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 2004  gennaio 22 Giovedì calendario

«LISTE

e repertori di nomi, tanto più se parziali e opinabili, sono un genere giornalistico pericoloso. Perché di solito gli elenchi fanno di tutt’erba un fascio. E tuttavia gli anniversari li reclamano.
Così sabato prossimo, alla celebrazione del decennale berlusconiano, oltre alle 250 «vecchie glorie» per cui saranno riservate le prime file, sarà inevitabile fare la conta anche di quelli che si sono persi per strada. Nel senso che hanno cambiato lavoro, o partito, o ambiente. Alcuni polemicamente, altri meno.
Quanti sono? Tanti, più di quanti se ne possano ricordare a memoria. Gente che pure ha avuto un ruolo nella storia berlusconiana: oltre a Lamberto Dini, un paio di ministri (Stefano Podestà e Giorgio Bernini, oggi presidente della Rete Ferroviaria), un presidente del Senato (Carlo Scognamiglio), due presidenti dei deputati (gli avvocati Raffaele Della Valle e Vittorio Dotti), una mezza dozzina almeno di sottosegretari e quasi cinquanta parlamentari.
E che fine hanno fatto? Parecchi, come s’intuisce, non sono affatto finiti. Di parecchi altri non è che si sappia molto più del loro più o meno graduale distacco da Forza Italia. Varrà quindi la pena di provare a ricordarli - chiedendo pregiudizialmente venia per eventuali omissioni, imprecisioni ed errate attribuzioni - sulla base appunto del modo in cui, a vario titolo e con differenti gradazioni, sono diventati degli «ex». E dunque, primo gruppo:
SMILITARIZZATI
Sono i manager berlusconiani (Fininvest e Publitalia) che dopo aver inventato e costruito la macchina bellica del partito-azienda, hanno fatto un po’ di politica, ma poi sono rientrati nei ranghi della loro professione. Il più famoso fu Angelo Codignoni, già creatore de Le Cinq, un omone molto paziente cui tra il 1993 e il 1994 fu affidato il compito di organizzare i Club di Fi. E ci riuscì benissimo, anche se poi l’eccesso di adesioni (quasi due milioni di iscitti, specie in regioni a rischio come la Sicilia) cominciò a farsi preoccupante. Codignoni è tornato a Parigi e da lì dirige il canale satellitare Eurosport. Gianni Pilo, il re dei sondaggi (Diakron) fa consulenze per i partiti russi e commercia centrali energetiche. Domenico Lo Jucco, già capo del personale di Publitalia, assemblatore della prima ora e sottosegretario all’Interno, è divenuto un consulente aziendale di successo. Niccolò Querci, cui durante il primo governo Berlusconi toccò una carta intestata che lo qualificava come «L’Assistente Personale del Presidente del Consiglio dei Ministri» è oggi il più stretto consigliere e collaboratore di Piersilvio Berlusconi a Mediaset. Paolo Del Debbio, l’ideologo teologo estensore del primo programma elettorale, insegna Etica Sociale e Comunicazione alla Iulm e continua a sfornare idee, non sempre ascoltate, per il centrodestra. Alessio Gorla, un altro manager creativo prestato alla politica, è stato segnalato in Argentina. Massimo Palmizio è imprenditore del settore fieristico. Roberto Spingardi, già membro del Consiglio di Presidenza di Fi, è direttore degli Aeroporti di Roma. Fabrizio Lauri, ex segretario di Berlusconi (nonché marito della segretaria Marinella) è rientrato in Publitalia; come del resto Roberto Cipriani, primo capo di Fi in Lombardia. Giorgio Stracquadanio, cui si deve l’organizzazione vincente del referendum del 1995 sulle tv, collabora con una rivista on line. Bob Lasagna, già capo italiano di Saatchi & Saatchi e poi sottosegretario, è ritornato al mondo della pubblicità. Questo e altro si apprende in massima parte da Paolo Pagani, cui si deve il recente «Forza Italia» (Boroli, 186 pagine, 18 euro), libro prezioso (anche se impreciso sul versante anti-berlusconiano).
