Florinda Cordella, Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 24 gennaio 2004
Letteratura e cinema li hanno dipinti avvolti da un alone romantico. In realtà i pirati facevano una vita d’inferno, come spiega Corrado Augias (foto in basso) appassionato della pirateria
Letteratura e cinema li hanno dipinti avvolti da un alone romantico. In realtà i pirati facevano una vita d’inferno, come spiega Corrado Augias (foto in basso) appassionato della pirateria. «La loro esistenza era terrificante» racconta lo scrittore giornalista. «Partivano per viaggi che potevano durare mesi ma anche anni. Le provviste, nei mari del Sud, erano destinate a deperire nel caldo infernale delle stive. L’acqua imputridiva, causando dissenteria. Si beveva la birra calda e si mangiavano le carni secche che venivano cotte sul ponte. La mancanza di verdure fresche, che contengono vitamina C, causava lo scorbuto, una delle piaghe ricorrenti tra i predoni del mare: iniziavano a cadere i denti, in certi casi arrivava anche la morte». Sulla nave si dormiva scomodamente su amache e si facevano turni massacranti. Vigevano norme non scritte, una sorta di codice interno della pirateria: il più forte comandava. «La disciplina era durissima» continua Augias «chi sbagliava era sottoposto a punizioni talvolta mortali. Si poteva essere incatenati ai ferri sottoponte, dove c’era un caldo infernale; oppure si veniva fustigati sulla schiena a torso nudo, legati a un palo. La pena più atroce era però il giro della chiglia: l’uomo veniva legato a una fune, buttato in mare, e poi recuperato dall’altra parte dell’imbarcazione dopo essere passato sotto la chiglia. Più lentamente avveniva l’operazione, più facile era morire annegati. I cadaveri venivano avvolti in teli e gettati in mare agganciati a una palla di cannone. Quando i pirati avvistavano galeoni o terra, finiva il loro incubo, ma iniziava quello delle loro vittime: uccise, razziate, stuprate». Florinda Cordella