Martino Sacchi, Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 24 gennaio 2004
Rieccoli. Secondo le cronache degli ultimi mesi, gli attacchi a opera di pirati sono in continuo aumento (171 ufficialmente denunciati solo nel primo semestre di quest’anno) e si concentrano soprattutto in Indonesia
Rieccoli. Secondo le cronache degli ultimi mesi, gli attacchi a opera di pirati sono in continuo aumento (171 ufficialmente denunciati solo nel primo semestre di quest’anno) e si concentrano soprattutto in Indonesia. Armatori, guardie costiere e marine militari sono in allarme, ma in realtà gli assalti alle navi mercantili non sono niente di nuovo. La storia, anzi, almeno secondo Erodoto, inizia con un atto di pirateria: «I Fenici» scrive lo storico greco nelle Storie «si diedero a lunghi viaggi per mare e trasportando mercanzie egiziane e assire giunsero (...) anche ad Argo e (...) misero in vendita il carico. Ma al quinto o sesto giorno dal loro arrivo (...) vennero sulla riva del mare delle donne e fra esse anche la figlia del re. Esse, fermatesi presso la poppa della nave, acquistavano le merci che erano loro più gradite, quando i Fenici, incitatisi l’un l’altro, si lanciarono su di loro. La maggior parte delle donne riuscì a fuggire, ma la figlia del re insieme con altre fu rapita». La pirateria, quindi, è un attività vecchia quanto l’andar per mare: forse era praticata già nel III millennio a.C. nel mare Egeo, e anche Omero, nell’ Odissea, ci presenta spesso un Ulisse dal comportamento piratesco. Il confine tra commercio e pirateria era labile e la razzia e l’abbordaggio erano considerati un modo nobile di procurarsi potere e ricchezza. Il popolo che per primo intorno al 1000 a.C. vi si dedicò su larga scala fu quello dei Fenici: partendo dalle coste del Libano dilagarono per il Mediterraneo con le loro navi agili e veloci, predando villaggi sulla costa, piccole unità costiere, mercantili a vele quadre. La popolazione delle coste si dedicava alla pirateria quando non riusciva a trovare risorse sufficienti sulla terraferma: le regioni più povere del Mediterraneo, come la costa ligure, quella dalmata (Croazia), la Cilicia (nella Turchia meridionale), Creta e le zone occidentali del litorale africano furono a turno le basi della pirateria. l’espansione dai romani al Cinquecento Quando i Romani conquistarono il Mediterraneo a partire dal II secolo a.C., la pirateria ebbe una grande espansione. Roma inizialmente non se ne preoccupò, la sua economia era basata sulla schiavitù e i pirati alimentavano il mercato degli schiavi. Inoltre i Romani, dopo aver vinto Cartagine, trascurarono le loro navi perché non c’erano più grandi marine nemiche da combattere. All’epoca, quindi, Roma non aveva una flotta preparata a contrastare la pirateria. Così, come oggi succede in Indonesia, anche allora, nel I sec. a.C., le popolazioni più povere (per esempio quelle della Cilicia e di Creta) organizzarono razzie su larga scala. I pirati assaltavano i villaggi indifesi e i mercantili. I passeggeri più benestanti venivano liberati dietro pagamento di un congruo riscatto (nel caso di un nobile romano furono versati 2 talenti, circa 60 kg d’argento), gli altri erano venduti come schiavi. Roma comprese la gravità della minaccia solo quando venne attaccato il porto di Ostia. I Romani cercarono di conquistare via terra le basi dei pirati, ma non riuscirono a ottenere risultati decisivi. Il Senato romano affidò allora al nobile Gneo Pompeo il controllo di tutti i mari e delle coste, col permesso di costruire 500 navi. Pompeo divise il Mediterraneo in zone separate l’una dall’altra e in sette mesi catturò 300 pirati distruggendo 1.300 navi. Alla fine sconfisse quello che restava della loro flotta in una battaglia navale decisiva nel 67 a.C.. Da allora il Mediterraneo fu un mare sicuro e solo dopo la fine dell’impero la pirateria si diffuse di nuovo, quando gli arabi si affacciarono su questo mare. Nel Medioevo, dopo la rinascita delle città, in particolare delle repubbliche marinare italiane, nacque la distinzione tra pirateria e guerra di corsa, cioè la pirateria esercitata con il consenso di un governo che rilasciava le cosiddette ”lettere di marca”. Si trattava di documenti che autorizzavano i