Varie, 21 gennaio 2004
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Lombardo Goffredo
• Napoli 15 maggio 1920, Roma 2 febbraio 2005. Produttore cinematografico • «[...] era il figlio di Gustavo Lombardo, ossia di uno dei fondatori del cinema italiano e di Leda Gys, attrice del muto, così ribattezzata da Trilussa che ne anagrammò il nome di battesimo, Giselda. Lombardo padre cominciò a occuparsi di cinema nella sua Napoli quando non aveva ancora vent’anni, come noleggiatore e distributore di pellicole. Fu lui a rivoluzionare il mercato concependo una divisione delle zone di esclusiva per lo sfruttamento del prodotto, prima in Italia e poi nel mondo; lanciò così, tra gli altri, Cabiria. Dopo la Grande Guerra diventò anche produttore e proprietario di stabilimenti al Vomero, da cui nel decennio 1919-28 uscirono una cinquantina di film dell’allora popolarissimo filone partenopeo. Mise su un circuito di sale, e poco prima dell’avvento del sonoro si trasferì a Roma dove fondò la Titanus, anch’essa dotata di propri studios alla Farnesina, sotto Monte Mario. Qui continuò a produrre (suo tra gli altri il primo Totò, Animali pazzi, 1939) e a ingrandirsi, e quando morì nel 1951 lasciò al figlio un piccolo impero - oltre alla Farnesina, uno stabilimento di doppiaggio a via Margutta, una casa di distribuzione e noleggio, e un circuito forte di una ventina di cinematografi, per la maggior parte in Campania. Come si sarà capito anche da un resoconto così succinto, Lombardo padre era una forza della natura, animato da una energia e da una passione travolgenti. Lombardo figlio fu un personaggio piuttosto diverso, pacato, signorile, minuto, gentile, molto elegante, con grandi occhi neri vellutati tipo Al Pacino prima maniera. Non dava l’impressione di avere la vocazione del mestiere, faceva piuttosto pensare a quei figli di grandi titani che cercano di tenere in piedi l’industria ereditata per lealtà verso il genitore. Era, invece, un lavoratore convinto e instancabile; ed era intelligente, e di gusto. Sotto di lui - il padre venne a mancare nel 1951 - la Titanus mantenne la sua fisionomia di Casa di Produzione specializzata in film di intrattenimento, mai volgari ma di ottimi incassi, nobilitati da altri più ambiziosi da portare ai Festival. Quando si scrive la storia del cinema italiano, ancora oggi, si parla di solito dei singoli autori ma poco delle case di produzione. Le Case americane, come tutti sanno, avevano un loro stile distintivo - i musical della MGM, i noir della Warner Brothers, ecc. - ma anche da noi c’erano per così dire dei marchi di fabbrica. Nelle vene della Titanus, come in quelle del suo padrone, scorreva profondo il filone dei mélo di una volta, però subordinato alla passione di Goffredo Lombardo per la qualità. Accanto a commedie nazionali di grande richiamo (Pane, amore e fantasia, Il segno di Venere, Un eroe dei nostri tempi, Poveri ma belli), fu spesso disponibile a progetti più rischiosi (Le amiche di Antonioni, Il bidone di Fellini»). Andando avanti però si trovò di fronte a un bivio. Negli Anni 60 il cinema italiano era in piena euforia, la noiosa Tv monopolio di Stato non gli toglieva spettatori, diversamente da quanto accadeva in Usa, dove tutte le major erano in crisi. Decisi a conquistare gli Usa, alcuni produttori intraprendenti e indipendenti, come Carlo Ponti e Dino De Laurentiis, si fecero americani, ossia andarono a lavorare a Hollywood e per Hollywood. Lombardo a differenza di loro aveva radici profonde, stabilimenti e terre al sole, tentò dunque di fare film americani qui da noi, girati in inglese, ovviamente, e con star d’oltreoceano, magari non di primissima grandezza, ma sempre appoggiandosi ad autori rispettabili. Il primo fu La Maja desnuda (1958), con l’oriundo Anthony Franciosa come Goya e con Ava Gardner; non funzionò, ma sembrava una strada da seguire a ogni costo. Gli americani erano in difficoltà economiche per realizzare grandi spettacoli, lo avremmo fatto noi per loro, conoscevamo