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 2004  gennaio 21 Mercoledì calendario

Messaoudi Khalida

• (Khalida Toumi) Moussa (Algeria) 13 marzo 1958. Politico. Dal 2001 ministro della Comunicazione e della Cultura algerina, è una delle icone del movimento per i diritti delle donne nei Paesi arabi. Di origine cabila, ex insegnante di matematica in due licei di Algeri, ha vissuto in semi-clandestinità nel suo Paese, condannata a morte dagli estremisti islamici che insanguinavano l’Algeria. Contro il retrivo Codice della famiglia del 1985, ha fondato la prima associazione indipendente di donne algerine: l’«Associazione per l’uguaglianza tra l’uomo e la donna davanti alla legge» che tuttora presiede. Eletta in Parlamento nel 1997.. «La passionaria delle battaglie delle donne algerine contro l’integralismo [...]. Nei terribili anni Novanta quando, per dieci anni, gli integralisti hanno sgozzato donne e bambini, ucciso intellettuali, studenti, operai, gente comune, Khalida è stata l’eroina, la portavoce di quella società civile che aveva eretto un muro, pagando un prezzo altissimo, contro il potere integralista. È stata la bandiera delle istanze dei diritti calpestati delle donne e dei valori della democrazia. Condannata due volte a morte dai terroristi islamici, ferita in un attentato, braccata, Khalida non è mai indietreggiata di fronte alle minacce. Con l’amarezza di una Cassandra denunciava l’Occidente che non aveva voluto capire che un totalitarismo spaventoso, l’integralismo appunto, minacciava il mondo. Vicepresidente del partito Rcd (Rassemblement pour la culture et la démocratie), ne esce nel 2002. Continua a battersi per uno Stato laico e per uguali diritti per donne e uomini. [...] Ha la chiarezza e la logica della matematica, quando parla guarda dritto negli occhi. [...] Oggi è ministro di un governo che non ha fatto nulla per riformare il codice della famiglia. [...] “L’Occidente non ha voluto capire. Noi abbiamo avuto 3.650 giorni di 11 settembre. Ci sono stati paesi che hanno aiutato i nostri assassini, offrendo loro asilo. Con la complicità dei media, la Comunità di Sant’Egidio, in Italia, ha offerto i suoi servigi perché potessero prendere il potere in Algeria. Personalmente ero molto disgustata. Non riesco ancora a darmene una ragione. Dopo l’11 settembre pensavo che la Comunità di Sant’Egidio si prodigasse per un dialogo tra Bush e Bin Laden, ma non lo ha fatto. Allora ho capito che per loro gli algerini possono essere sgozzati. Gli americani no. [...] L’Occidente ha interferito nella nostra lotta, complicandola e oggi non deve darci troppe lezioni. Stiamo cercando di ricostruire il paese: abbiamo avuto 120 mila morti, più di 20 miliardi di dollari di danni. Dobbiamo ricostruire le nostre vite e allo stesso tempo instaurare la democrazia, cosa non facile. Voi europei lo sapete. Non troppo tempo fa avete aiutato la Spagna con 8 miliardi l’anno perché nella difficile transizione, diventasse un paese democratico. Ben vengano i vostri aiuti. Abbiamo bisogno di formare i nostri giovani e soprattutto le donne. Per il resto lasciateci consumare il nostro lutto e costruire la nostra democrazia. [...] Noi siamo algerini e abbiamo il vantaggio di essere allo stesso tempo arabi, berberi e africani. Siamo un popolo molto vicino all’Europa e abbiamo mostrato al mondo intero che è meglio che un popolo si occupi dei propri affari da solo. Gli algerini non credono all’esportazione di modelli, noi crediamo nella genialità dei popoli. [...] Per evitare catastrofi bisogna essere aperti mentalmente. Dobbiamo essere capaci di riconoscere la cultura degli altri. Dopo l’attacco alle due torri ho parlato con molti colleghi europei dei loro scrittori, dei loro cineasti, dei loro bei film. Mi chiedo spesso quanti di loro sarebbero capaci di parlarmi dei nostri film, dei nostri scrittori. Con quale ministro della Cultura in Europa potrei discutere di Ibn Kaldun, Averroè, Kateb Yassin, Mohamed Dib. Questo per dire che io non cambierò. Continuerò a leggere le vostre bellissime opere. Mi auguro che presto avvenga anche il contrario. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a non avere paura dell’altro, del diverso, essere liberi e non prigionieri dell’ideologia, come invece lo sono gli integralisti e gli estremisti» (Dina Nascetti, “L’espresso” 8/1/2004).