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 2004  gennaio 24 Sabato calendario

Petra «la città rosa-rossa» è lo slogan che ricorre ovunque nelle cartine, cartoline, nei depliant turistici, nei poster e nelle guide della favolosa capitale nabatea

Petra «la città rosa-rossa» è lo slogan che ricorre ovunque nelle cartine, cartoline, nei depliant turistici, nei poster e nelle guide della favolosa capitale nabatea. Ma per quanto fortunato, lo slogan è riduttivo: ciò che colpisce il visitatore è infatti la molteplicità dei colori scolpiti nella morbida arenaria di Petra, colori che coprono l’intero spettro visivo, dal giallo, al rosso, all’azzurro. Colori che l’uomo cui si deve la riscoperta della città, l’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt, non poté rendere quella mattina del 22 agosto del 1812, quando tratteggiò furiosamente degli schizzi in carboncino delle meraviglie che aveva di fronte. Era arrivato in quel luogo sotto lo sguardo sospettoso di una guida beduina che lo credeva un semplice e pio viandante di nome Sheikh Ibrahim, intenzionato a sacrificare una capra sull’altare del Profeta Aronne che domina la vicina altura di Jebel Haroun. «Pare assai probabile» annotò quel giorno Burckhardt sul diario «che le rovine di Wadi Musa siano quelle dell’antica Petra». gioca molto anche la fantasia In realtà, come avviene spesso oggigiorno nel mondo della pubblicità, lo slogan della «città rosa-rossa» è frutto dell’immaginazione e del serendipità di una persona che non aveva ancora avuto la fortuna di visitare Petra. John William Burgon, futuro rettore dell’Università di Chichester, in Inghilterra, scrisse nel 1845 la poesia Petra, un’opera di modestissimo valore letterario che aveva però il merito di chiudere l’ultima strofa con le parole «a rose-red city half as old as time», «una città rosa-rossa antica quanto metà del tempo», un ritornello poi tramandato dai posteri. Quando Burgon finalmente si recò a visitare Petra, 16 anni più tardi, ammise in una lettera alla sorella che «non c’è nulla di roseo in Petra, in alcun modo». A volte il rosa-rosso si vede. Sia negli oleandri in fiore, nella stagione giusta, che nel celebre Tesoro, l’edificio simbolo della città, immortalato quotidianamente da turisti provenienti da ogni angolo del pianeta, ma solo nelle ore giuste, quando il sole del pomeriggio trasforma il colore dell’arenaria. E anche il nome stesso del Tesoro si deve a un’inesattezza: non viene dai Nabatei, che conquistarono Petra nel 312 avanti Cristo e l’abitarono per otto secoli, ma dai beduini che dall’avvento dell’Islam nel VII secolo dopo Cristo ne hanno occupato le caverne e i templi. I nomadi chiamarono l’edificio Khaznet al-Faraoun, «il tesoro del faraone», sulla base di una leggenda frutto della loro ignoranza. Non avendo nozioni di storia classica e non potendo concepire per quale ragione si potesse voler costruire una struttura del genere, i beduini di Wadi Musa decisero che il palazzo era stato costruito da un faraone dedito alla magia nera che, impegnato a perseguitare il popolo d’Israele dopo l’esodo e la figuraccia fatta sul Mar Rosso, veniva rallentato nel suo inseguimento dal tesoro che si portava dietro. Il faraone aveva quindi deciso di costruire l’edificio e di piazzarvi sopra un’urna dove custodire il proprio tesoro, fuori dalla portata di ladri e briganti. Per molti secoli, questa leggenda è stata tramandata di generazione in generazione e i beduini hanno ripetutamente tentato di far cadere l’urna, tempestandola di pietre e pallottole, i cui fori crivellano la struttura superiore del Tesoro. In realtà si tratta di una tomba reale, probabilmente quella di re Areta IV, il grande architetto di Petra. Sull’onda del successo avuto dal ”logo” Tesoro, i beduini pensarono bene di ribattezzare un altro imponente edificio di Petra, il Tempio al dio Dushara, la massima divinità del pantheon nabateo: lo chiamarono Qasr Bint al-Faroun, «palazzo della figlia del faraone», immaginando che il sovrano egiziano, dopo essersi alleggerito del tesoro, aveva anche deciso di scaricare la figlia nel suo forsennato inseguimento del popolo d’Israele. Per non parlare della colonna situata lungo le pendici occidentali della vicina collina di