23 gennaio 2004
PROIA Karin.
PROIA Karin. Nata a Latina il 14 marzo 1974. Attrice. "Ha un nome che pare finto: ”Una volta un produttore m’ha detto: ’Ma perchè ti sei scelta ’sto nome d’arte che fa tanto divetta degli Anni Cinquanta?’ Ma nome e cognome sono i miei, e questa di Karin col cappa è una idea di mia madre che non voleva chiamarmi Carina come mia nonna ma non voleva neanche dare un dispiacere a mio padre e così ha optato per un compromesso”. Bellezza bruna e mediterranea, studi al conservatorio di Frosinone, moltissimo sport conosciuto e praticato, è cresciuta in una paesino vicino Latina, Borgo Podgora che porta il nome della vecchia emigrazione veneta voluta dal fascismo. ”E qua torno appena posso perchè anch’io come la ragazza di Vite a perdere sono legatissima al mio piccolo borgo e anch’io come lei, da piccola, correvo alla finestra appena sentivo per la via il rumore del motorino del ragazzo che mi piacevac”. Approdata al mestiere d’attrice per caso: ”Avrei voluto iscrivermi alla Scuola di cinema per studiare regia ma il bando era scaduto. Mi sono messa a frequentare Lettere all’università con indirizzo spettacolo finchè per caso non ho letto che una compagnia teatrale cercava una ragazza che sapesse ballare il boogie-woogie. Io che avevo passato l’infanzia nelle balere dove mi trascinava mia madre che, da brava veneta, adora il ballo, mi sono presentata e sono finita a fare per quattro stagioni la protagonista di Uno sguardo dal ponte, accanto a Michele Placido e a Guya Jelo”. Il resto è qualcosa di cinema e molta tv: Lui e lei nell’ultima serie, Vola Sciusciù con Banfi, Lo zio d’America dove era la nipote di Christian De Sica. Nessuna lezione di recitazione? ”Lunghe prove a tavolino prima di Uno sguardo dal ponte e molto aiuto da Guya Jelo che mi ha insegnato quel che so”. Ambizioni? ”Passare dietro la macchina da presa. Ma per ora mi accontento di fare l’attrice”. Altre somiglianze con il personaggio di Vite a perdere? ”E quali, oltre quella di esser cresciuta in un paesino? Mio padre è stato geloso di me come un siciliano: non potevo neanche uscire con le amiche a passeggio. La ragazza di Vite a perdere è una poveretta che finisce nella malavita senza rendersene neanche conto. Lavora dodici ore al giorno da una parrucchiera che la sfrutta. Ama un uomo che non si ferma neppure davanti all’omicidio, che la tradisce con altre donne, e che finisce morto ammazzato. In cosa potrei somigliarle?”" (’La Stampa” 5/1/2004).