il mestiere e, giocando in casa, avremmo saputo risparmiare. Successe il contrario, i costi salirono e quei film ibridi non piacquero. Salito su una tigre da cui non poteva più scendere, Lombardo si trovò nello stesso anno a finanziare due supercolossi, Il Gattopardo di Luchino Visconti e Sodoma e Gomorra di Robert Aldrich: e saltò. Conosceva senza dubbio ma non mise in pratica il principio numero uno del mestiere, ossia che i film si fanno sempre coi soldi altrui: l’arte del produttore è spesso l’arte di indebitarsi. Lombardo fece il contrario, unico produttore della storia pagò fino in fondo, vendette tutto il patrimonio personale - compresi gli stabilimenti della Farnesina, ghiotta area edificabile - per non far fallire la ditta di famiglia. Nell’immaginazione collettiva rimase la leggenda del produttore innamorato della qualità rovinato dal regista troppo perfezionista, ossia Visconti, in realtà il vero disastro fu quel Sodoma e Gomorra che costò una fortuna. Comunque fosse andata, Lombardo si ritrovò povero, ma sempre al timone della sua Titanus; e ripartì dalla distribuzione, dove erano cominciate le fortune del padre. Quando si rimise a fare film, dimostrò di non avere perso la sintonia col pubblico - produsse, per esempio, i Piedoni con Bud Spencer. Ma il cinema dei grandi autori era tramontato, e questo nuovo, più facile, non gli piaceva più. Vendette a Berlusconi altri gioielli di famiglia, ossia il catalogo dei film Titanus, primo gradino della scalata di Mediaset. E si rivolse allora alla Tv, dove portò quell’aspirazione alla ualità che aveva contrassegnato il suo cinema: Orgoglio [...] è la sua ultima creatura insieme con il Sacco e Vanzetti per Mediaset. Rimase, nel frattempo, quasi solo: un figlio morto tragicamente (l’altro, Guido, lavorava con lui) la moglie andatasene prematuramente anche lei. Si rifugiò in un lavoro ancora più accanito che in passato, in ufficio anche la domenica, il Ferragosto una tragedia. Esternamente però continuò a comportarsi con la malinconica eleganza che lo aveva sempre contrassegnato» (Masolino D’Amico, ”La Stampa” 3/2/2005) • «[...] figlio della diva del muto Leda Gys e di Gustavo, fondatore della Titanus, produttore dell’Inferno dantesco (1911), venditore di lanterne magiche alle parrocchie napoletane. [...] Aveva prodotto per Visconti, senza mai negargli né rimpiangere nulla, due film storici: Rocco e i suoi fratelli , che lo mandò in tribunale - dove inventò l’oscuramento di due sequenze - poi il Gattopardo , che gli diede gloria ed incubo per il costoso perfezionismo del regista che voleva, per il gran ballo, candele vere, fiori freschi da Sanremo e una lavanderia sul set con 50 donne per i guanti degli ospiti. Se la trascrizione del romanzo di Lampedusa è il nostro Via col vento, il kolossal che lo mandò in rovina fu Sodoma e Gomorra, ”62, di Aldrich (Sergio Leone aiuto). Lombardo lo definì un cataclisma, fatto per accontentare i capricci della Hollywood sul Tevere. ”Con questi titoli perdemmo allora cinque miliardi - raccontò - alla fine pagai in contanti, 12 miliardi e 750 milioni, rimanendo senza una lira ma riuscendo a non impegnare i gioielli di mia madre”. Coevo dei grandi tycoon del cinema post bellico, il cav. del lavoro Lombardo non espatriò come De Laurentiis, nonostante le profferte vantaggiose della MGM, non sposò la sua divina come Cristaldi o Ponti, ma era un tipo determinato: lo chiamavano, secondo i gradi di intimità, ”dottorino” o ”ducetto”, ma non interferiva mai nel lavoro degli autori. Lavorava con atavica passione, tra Nastri, David e il Leone alla carriera nel ”95, sudando sangue e firmando cambiali, facendo salti mortali per rinnovarsi puntando sui giovani come Rosi, Olmi, Zurlini, Bolognini, Brusati, Giannetti, Gregoretti, Petri, Loy, la multiforme ma non sempre redditizia covata Titanus. Al suo intuito di uomo di spettacolo si devono però i melò strappacore di Matarazzo con la coppia fotoromanzo Nazzari-Sanson e le due serie popolari