione musicale e raggiungono a cinque-sei anni una maturità uditiva equivalente a quella di un bambino italiano di otto anni». L’orecchio è un patrimonio di famiglia Ci sono però delle persone per le quali l’educazione musicale sembra del tutto inutile: è il caso di chi soffre di amusia. La prima descrizione di una persona amusicale la diede il saggista Grant Allen nel 1878: si trattava di un trentenne che aveva ricevuto una solida istruzione, era perfettamente sano di mente, ma non distingueva le note, non riconosceva le melodie più facili e non sapeva cantare. Ancora oggi l’amusia è oggetto di indagine. Il tipo era poi completamente indifferente alla musica. La ricercatrice Isabelle Peretz, dell’Università di Montreal, in Canada, studia da anni le persone che sin dalla nascita hanno questo deficit percettivo. Al convegno di Venezia ha anche presentato un nuovo test neuropsicologico per valutare questo difetto, di definizione per nulla semplice. Un altro test è quello del riconoscimento delle stecche in un tema. Alcune ricerche stimano intorno al 5 per cento la fascia di popolazione che non nota alcuna differenza tra un brano eseguito correttamente e uno no, come se avesse una sordità specifica: si presume che per queste persone cantare bene sia impossibile. Un individuo su venti ha questa caratteristica, che probabilmente viene vissuta con vergogna e nascosta: nessuno vuole passare per uno zoticone che non apprezza il canto. L’anno scorso Tim Spector, dell’Ospedale Saint Thomas di Londra, ha provato a determinare quanto questo carattere sia dovuto al Dna, e quindi ereditato dai genitori, e quanto all’ambiente. Spector ha selezionato con il suo team 284 coppie di gemelli, di cui 136 omozigoti, cioè dotate dello stesso Dna, e 148 eterozigoti, con metà Dna diverso. I ricercatori hanno fatto ascoltare ai volontari 26 melodie molto note: la lista comprendeva temi come il natalizio Astro del ciel, la messicana Cucaracha e l’inno nazionale francese, la Marsigliese. Diciassette di queste melodie erano sbagliate: alcune note erano state sostituite con altre più alte o più basse di un tono o un semitono (questo esame è chiamato Dtt, Distorted Tunes Test). Chi non riconosceva la versione sbagliata e faceva più di tre errori, era considerato amusicale. Dal confronto dei risultati tra le due classi di gemelli, è emerso che il carattere è ereditabile all’80 per cento. Ovviamente la ricerca non permette di capire quanti sono i geni che determinano questa caratteristica e qual è la funzione delle proteine che producono. Secondo Spector, non c’è relazione tra la capacità di riconoscere una nota stonata in un motivo e un altro carattere ereditario, l’orecchio assoluto, ovvero la capacità di riconoscere una nota senza punti di riferimento sonori, per esempio un do suonato a solo. Nel 2000 il gruppo di Siamak Baharloo, dell’Università della California a San Francisco, ha stabilito che solo il 3 per cento della popolazione ha l’orecchio assoluto. Questo carattere è trasmesso in modo ereditario, ma deve essere sviluppato con un’educazione musicale prima dei sei anni. Comunque, anche se si ha orecchio, non è detto che si riesca a canticchiare piacevolmente. Esistono per esempio voci bellissime, perfettamente intonate, ma incapaci di rispettare l’andamento ritmico di un brano musicale. Questi casi sono la disperazione degli insegnanti: in un’aria dal ritmo binario o ternario, i cantanti inseriscono o tolgono a loro piacere le pause. Da cosa può dipendere? Ancora una volta potrebbe essere coinvolto il cervello, in particolare alcune aree corticali, quelle che, come mostrano gli studi di visualizzazione del gruppo di Tim Griffiths, processano le informazioni, dipendenti dal tempo della nota e della melodia. Imparare a sentire se stessi Ma per cantare intonati, non basta percepire bene, occorre anche saper produrre i suoni.«L’educazione non è solo nella parte ricettiva ma anche in quella della produzione» spiega ancora il professore Schindler. «All’inizio, intorno ai tre anni, un bambino può cantare solo una terza, poi impara ogni anno una nota e, alla fine delle elementari, può cantare un’ottava. Questa produzione deve essere collegata al controllo della propria emissione vocale, con un sistema di autofeedback, cioè di controllo retroattivo. A queste operazioni corrispondono appositi circuiti cerebrali, in entrata, in uscita e di collegamento tra i primi due». La fase di apprendimento dura circa fino alla pubertà: «Dopo i 12 anni, se si è stonati, diventa impossibile apprendere, ma fino a 8-9 anni si è recuperabili». Insomma, se non si attraversa un periodo di apprendimento motorio, se non si impara a respirare e a usare il diaframma correttamente, se manca un’adeguata educazione all’autoascolto durante un periodo sensibile nell’infanzia, da grandi si modulerà stonati. Ancora una volta gli studi del cervello cercano di individuare le aree coinvolte nell’azione del cantare, in particolare nel controllo dell’atto motorio volontario. Robert Zatorre, dell’Università McGill di Montreal, in Canada, ha studiato con la risonanza magnetica quali regioni cerebrali si attivano durante il canto: sono le stesse che si accendono quando si parla, con una sola eccezione. Quando si canta, si attiva un’area nell’emisfero destro (per i soggetti destri), nella corteccia temporale, nel giro di Heschl. Secondo Zatorre, quest’area potrebbe essere quella che autoascolta la voce, per potere controllare la nota emessa, fare piccoli aggiustamenti e mantenerla alla frequenza scelta. L’autoascolto nel suo senso più ampio diventa uno degli elementi chiave per cantare bene seguendo il metodo funzionale della voce. Questo approccio che mescola fisiologia e psicologia è stato sviluppato negli anni Ottanta da Gisela Rohmert, direttrice dell’Istituto di Lichtenberg, in Germania. «Il metodo funzionale aumenta la consapevolezza della propria voce e in questo modo la cambia, secondo il principio che è la domanda di percezione posta dal docente a modificare la motricità» spiega Maria Silvia Roveri, della scuola Nova Cantica di Santa Giustina, vicino Belluno. Non sono solo l’udito e gli altri quattro sensi a essere coinvolti, ma anche la ricezione dello stato dei muscoli e delle articolazioni, mediato dai propriocettori (recettori che colgono gli stimoli degli organi interni), e quella dei ritmi corporei, «che vengono considerati al di sotto della soglia di percezione». Questa metodica è piuttosto diversa da quella tradizionale (che parte dalla motricità e dopo verifica se il suono prodotto è giusto o sbagliato) e spesso spiazza chi non la conosce. «Alla domanda ”Cosa senti?” spesso l’allievo è disorientato e non sa che rispondere» osserva la Roveri. Ancora una volta i bambini sono ottimi alunni e già a 4 o 5 anni possono seguire le lezioni: «Su mille bambini seguiti in vent’anni di insegnamento» conclude la Roveri «solo quattro non hanno migliorato le proprie capacità di intonazione, e per cause organiche. In realtà non c’è limite all’educabilità musicale che si basa su due elementi: la percezione uditiva e l’emissione. Negli adulti invece i problemi di rigidità corporea, per esempio nella laringe, sono più radicati e difficili da superare». Ma per fortuna c’è anche chi pensa agli adulti senza speranza: lo scorso aprile la società giapponese Taito ha annunciato il lancio di un karaoke che segue le stecche del cantante e modula di conseguenza il tema musicale, aggiustando l’altezza delle note e rallentando il tempo se necessario. Claudia Grisanti