Katuteh, chiamata dai beduini Zibb Faraoun, «fallo del faraone», come se l’inseguitore avesse deciso di portare alle estreme conseguenze il suo alleggerirsi di tutto quanto non fosse strettamente essenziale nella caccia al popolo di Mosè. Un altro equivoco storico viene dal nome stesso della città, che è greco, probabilmente una traduzione dalla parola ebraica per pietra, Selà, e non ha nulla a che fare con il nome originario edomita Reqem. Una descrizione più prosaica ma riuscita dei colori di Petra ci viene qualche anno dopo la poesia di Burgon dal diario del pittore inglese Edward Lear. Mentre passeggia lungo la Strada delle Colonne, il Cardo Massimo romano, nel 1858, Lear annota sul suo diario che «la tinta della roccia è brillante e gaia al di là delle mie aspettative», ma riporta anche il commento del suo cuoco e maggiordomo, Giorgio Kokali, che esclama: «Oh padrone, siamo arrivati in un mondo di cioccolata, prosciutto, curry, polvere e salmone!». Invece, per la signora del giallo Agata Christie, che visitò la città qualche decennio dopo, le rocce di Petra erano più semplicemente «rosso sangue» e per uno dei personaggi del suo libro Appuntamento con la morte, che ha come ambientazione l’antica capitale dei Nabatei, il luogo assume «un colore molto simile alla carne cruda», ma forse si tratta di esigenze di copione. Riferimenti letterari a parte, chi visita Petra non può non chiedersi come la natura abbia potuto creare questi colori, come l’opera del vento e le saltuarie inondazioni del Wadi Musa, la «Valle di Mosè», abbiano potuto levigare la pietra nel corso dei secoli, fino a farle assumere forme e policromie che superano in bellezza quanto è stato creato dall’uomo. Forme che richiamano la spericolata architettura del catalano Antoni Gaudí. Colori che ricordano le tele e le trame cromatiche di Maurits Cornelis Escher o di Jackson Pollock, veri e propri arcobaleni di pietra che ornano la Tomba di Seta e la Tomba Carminea, lungo la Scarpata Orientale della città, la gola del Wadi Farasa (la «Valle delle Farfalle»), e la muraglia di roccia del Siq, la stretta gola che conduce il visitatore al Tesoro e all’ingresso di Petra. Ed è proprio dal Siq che possiamo farci un’idea di come sono nati i colori di Petra. una scultura geologica esaltata dall’uomo La gola è stata formata nella notte dei tempi dalle forze tettoniche che hanno spezzato la montagna in due, un cataclisma che la leggenda attribuisce a Mosè, ma non inconsueto nella zona: il gigantesco terremoto del 19 maggio del 336 dopo Cristo semidistrusse Petra, condannandola a una graduale estinzione, e un secondo sisma nel 747 svuotò definitivamente la città. Successivamente, la stretta gola, a volte larga non più di due metri, venne infiltrata dalla fiumara del Wadi Musa, le cui sporadiche ma a volte violente acque hanno levigato nel corso dei secoli, a volte delicatamente, a volte rovinosamente, le pareti del Siq. Svelando a poco a poco i colori che si nascondevano sotto la superficie ocra dell’arenaria coperta dalla sabbia del deserto. Del resto cos’è l’arenaria, se non una roccia sedimentaria costituita da sabbia cementata attraverso il processo della diagenesi nel corso di milioni di anni, come indica il nome stesso della pietra. Sabbia che può provenire dal disfacimento delle rocce e dei minerali più svariati, dai colori più diversi. E specialmente nelle zone desertiche ricche di quarzi, nell’arenaria si verifica spesso un processo di cementazione provocato dall’espansione dei granuli di quarzo dopo l’avvenuta sedimentazione, un fenomeno che provoca la cristallizzazione della pietra. E questo ne accentua l’effetto visivo dei colori. Rosa nei casi di abbondanza di potassio, giallo, arancione, marrone o rosso in presenza di depositi di ossido di ferro, bianco se c’è prevalenza di quarzo, un nero verdastro se la roccia sbriciolata dall’erosione del tempo era argillosa. Una scultura geologica che l’uomo ha poi voluto imitare, con risultati a volte spettacolari, anche se rimane l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di manierismo emulativo dell’opera della natura. I Nabatei hanno scolpito i loro templi dalla roccia, cercando in ogni modo di esaltarne i colori e le venature, a volte, come nella Tomba Corinzia