Varie, 21 gennaio 2004
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Lem Stanislaw
• Lviv (Ucraina) 12 settembre 1921, Cracovia (Polonia) 27 marzo 2006. Scrittore. «Medico presto votatosi alla cibernetica, stella di prima grandezza nell’universo della fantascienza, ma soprattutto scrittore capace di padroneggiare le più diverse sfumature (dal racconto d’azione alla meditazione metafisica, fino alla variante comica e parodica) di un genere letterario “infimo, infantile, fracassone e demente” (così Giorgio Manganelli in un suo “Omaggio alla fantascienza”), un genere da Lem stesso definito “un caso disperato con qualche eccezione”, e verso il quale confessò anche di “cominciare a provare una certa repulsione”. Affermazioni che gli costarono, nel 1976, l’espulsione dall’Associazione degli scrittori di fantascienza d’America. E invece proprio lui, con più di una ventina di opere di narrativa e alcuni volumi di saggistica, è stato tra coloro che maggiormente hanno contribuito a mutare e arricchire l’immagine stessa della fantascienza, anche se magari non proprio fin dai suoi primi romanzi: Gli astronauti (del 1951, in italiano nel ’63 col titolo Il pianeta morto) o La nebulosa Magellano (1955), debitori dell’atmosfera politica in cui nacquero, espressione di un gracile realismo socialista applicato anche alla fantascienza, così ideologicamente schematici da spingere l’autore a impedirne oggi persino la ristampa. Solaris (da poco riedito da Mondadori, trad. di Eva Bolzoni, pagg 226, euro 14,60), romanzo buttato giù tutto d’un fiato, quasi dominato dalla materia che all’autore sembrava come svilupparsi da sola, rappresentò nel 1961 la svolta: non più una spedizione di conquista, non una guerra tra mondi, ma uno scienziato con tutte le sue conoscenze scientifiche impotente dinanzi a un pianeta che è un enigma, un mistero insolubile, con il movimento ritmico di un oceano onnipresente e due dischi solari che si alternano nel cielo, colorando di bagliori rossastri ogni cosa lì intorno, in un tramonto continuo. E poi l’apparizione della fidanzata, morta suicida dieci anni prima, gli ospiti che durante il sonno vengono a disturbare la solitudine degli astronauti sulla stazione Solaris, rimanendo però accanto a loro anche durante il giorno. La tradizione era quella del racconto fantastico ottocentesco, magari mescolata con Le rovine circolari di Jorge Louis Borges (un racconto il cui protagonista è impegnato a creare un figlio sognandolo). Erano le "fantasmagorie" studiate anni addietro in un bel libro da Max Milner: apparizioni generate da raffinati marchingegni, come nel Castello dei Carpazi (1982) di Jules Verne, o come nell’Invenzione di Morel (1940) di Adolfo Bioy Casares (romanzo cui Solaris sembra spesso debitore), dove alcuni amici, morti da tempo, rivivevano nelle immagini proiettate all’infinito dalla macchina progettata dall’ingegner Morel. Ma come in quelle metafore surrealiste che eliminavano l’elemento di mediazione tra le due immagini, in tal modo generando un insanabile effetto di spiazzamento, così in Lem manca proprio la macchina che quelle immagini dovrebbe generare, ed esse si producono da sole, tenere concretizzazioni allucinatorie provenienti direttamente dal passato, generatrici di sgomento. Sulla stessa linea inaugurata da Solaris proseguiva di lì a poco L’invincibile (1964), anch’esso recentemente ristampato da Mondadori (trad. di Renato Prinzhofer, pagg. 191, euro 7,80), affascinante resoconto sulla scomparsa dell’astronave Condor, dopo anni ritrovata sull’inesplorato pianeta Regis III, con l’intero equipaggio morto e con segni evidenti di una pazzia pregressa. Ma anche qui il romanzo, al di là dell’ostentato armamentario bellico, racconta lo scontro tra l’uomo di scienza e il pianeta, e la ricostruzione del mistero coinciderà con la messa a fuoco dell’evoluzione particolare di quel pianeta, ora dominato da