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 2004  gennaio 22 Giovedì calendario

Nalbandian David

• Nato a Cordoba (Argentina) il primo gennaio 1982. Tennista. Nel 2005 ha vinto il Masters (a Shangai battendo in cinque set Federer). «[...] un bellissimo atleta, un regolarista capace di attacchi dal fondo, che basa il suo gioco su due ottimi colpi di rimbalzo, e soprattutto su un cross bimane di sorprendente regolarità e penetrazione. [...]» (Gianni Clerici, ”la Republica” 21/11/2005). «[...] detto malignamente ”Nalpanzian” per le sue forme non proprio anoressiche, non ha un gioco scintillante (in pochi ce l’hanno oggi), ma è dotato di resistenza e fondamentali di prim’ordine, su tutti un dritto spaventoso. stabilmente tra i primi dieci al mondo [...] finalista a Wimbledon (perse [...] con Hewitt) e semifinalista al Roland Garros e US Open [...] quando in vantaggio su Roddick - poi vincitore del torneo - si fece rimontare [...]» (Andrea Scanzi, ”la Repubblica” 27/1/2005). «Il suo segreto non è il doping, come sarebbe facile suggerire dopo che tre coetanei argentini sono incappati nel nandrolone, bensì ”lavoro, lavoro, lavoro”. Significa che David Nalbandian si allena ”per giocare 10 ore” e quindi quando ha una partita di 120minuti ”è niente”. Perciò, nel 2002, al primo torneo pro sull’erba, si fermò solo sulla soglia della finale di Wimbledon, malgrado i problemi agli addominali e quindi appena mezzo servizio da sparare. E, al debutto in Davis, in coppia con Arnold, superò Kafelnikov-Safin per 19-17 al quinto set, dopo 6 ore e 20 minuti. Perciò sostiene una maratona via l’altra: come agli Us Open 2003 dove ha domato, nei quarti, i muscoli di El Aynaoui e il giorno successivo s’è arreso in cinque set a Roddick, dopo aver fallito un match point. Il suo credo, ispirato dall’ayatollah Eduardo Infantino (ex guida anche di Omar Camporese) e da suo fratello Javier, è: ”Ogni volta che impugno la racchetta è per vincere. Ogni volta che vado in campo voglio battere l’avversario e quindi non m’importa chi sta dall’altra parte del net. Ma il mio gioco è da fondocampo, per questo so già che devo correre molto e che ogni volta mi aspetta una guerra”. La sua convinzione ha piegato molte teste famose e molte ancora ne piegherà: ”Non mi interessa su che superficie sono e se c’è sole o vento, tanto che posso farci? Eppoi è lo stesso per l’avversario. L’importante è essere sempre pronti a tutto [...]”. Il suo atout si chiama movimento: arriva semplicemente prima sulla palla, per cui ha il tempo di selezionare i colpi ed esaltare le proprie doti tecniche, mascherando la scarsa potenza. [...] Nalbandian, con sangue armeno di papà e italiano di nonna che così gli ha dato la possibilità di ottenere un secondo passaporto, adora il color rosso diavolo, correre i rally d’auto, pescare per ore e tifare River Plate di calcio. Lui rispetta ma batte tutti i primi della classifica. [...]» (Vincenzo Martucci, ”La Gazzetta dello Sport” 19/1/2004).