Varie, 22 gennaio 2004
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Nakamura Kiharu
• Tokyo (Giappone) aprile 1913, New York (Stati Uniti) 5 gennaio 2004. Scrittrice. «Nel 1983 era diventata un caso letterario con il libro Memorie di una geisha, bestseller tradotto in otto lingue. Di libri la Nakamura ne scrisse una decina, ma nessuno ottenne il successo e il clamore di quelle memorie che toglievano il velo a una professione mitizzata, assimilata spesso a quella della prostituta. Precedendo l’omonimo bestseller dell’americano Arthur Golden, Kiharu offriva il racconto di una vita vera, cominciata nel quartiere di Ginza, a Tokyo, nel 1913 e sviluppatasi, quando la scrittrice aveva sedici anni, all’interno di una okiya, la casa in cui vengono educate le apprendisti geishe. E ci raccontava il suo durissimo tirocinio. Il gei di geisha significa “arti” e la geisha è sinonimo di artista. È l’artista dell’intrattenimento e della preparazione del tè, deve saper cantare e suonare lo shamisen, deve assumere un portamento regale. Lo scopo di questa educazione severa, agli ordini di una “Madre” dal potere assoluto, è ovviamente il successo personale (ed economico) raggiunto dopo avere vinto una agguerritissima concorrenza e dopo avere incontrato un danna, ossia un protettore e amante. Kiharu non incontrò un danna, ma un marito. Sposò un diplomatico dal quale divorziò nel 1956, quando decise di trasferirsi negli Stati Uniti. Qui, per lei, cominciò una nuova vita, sempre nel segno dell’arte. Non più nell’arte di intrattenere gli uomini durante la raffinatissima cerimonia del tè, ma nell’arte della comunicazione. Cominciò a scrivere e si dedicò al teatro, soprattutto al teatro lirico, di cui divenne consulente. Inutile dire quanto fosse considerata preziosa per gli allestimenti di Madama Butterfly di Puccini. In Occidente la sua fama cresceva. Kiharu Nakamura era considerata una donna sofisticata e colta, ottima conversatrice e di gusto finissimo. Intorno a lei si creò una cerchia di amici cosmopoliti. Fra questi c’era Charlie Chaplin, che nei suoi viaggi giapponesi amava frequentare le case da tè, e c’era Jean Cocteau, che le dedicò una poesia affettuosa e riconoscente: La geisha» (“La Stampa” 7/1/2004).