Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 24 gennaio 2004
La prima menzione storica dei Nabatei risale al 647 avanti Cristo, quando vengono elencati tra i nemici del re assiro Assurbanipal
La prima menzione storica dei Nabatei risale al 647 avanti Cristo, quando vengono elencati tra i nemici del re assiro Assurbanipal. Sono una tribù beduina dell’Arabia occidentale, ma la conquista babilonese della Palestina provoca una serie di migrazioni e i Nabatei lasciano il deserto per popolare la montuosa, fertile e irrigata terra di Edom. Nel corso dei secoli si insediano nella vallata di Petra, abbandonando le loro tradizioni nomadi, il pascolo e il saccheggio delle carovane, per dedicarsi ai commerci e all’arricchimento della loro città. L’autore romano Strabone dipinge la Petra del I secolo a.C. come un regno democratico i cui abitanti «sono talmente avidi da onorare chi aumenta le sue proprietà e pubblicamente multare chi le perde». La religione nabatea fondeva elementi arabi e mediterranei, gli dei di Egitto, Canaan, Assiria e Babilonia con quelli del pantheon greco-romano. Al centro del culto c’era la pietra: Jahvè abitava in una gigantesca roccia chiamata Bet-El, la Casa di Dio, e le divinità erano rappresentate da pietre squadrate. All’apice del pantheon nabateo c’era il dio creatore della luce e del sole Dushara, poi identificato con Zeus. Al suo fianco Atargatis, dea della fertilità, dei raccolti e del pesce, Allat, la Luna, Manat, la fortuna, e al-Uzza, l’acqua e l’amore. Tutte divinità menzionate anche nel Corano, ma il cui culto era andato scomparendo a Petra dopo la proclamazione ufficiale del Cristianesimo come religione di stato nel 324 dopo Cristo.