del realismo rosa, quella del Comencini di Pane e amore e quella dei Poveri ma belli di Risi, che poi diresse per lui Il segno di Venere. Diceva il regista: ”Lombardo è l’unico che in Italia fa cinema come gli americani”. Con questi film si riempirono le casse dell’ora centenaria Titanus, che Lucherini ha ricordato con un film collage affettuoso e di classe. Lombardo scoprì la Lazzaro, ribattezzandola Loren; produsse per Fellini Il bidone; osò fare sia Roma ore 11 di De Santis sia La spiaggia di Lattuada, credette nel De Sica maresciallo ma anche nel regista della Ciociara. Ricorda Olmi: ”Fu il mio garante premiando Il tempo si è fermato e firmandomi subito su un foglietto verde un contratto per tre film, cominciando dal Posto. Era per me un fratello cui mi legavano stima e affetto: quando fu nei guai lo aiutai nei rapporti con l’Edison che poi lo finanziò”. [...] seppe stare al passo coi tempi, ripercorrendo la sua storia con la tv: quando si accorse che un certo cinema era finito e nell’ex grande famiglia vincevano invidia, cattiveria, egoismo (ultimi film di Tornatore e Comencini) passò alla tv. Sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare, in nuove immagini, per un nuovo pubblico, tenendosi lontano dai ”messaggi” ma sempre col gusto della scommessa sul talento e sulla cultura: per pochi o per molti ma comunque in grado di accendere lo spettacolo» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 3/2/2005). «L’ultimo dei grandi artefici del cinema italiano [...] un pezzo di storia del cinema italiano, quello bello di una volta, quello delle emozioni per tutti, per il pubblico popolare e per i più sofisticati amanti del film d’autore, storie che facevano piangere, ridere, riflettere, indignare, pensare. Esempi significativi sono I figli di nessuno di Raffaello Matarazzo e Roma ore 11 di Giuseppe De Santis, due dei primi film della sua carriera di produttore, cominciata nel ”50, quando suo padre gli lasciò la guida della Titanus, dopo un apprendistato da gavetta. E il cinema per tutti, ”alternarsi costante di film da grandi platee ad opere meno popolari, fu nel segno della Titanus. Impossibile citare l’intero ”cast” Titanus: ci sono tutti, Rossellini, Magnani, De Sica, Mastroianni, Gassman, Lollobrigida, Loren, Totò, Sordi, Fellini, Visconti, Antonioni, Lattuada, Zurlini... Con il vezzo di ornare il cinema italiano con il fascino esotico di dive come Marlene Dietrich o Ava Gardner. ”Sono un produttore all’antica”, amava definirsi Lombardo, uno di quei figli d’arte contaminati dalla passione di famiglia, fin da quando, a 18 anni, fu il più giovane laureato d’Italia e la tesi era sul diritto d’autore nelle opere cinematografiche. Nella definizione era implicito il distacco da un modo di produrre affermatosi negli ultimi anni, quello garantito da banche o Rai o Mediaset. Per Lombardo la passione per il cinema, unita al coraggio e alla giusta dose di follia che caratterizza tanti grandi uomini, significava anche avventura, gusto di andare fino in fondo, rischio personale. Come quando raccontava di aver affrontato la crisi della Titanus [...] vendendo sia il patrimonio cinematografico che quello personale e pagando in contanti 12 miliardi e 750 milioni, all’epoca una cifra pazzesca. Fu il periodo più nero per la Titanus - tra le ragioni della crisi i costi esorbitanti di Il Gattopardo e l’esito disastroso dell’ambizioso kolossal Sodoma e Gomorra di Robert Aldrich - e nella vita privata di Lombardo. Nel 1957 aveva perso l’amatissima madre, Leda Gys, star del muto, che lo aveva voluto ad ogni costo, anche contro il parere del padre, che, raccontava il produttore, ”non mi voleva, io lo ammiravo ed ero orgoglioso di essere suo figlio, lui ci ha messo anni per accettarmi”. E non a caso Gustavo Lombardo, vittima dell’ostracismo della famiglia per la scelta del cinema, all’inizio del secolo vista come attività indegna, sposò la Gys solo nel ”32 dopo un lungo legame ”scandaloso”. Negli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta, la