forme di vita non-intelligenti. A pochi mesi l’uno dall’altro sono apparsi, presso Marcos y Marcos, il romanzo Il congresso di futurologia (trad. di Sandra Cecchi, pagg. 157, euro 12), ormai da un decennio introvabile in italiano, e - per la prima volta tradotti - i racconti di Cyberiade ovvero Viaggio comico, binario e libidinatorio nell’universo di due fantageni (trad. di Riccardo Valla, pagg. 319, euro 15). Il congresso di futurologia (1971) - resoconto della concitata giornata iniziale di un congresso di futurologi in una città in stato d’assedio per rischio terrorismo, congegno illusionistico che volutamente confonde il piano della realtà e quello del sogno (e i sogni sono così reali che all’alba ci si sveglia coi lividi) - descrive a fosche tinte apocalittiche una società futura dominata e guidata da una “criptochemiocrazia”, da un uso di sofisticati psicofarmaci capaci ormai di sostituire, falsificandolo, qualsiasi aspetto del reale, dagli arredi urbani al cibo (in una tradizione che si può far risalire alla Fabbrica dell’assoluto di Karel Capek del 1922). I racconti di Cyberiade (scritti nel ’65) appartengono invece a un’ulteriore linea della produzione narrativa di Lem, una vena divertita e comica che già si ritrovava nelle Fiabe dei robot e nei racconti dei Diari stellari. Siamo qui in un non precisato futuro, un regno totalmente meccanizzato discendente dal progenitore “automatus sapiens”, dove i simpatici robot antropomorfi di una volta sono divenuti complesse macchine cibernetiche e solo raramente può capitare d’incontrare per strada “un robot mendicante tutto liso e sbrindellato, spettacolo quanto mai triste e doloroso”, assemblaggio di “pezzi di vecchio tubo da stufa legati con il fil di ferro”, bulloni traballanti, una pentola sbucherellata per testa e un pezzo di rotaia arrugginita al posto del collo. Un universo metallico, dove i corpi baroccamente arrugginiscono, e nelle segrete giacciono «i resti arrugginiti dei prigionieri precedenti”. Protagonisti delle storie sono Trurl e Klapaucius, due macchine pensanti: il primo un affabulatore, un Marco Polo seduto davanti a un Gran Mogol intergalattico che però cerca «più il divertimento che la saggezza», il secondo - invece - meno geniale e perciò preda di una strutturale invidia nei confronti del collega, misantropo avvezzo a girare su “un carro automatico che non solo lo portava in giro, ma faceva anche conversazione con lui”. Due maghi-costruttori che - al di là della collocazione temporale - sembrano discendere dalla tradizione medievale del Mago Virgilio, delle dispute fra saggi, anche se poi le loro baruffe, le loro scaramucce da comica muta, li apparentino più spesso a uno Stanlio & Ollio da Guerre stellari. Affetti da una brama a escogitare ordigni sempre più complessi e inutili, a ciò spinti spesso da riprovevole brama di ricchezze, i due costruiscono marchingegni per far divertire sovrani crudeli o giocherelloni, come ad esempio “una macchina in grado di creare tutto quello che comincia per N”; o “la Macchina Che Esaudisce Ogni Tuo Desiderio” (orrida creatura “dall’enorme pancione, montata su quattro corte zampe”); o “una macchina pensante a otto piani”, che però ritiene che due più due faccia sette, trasformandosi perciò immediatamente nella “più stupida macchina pensante che esista al mondo”, attrazione ormai da circo che si scaglia contro il suo stesso costruttore, inseguendolo per le vie della città; o anche - perché no? – “una macchina che compone versi”: “bardo elettronico”, “Omero omeostatico”, “metropoli di terminali e componenti, di circuiti e collegamenti”, in cui Trurl inserisce tutto lo scibile e l’esperienza umana, ottenendo però in cambio solo banali filastrocche infantili, assurdità dadaistiche o composizioni formate da parole con la stessa iniziale, come se in quel lontano futuro la dottissima macchina condividesse ancora il credo artistico dei membri dell’Oulipò. Il volume è tutto un campionario di simili bizzarrìe, quasi che i due ipercostruttori cibernetici avessero passato i propri anni di studio presso la rinomata Accademia di Lagado, da Swift descritta nei Viaggi di Gulliver, ritrovo di scienziati folli tra cui quel professore che aveva inventato una macchina grande come una stanza grazie alla quale “l’uomo più ignorante poteva scrivere libri di filosofia, poesia, politica, diritto ecc.”