nobili a cacciare mercantili di paesi ostili e ad appropriarsi del bottino. Nessuno Stato aveva ancora una flotta nazionale ed era più comodo per il governo permettere ai privati di combattere per proprio mandato. La guerra di corsa si diffuse dal Duecento nel Mediterraneo, coinvolgendo all’inizio soprattutto le flotte di Genova e Venezia: le basi più importanti erano Portovenere, le isole Cicladi nell’Egeo e Famagosta (isola di Cipro). I confini tra guerra di corsa e pirateria erano molto labili: se un capitano ligure partiva per una campagna di caccia contro i mercantili veneziani, e nel frattempo incontrava una nave ragusana o napoletana, non si creava scrupoli ad attaccarla. Alcune norme genovesi proibivano sotto pene severissime alle proprie navi di depredare le coste del territorio genovese: i capitani erano abituati a rifarsi di un viaggio andato male con un bel saccheggio ai danni dei propri concittadini. I pirati erano sia musulmani che cristiani. Entrambi feroci e spregiudicati, terrorizzavano le città marinare che corsero ai ripari. Dal Trecento Genova e Venezia organizzarono con buoni risultati la difesa del proprio traffico mercantile nel Mediterraneo, facendo viaggiare i carichi più importanti in convogli scortati, detti ”mude”, e obbligando i mercantili a partire armati. Ma nel Cinquecento la situazione peggiorò di nuovo. I pirati barbareschi, insediatisi in Algeria, partivano per grandi spedizioni contro le coste italiane e spagnole. Gli stati cristiani costruirono una catena di torri di avvistamento e organizzarono costose spedizioni punitive, come quella genovese contro Algeri (fallita nel 1538) o quella spagnola contro Tunisi del 1541. Ma i pirati cristiani (gli ordini cavallereschi di Santo Stefano a Livorno e quello dei Cavalieri di Malta), non erano da meno: con le loro galee razziavano tutto ciò che trovavano nei mari orientali (comprese le navi cristiane). il declino nel settecento Quando nel Seicento le correnti di traffico si spostarono dal Mediterraneo sugli oceani, anche i pirati le seguirono. Il salto di qualità della pirateria coincise con un periodo in cui il traffico mercantile era in rapida espansione, ma gli stati non erano ancora abbastanza organizzati per proteggerlo. Il bersaglio ideale dei pirati erano le ricche navi spagnole che tornavano in patria dalle Antille e dalle altre colonie. Prendevano ciò che poteva servire loro, viveri e munizioni. E ovviamente oro, argento, monete e gioielli. Il resto del carico veniva rivenduto o usato per corrompere i funzionari statali. Molti marinai dei vascelli assaliti passavano con i pirati, attratti dal sogno di una vita facile e ricca; gli altri venivano lasciati andare con la loro nave. Qualche volta la nave catturata era migliore della propria e si procedeva a uno scambio, accompagnato dal beffardo commento: «Un baratto non è un furto!». I gruppi di pirati si rafforzavano e si ingrandivano fino a diventare vere flotte, che non duravano a lungo per i contrasti che nascevano tra i pirati. La Spagna si trovò impegnata in una vera e propria guerra navale non dichiarata, che aveva come teatro principale il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico. I pirati si concentravano in questa zona per la ricchezza delle prede e per i numerosi rifugi disponibili. La base pirata più famosa era l’isola della Tortuga. A forma di testuggine, nelle vicinanze del canale di Sopravvento, tra Cuba e Haiti, era uno dei passaggi obbligati per uscire dal mar dei Caraibi. I pirati furono avvantaggiati da un lato dal fatto che gli Spagnoli non organizzarono mai energiche controffensive, e dall’altro dal fatto di essere protetti dalle altre potenze navali (Olanda, Francia e soprattutto Inghilterra), che approfittavano di queste scorrerie per indebolire l’impero spagnolo. Agli inizi del Settecento il periodo d’oro della pirateria era arrivato al termine. Gli interessi commerciali erano prevalenti dappertutto ed esigevano rotte tranquille e viaggi senza imprevisti. I covi dei pirati vennero individuati e distrutti: i sopravvissuti furono costretti a cercare fortuna in mari sempre meno importanti, e la pirateria, senza scomparire mai del tutto, uscì dalla storia per entrare nella leggenda. Martino Sacchi