coppia Goffredo e Carla Lombardo era tra le più corteggiate dai salotti italiani, quando i salotti raccoglievano davvero l’élite della società, ignorando la volgarità del miscuglio tele-politico di oggi. Goffredo e Carla erano belli, ammirati per lo stile, per l’eleganza non solo esteriore, entrambi amanti del mare e della pesca subacquea. E proprio il mare portò il dolore più forte per i Lombardo, la perdita di Giulio, il figlio più giovane, morto nel corso di un’immersione. Fu un lungo momento oscuro, ma Goffredo Lombardo aveva il sorriso mite e gentile, ma una straordinaria forza interiore. Riemerse dal silenzio, superò più tardi anche l’angoscia per la morte della moglie, ritrovò la forza nella passione per il cinema. O meglio per le immagini. Perché, dopo aver prodotto il primo Tornatore, Il camorrista, si rese conto che il cinema si stava trasformando, viveva la mortificante stagione della supremazia televisiva e allora scoprì il piacere di raccontare ancora grandi storie attraverso la fiction, e ancora con il successo di serie per altro dignitose, da Cime tempestose a Orgoglio [...]» (Maria Pia Fusco, ”la Repubblica” 3/2/2005) • «Altri tempi, altri personaggi. Quando [...] la Titanus andò in crisi, Goffredo Lombardo fece qualcosa che mai sarebbe venuta in mente, oggi, a potenti industriali miliardari come Calisto Tanzi: vendette tutto il suo impero cinematografico e alienò anche il suo patrimonio personale. ”Le banche mi avevano consigliato di accordarmi coi creditori rimborsandoli al 20%. Ma io ero abituato a guardare la gente in faccia, mio padre mi aveva educato così: pagai tutto, in contanti, 12 miliardi e 750 milioni, allora un’enormità. Rimasi letteralmente senza una lira, ma con tanta voglia di lavorare: chiesi al vecchio amico Genesi della Tecnostampa 25 milioni in prestito, e ricominciai”. [...] Il non ancora ventenne Gustavo Lombardo, a Napoli, abbandonò gli studi di legge per buttarsi in una avventura nuova e precaria, quella del cinema, o come si diceva allora, della fotografia animata. E Goffredo, figlio di Gustavo [...] elegantissimo, di quell’eleganza sartoriale ammirevole e ormai scomparsa, tipo Amedeo Nazzari, la rossa Legion d’Onore sul bavero della giacca, magro e diritto, i capelli argentati perfettamente ordinati, gli occhi festosi e sapienti, potrebbe essere l’autorevole patriarca di una nobile famiglia in una delle tante fiction televisive che la Titanus produce con successo dal 1985. E di sicuro è il patriarca del nostro cinema, cui ha dedicato tutta la vita: ma solo a tre film, a tre capolavori senza tempo, ha dato il suo nome come produttore, e sono quelli che ovviamente ama di più, Rocco e i suoi fratelli di Visconti, Le quattro giornate di Napoli di Nanny Loy e soprattutto Il gattopardo. ”Volevamo assolutamente come protagonista Burt Lancaster, ma mi dissero che ero matto. In America non ci prendevano sul serio; una volta, della mia cravatta a pallini rossi, avevano scritto che era imbrattata dagli schizzi del sugo degli spaghetti. Allora si parlava solo con gli agenti, ma io osai telefonare direttamente all’attore, che accettò di incontrarmi. Arrivò tutto sudato e in ciabatte, non conosceva né il romanzo di Tomasi di Lampedusa né Visconti, e io gli procurai una copia di Rocco, che lo entusiasmò: poi assoldai un gruppetto di italoamericani perché comprassero tutte le copie del libro, tradotto in inglese, nelle librerie che servivano per le classifiche. In questo modo diventò un best seller”. Lungo le scale dei solenni uffici sono appesi i manifesti dei successi e degli insuccessi Titanus, dei film di cassetta e di quelli di autore, delle commediole dimenticate, dei capolavori entrati nella storia, e di quegli ibridi produttivi che mettevano insieme Brigitte Bardot e Alberto Sordi, Ava Gardner e Gino Cervi, Katina Paxinu e Renato Salvadori, Gina Lollobrigida e Yves Montand: Catene e Il bidone, Poveri ma belli e Cronaca familiare, Mio figlio Nerone e Io