e nella Tomba di Seta, lavorando di scalpello per creare miriadi di rilievi nelle pareti e nei soffitti, una tecnica antesignana dell’effetto spugna bagnata che troviamo sui muri dei giorni nostri. Effetti speciali, trompe-l’ÿil che ingannano l’occhio. Inganni visivi che si accompagnano a equivoci storici. Come quello per cui risulta difficile difendere la tesi che fu il giovane Burckhardt a scoprire Petra, visto che l’esatta posizione della città nabatea viene riportata sia sulla celebre Tabula Peutingeriana (una mappa del XII secolo oggi custodita a Vienna, unica riproduzione esistente di un mappamondo romano), sia, appena tre decenni prima del viaggio dell’esploratore svizzero, anche sul secondo volume delle Opere di Flavius Josephus edito a Londra nel 1778 da Fielding & Walker (il libro riporta una cartina dell’Onomasticon di Eusebio sulla quale compare Petra). O come l’equivoco degli storici del XX secolo che a lungo, sull’onda della pubblicazione nel 1930 del libro The Sepulcher of an Ancient Civilization del reverendo George Robinson, hanno dipinto Petra come una città morta, un’enorme necropoli da sempre priva di vita, mentre, come insegnano Strabone e Diodoro Siculo, si trattava di una vera e propria metropoli, con oltre 30mila abitanti al momento della conquista romana nel 106 dopo Cristo. E la gola del Siq che diventa la roccia spezzata da Mosè, con il concorso divino di Jahvè, per farvi scaturire l’acqua con la quale dissetare il popolo d’Israele, l’acqua del Wadi Musa, il cui nome viene riportato per la prima volta negli annali dei Crociati in Terrasanta. E Baldovino, fratello di Goffredo di Buglione e futuro capo del Regno Latino di Gerusalemme, che viene chiamato nel 1101 dai monaci di Sant’Aronne a difenderli dalle incursioni dei Saraceni. Per non parlare di Harrison Ford, che nel film del 1989 Indiana Jones e l’ultima crociata trova il Sacro Graal all’interno del Tesoro di Petra. la descrizione di strabone Ma, mettendo da parte gli equivoci storici e i miraggi policromatici di Petra, concludiamo citando Strabone, che nel Libro IV della Geografia così ci descrive il luogo: «La capitale dei Nabatei viene chiamata Petra. situata in un luogo circondato e fortificato da una pietra liscia e piana, che all’esterno è scoscesa e precipitosa, ma all’interno vi sono abbondanti sorgenti d’acqua sia per gli usi domestici che per irrigare i giardini. Al di fuori di questo luogo racchiuso la terra è perlopiù deserto, specialmente in direzione della Giudea. sempre governata da un re di razza reale. Il re ha un ministro che è uno dei Compagni, e viene chiamato Fratello. Ha delle leggi eccellenti per l’amministrazione degli affari pubblici. Atenodoro, un filosofo e un amico che è stato a Petra, raccontava con sorpresa di aver trovato molti romani e anche molti altri stranieri che vi risiedevano. Osservava che gli stranieri di frequente erano litigiosi, ma solo tra di loro, non nei confronti degli indigeni, mentre i nativi non avevano mai dispute tra di loro e vivevano insieme in perfetta armonia. I Nabatei sono prudenti e amano accumulare proprietà. La comunità chiede ammenda a chi diminuisce la propria fortuna e conferisce onori a chi l’ha aumentata. Possiedono pochi schiavi e vengono perlopiù serviti dai parenti, o si servono l’un l’altro, o ogni persona è il servo di sé stesso, e questo costume viene condiviso anche dai loro re. Consumano i loro pasti in convivi di 13 persone (...). Ma il re offre grandi ricevimenti in grandiosi palazzi (...). Il re ricerca il favore del popolo tanto che non è solo il servo di sé stesso, ma a volte degli altri. Frequentemente fa rapporto di fronte al popolo e a volte viene chiamato a rispondere del suo stile di vita. Le case sono sontuose, e di pietra. Le città sono prive di mura, a causa della pace che regna tra di loro. Gran parte della terra è fertile, e produce di tutto salvo l’olio delle olive; viene usato invece l’olio di sesamo. Le pecore hanno velli bianchi, i loro buoi sono grandi; ma la terra non produce cavalli. I cammelli sostituiscono i cavalli, e svolgono i lavori. Non portano tuniche, ma hanno una cintura attorno ai lombi e camminano indossando sandali. L’abito dei re è uguale, ma il colore è porpora». Luca Nicosia