Varie, 23 gennaio 2004
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Gatti Arturo
• Montreal (Canada) 15 aprile 1972, Ipojuca (Brasile) 11 luglio 2009 (suicidio per impiccagione). Pugile. Fu campione del mondo dei superpiuma Ibf e dei superleggeri Wbc. In un primo momento si sospettò che fosse stato strangolato dalla moglie • «[...] popolarissimo guerriero del ring, fermato da Oscar De La Hoya nel 2001 prima di conquistare il Mondiale dei superleggeri Wbc ad Atlantic City [...] contro Branco. Ma quel titolo dovette cederlo all’emergente Floyd Mayweather, il giustiziere di De La Hoya, l’anno dopo. Nel 2007 aveva chiuso la carriera con un record di 40 vittorie e 9 sconfitte perdendo ad Atlantic City contro Alfonso Gomez, pugile semiprofessionista di origini messicane salito sul ring dopo la partecipazione a The Contender, il reality show di Espn sul mondo della boxe. [...] è stato trovato morto [...] in un lussuoso hotel della località balneare di Porto de Galinhas, nello stato di Pernambuco, nel nord est del Brasile [...] è stato trovato morto da sua moglie, la brasiliana Amanda Rodriguez. Indossava indumenti intimi e aveva due ecchimosi al collo e alla nuca. Il pugile, che risiedeva nel New Jersey, era in vacanza con la moglie ed il figlio di 10 mesi [...]» (’La Gazzetta dello Sport” 12/7/2009) • «[...] Non sarà ricordato come il più grande della boxe e neppure quello col pugno più pesante. Però era di certo il più coraggioso. Un coraggio che aveva pagato trasformando la sua faccia insolente da canadese con nonni napoletani in una goffa maschera di sofferenza e cuciture. Era stato per quattro volte pugile dell’anno, aveva vinto il mondiale superpiuma ma aveva perso sempre i match della vita. De La Hoya, Mayweather, Manfredy. Però erano feroci duelli dove non il titolo, ma la vita intera sembrava in palio. Anche contro il nostro Gianluca Branco, ad Atlantic City [...] ne era scaturito un corpo a corpo emozionante. Vinto da Arturo. E quando sei così sul ring, sei così nella vita. [...]» (Riccardo Romani, ”Corriere della Sera” 13/7/2009) • «[...] da bambino voleva fare il calciatore: ”Andavo a trovare i cugini in Italia e giocavamo per le strade, io ero centrocampista di sinistra. Idoli, due attaccanti puri: Paolo Rossi e Ciccio Graziani. Sì, un bel po’ di tempo fa, ero proprio piccolino”. Partitelle nei vicoli di San Pietro, provincia di Caserta, la terra del papà Giovanni emigrato con la mamma Ida prima a Calgary e poi a Montreal, dove Arturo è nato. Dice: ”Poi mi è venuta la mania dell’hockey. Crescendo a Montreal, è il sogno di qualunque bambino canadese”. Invece Arturo Gatti detto Tuono a 8 anni era già dentro una palestra al seguito del fratello più grande, Joe e a 19 faceva il debutto fra i professionisti dopo essere emigrato nel New Jersey; a 23 diventava campione del mondo, battendo Tracy Patterson per la corona Ibf dei superpiuma. Carriera rapida, quattrini in tasca e passione sfrenata per donne, alcol e vita notturna. Precoce in tutto, a 26 anni, nel – 98, incocciava anche nella prima vera sconfitta della carriera (aveva già perso uno dei suoi primi match, episodio ininfluente) contro Angel Manfredy, dopo aver abbandonato pochi mesi prima il titolo per difficoltà nel fare il peso. Ma i suoi match continuavano a far venire l’acquolina in bocca agli addetti ai lavori: battaglie violente che incollavano alla tv un numero di spettatori record per match senza titolo in palio e non fra pesi massimi. Gatti, per capire, era il combattente alla Antuofermo, quello che non indietreggiava mai, anzi andava sempre all’attacco coperto di sangue come un reduce. Ritirata: parola tabù. Come sconfitta: accettata solo con l’onore delle armi e fra scrosci di applausi. Quel tipo di soldato del ring ora non esiste più, afferma il suo allenatore da un paio d’anni, Buddy Mc-Girt, ex campione del Mondo, trenta chili in più rispetto ai tempi del ring e giustiziere di Patrizio Oliva. Spiega: ”Gatti oggi è un pugile più tecnico, non un guerriero. tornato ad essere ciò che era all’inizio di carriera. Fu quando cominciò a mettere la gente k. o., incoraggiato dal pubblico divertito dai suoi assalti, che si fece la fama del combattente dimenticando di difendersi”. La svolta era arrivata grazie alla lezione di Oscar De La Hoya nel 2001. Al solito, Arturo detto il Tuono, aveva fatto sentire il rombo dei suoi pugni, ma alla 5 ª ripresa il suo angolo aveva lanciato l’asciugamano, come un sorta di bandiera bianca. A 29 anni era pronto per la pensione: precoce proprio in tutto. Invece aveva incontrato McGirt: ”Buddy è uno che mi dice sempre la verità, mi convinse che non ero finito. Gli ho creduto ed eccomi qui”. [...]» (’La Gazzetta dello Sport” 23/1/2004).