mammeta e tu, Fellini e Matarazzo, Aldrich e Lattuada, De Sica e Olmi, Zurlini e Petri, e nel 1986, ultimo film prodotto dalla casa, il primo film di Tornatore, Il camorrista. Ma nelle stanze del suo ufficio personale c’è un’aria diversa, più intima e segreta, e le fotografie, i grandi manifesti, spesso ricomprati alle aste, sono quelli dei film di cui la sua bellissima mamma, la diva del muto Leda Gys, fu protagonista. ”Io l’adoravo e lei mi adorava”. Dice sommessamente Lombardo, ricordando anche come invece col padre i rapporti fossero conflittuali: ”Non mi aveva voluto, allora era uno scandalo un figlio fuori dal matrimonio, per di più da un’attrice. Cominciai a lavorare come falegname a 14 anni nei suoi teatri di posa, mi fece fare tutta la gavetta, senza mai dirmi una volta bravo. Ma io volevo a tutti i costi dimostrare il mio valore, e riuscii a laurearmi a 18 anni”. Gustavo, cacciato dalla nobile famiglia napoletana di professionisti per aver scelto di dedicarsi a quella cosa disdicevole e volgare che era il cinema agli inizi del secolo scorso, negli anni ”20 era ormai diventato uno dei più importanti produttori e distributori: e Leda Gys la sua star più popolare e versatile, che poteva far piangere in La leoparda ferita o in I figli di nessuno (con lo stesso titolo nel 1951 Matarazzo diresse un film di massimo successo, con Yvonne Sanson e Nazzari) o divertire in Napoli è una canzone o La signorina Chicchiricchicchi. Goffredo nacque nel 1920 ma Gustavo sposò la diva solo nel 1932, quando ormai era subentrato il cinema sonoro e lei si era ritirata. In omaggio a quella mamma morta ancora giovane, il figlio Goffredo ha prodotto il DVD di una fiction religiosa del 1999, Maria figlia del suo figlio, allegando Christus un film muto del 1916 diretto da Giulio Antamoro, in cui Leda Gys interpreta la Madonna. Era stato il padre Gustavo a inventare Totò, con Fermo con le mani, 1937. ”Lo aveva visto gesticolare in una trattoria, e gli firmò subito un contratto di esclusiva sulla tovaglia di carta”. Fu lui, Goffredo, a trasformare Sofia Lazzaro in Sophia Loren, nel 1953, per ”Africa sotto i mari”: ”Volevo fare un film di pesca subacquea di cui ero appassionato e scegliemmo questa stupenda ragazza non ancora ventenne, anche se non sapeva nuotare. Però il nome non andava bene, né Lazzaro né quello vero, Scicolone: mi venne in mente l’attrice svedese Marta Toren, e così affibbiai a Sophia il cognome Loren. Lei lo seppe solo dai manifesti del film, e si arrabbiò”. Il grande disastro della Titanus lo causò uno di quei film studiati a tavolino per guadagnare miliardi. Titolo: Sodoma e Gomorra. Genere: kolossal biblico. Produttori: le potenti major americane e la Titanus. Regista: il celebre Robert Aldrich. Cast: internazionale, da Stewart Granger ad Anouk Aimè ad Anna Maria Pierangeli. ”Il film alla fine costò una cifra allora pazzesca, 5 milioni di dollari, e gli americani lo rifiutarono. In Marocco Aldrich era impazzito, il regista della seconda troupe lo sconosciuto Sergio Leone, girò 50 mila metri di pellicola da buttare, l’esercito marocchino ingaggiato per le scene di massa cavalcando nel deserto sollevava nuvole di sabbia che impedivano le riprese, e alla fine ci piantò in asso per andare a sorvegliare i confini”. Oggi la Titanus si dedica alla fiction televisiva [...] ”Anche per la televisione si possono fare prodotti di qualità, non è vero che il pubblico vuole solo porcherie. Io detesto la censura, che per esempio mi obbligò a oscurare certe scene di Rocco e a cambiare il cognome della famiglia protagonista, Pafundi, perché era lo stesso dell’ex procuratore generale della Corte di Cassazione che si sentiva oltraggiato: ma penso che dovrebbe esserci almeno un codice di comportamento che suggerisca di evitare il turpiloquio, sia in televisione che nei film: non ce ne è bisogno, le parolacce non danno più forza, non è evitando le volgarità che si limita la libertà d’espressione”» (Natalia Aspesi, ”la Repubblica” 15/1/2004).