DISAMORATI
E’ questa una fin troppo vasta categoria, segnata da un abbandono morbido, a volte morbidissimo, come pure da un rapido passaggio, prima di approdare a qualche altra destinazione. E comunque, a parte il già menzionato avvocato Della Valle (che fu anche vicepresidente della Camera) converrà qui rubricare figure come l’onorevole Tina Lagostena Bassi, penalista di fama poi impegnata in un programma tv dal titolo «Tina...mite»; o come la graziosa imprenditrice Luisa Todini, che segue oggi gli affari della sua azienda. Già più interessante la sorte dei cosiddetti «professori» fatti eleggere alla Camera, tre dei quali possono utilmente rientrare nel novero della ragionevole disaffezione. Così lo storico Piero Melograni continua pacificamente a scrivere bei libri (l’ultimo è una biografia di Mozart: «WAM», Laterza, 20 euro), mentre il giurista Giorgio Rebuffa ancora un po’ stenta a dimenticare le arrabbiature che si è preso con gli altri di Fi alla Bicamerale. Il terzo, Saverio Vertone, che una volta platealmente e con grave scandalo si rifiutò di applaudire un intervento del Cavaliere, è finito molto lontano: nel pcdi di Cossutta.
Le partenze di tanti altri eletti e migranti di Forza Italia risultano meno spericolate. Verso Dini, verso Cossiga (Udr), poi verso Mastella e i continui rivolgimenti centristi e post-democristiani, oltre che nella sempre accogliente «Legione Straniera» del Gruppo Misto di Montecitorio e Palazzo Madama, sono dunque finiti gli onorevoli, senatori ed eurodeputati: Giuseppe Lazzarini (che prima di mollare baciò il «nemico» Scalfaro), Giuseppe Del Barone (recordman dei traslochi), Gianfranco Saraca (pure fondatore di «Arriba Nicaragua», la Forza Italia di laggiù), Piero Broglia (che pure ci aveva creduto un sacco). E poi sempre in ordine sparso: Adriano Teso, Ernesto Caccavale, Silvio Liotta, Vittorio Mundi, Augusto Cortelloni, Doriano Di Benedetto, Adolfo Manis, Pietro Milio, Alberto Acierno, Marianna Li Calzi, Luigi Negri, Demetrio Errigo, Luca Danese, Eugenio Filograna (con guai giudiziari), Ilario Floresta, Roberto Mezzaroma, Baldassarre Lauria. Solo questi basterebbero a fare un bel gruppo parlamentare. Che sarebbe ancora più effervescente con la presenza dell’indimenticabile psichiatra esoterico Alessandro Meluzzi, poi divenuto un po’ verde e un po’ demitiano, e di Enzo Savarese, oggi An, che ai tempi del ribaltone sventolarono a sorpresa nell’aula della Camera un enorme bandierone di Forza Italia.
INCAVOLATI
Area per così dire problematica, contrassegnata da distacchi traumatici, abbandoni più meno laceranti e non di rado anche da desideri di vendetta. Il caso più antico, quello del generale Luigi Caligaris, tessera numero 3 di FI; quello narrativamente più appassionante riguarda, per via della «teste Omega» Stefania Ariosto, l’avvocato Dotti; quello più tempestoso Filippo Mancuso, che pure a lungo è stato considerato nel partito una specie di padre nobile.
Titti Parenti ha rotto perché inascoltata alla Bicamerale: «Mi hanno venduta». Michele Caccavale, da distinguersi da Ernesto, pure fuoriuscito, ha commentato la sua triste esperienza in un volume significativamente intitolato «Il Grande Inganno» (Kaos). Per il resto, alla categoria appartengono figure che anche a ragione si aspettavano qualcosa che non hanno poi ottenuto. E che l’hanno vissuta così male da riconsiderare il senso stesso della loro adesione. Il sottoelenco comprende, senza gerarchie di rilevanza, anche personaggi sommersi e sacrificati sull’altare delle faide locali. Perciò: Achille Serra (mancato candidato sindaco di Milano); Mariella Scirea e Umberto Cecchi (mancati candidati alla Camera); l’europarlamentare Alfonso Maria Marra (avvocato napoletano prodigo di paginate a pagamento sui quotidiani e rimasto vittima delle camarille partenopee); Cristina Matranga (dissidi palermitani, oggi è con Mastella); Maurizio Bertucci (protagonista di un incontro di boxe con un rivale marchigiano), l’ex sindaco di Verona Michela Sironi (lieta di aver fatto perdere la città a Fi), oltre al recente espatrio dei friulani Ferruccio Saro e Renzo Tondo.
SVINCOLATI
Ristretto e curioso gruppo trans-berlusconiano. Il presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto è stato eletto con FI, poi si è fatto una sua lista e di nuovo è stato eletto con Forza Italia. Ma si è scoperto che aveva sempre la tessera. E poi c’è - poteva mancare? - Vittorio Sgarbi, da considerarsi in prolungata sospensione. Cioè l’ultima volta ha fatto una pubblica irresistibile scenata a Berlusconi. Ma Sgarbi è Sgarbi e quindi occorre pazienza, anche per capire come può evolversi». (Filippo Ceccarelli)