. Abituato a ideare universi fittizi di estrema coerenza - e in Vuoto assoluto (1973) si era anche dilettato a recensire una biblioteca di libri inesistenti (tra cui, in un ormai incontrollato gioco di specchi, anche il volume di Lem che dava il titolo al volume stesso) - Stanislaw Lem si diverte qui a inventare realtà futuribili minimali, cyber-destrieri, “cotte in duralluminio” che rendono il guerriero “scintillante come una supernova”, e armi dagli effetti terribili, come il “proiettore di improbabilità”, da Klapaucius usato contro i draghi che imperversano in quell’eteroclito futuro: una semplice pistola capace di creare un “campo di inverosimiglianza” nel quale “si videro danzare le ombre delle streghe, delle arpie e delle baccanti, mentre un acciottolio di zoccoli annunciava che da qualche parte, nelle vicinanze, i centauri scalpitavano”. E, quasi a voler arginare le orride visioni che la fantascienza ama abitualmente offrire ai propri lettori, Lem, “utopista deluso”, popola in Cyberiade il proprio futuro di splendidi visitatori, come l’elegante ambasciatore che “indossava brache di filo d’oro, stivali foderati di visone (...) e un giustacuore di foggia molto strana: al posto delle tasche aveva alcune piccole mensole, piene di confetti alla menta e fruttini di marzapane, e attorno a lui volava uno sciame di api meccaniche”, o il magnifico “cavaliere elettrico, di aspetto davvero memorabile: aveva occhi ingioiellati che brillavano come comete, antenne radar buttate all’indietro, alla spavalda, e un’elegante stola tempestata di diamanti”. O come lo sconosciuto dalla forma perfetta di sfera che un giorno bussa inaspettato all’ospitale porta di Trurl: “dove noi tutti abbiamo le braccia aveva soltanto un leggero soffio d’aria, dove abbiamo le gambe un lucente arcobaleno e al posto della testa un cappello con una lunga piuma”. Almeno un po’ di sollievo!» (Giuseppe Dierna, “la Repubblica” 12/1/2004). «[...] è un mito: vissuto sotto il regime comunista, ne ha subito a lungo le censure; la sua prima novella, scritta nel 1948, ha atteso otto anni prima di essere pubblicata; ha edito alcuni dei più straordinari libri del genere. Solaris, uscito nel 1961 presso l’editore MON di Varsavia, è diventato celebre anche per il film che ne ha tratto Tarkovskj. Nato nel 1921 a Lviv, città oggi in Ucraina, l’antica Leopoli, Lem, dopo aver svolto l’attività d’aiuto meccanico durante l’occupazione tedesca, è stato “rimpatriato” con l’arrivo delle truppe sovietiche; ha studiato medicina a Cracovia, dove ha anche esercitato la professione per alcuni anni. [...] È un provocatore nato e si diverte a svolgere questo ruolo nel suo paese. [...] I libri di Lem si dividono, secondo la critica, in due grandi filoni: le novelle e i romanzi più noti, scritte seguendo il genere classico della fantascienza, come Solaris e I viaggi del pilota Pirx, e i libri segnati da un gusto per il grottesco, come Cyberiade o Il congresso di futurologia che Marcos y Marcos ha ripubblicato in Italia con buon successo. Parlando con lui si ha l’impressione che i due filoni siano invece uno solo [...] Lem è certamente un apocalittico, ma con allegria. [...] “Lo scopo della letteratura è far ricchi gli editori e, di tanto in tanto, anche un autore guadagna qualcosa. L’influenza della letteratura sul corso del mondo è piccola [...] chi crede nella forza della letteratura è un matto” [...]» (Marco Belpoliti, “La Stampa” 3/2/2005).