Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  gennaio 16 Venerdì calendario

ALGRANATI

ALGRANATI Rita Roma 12 gennaio 1958. Terrorista. Delle Brigate Rosse. Arrestata in Egitto il 14 gennaio 2004 dopo una latitanza ventennale • «’ giovane, carina, non ha che da star ferma all´incrocio, con un mazzo di fiori in mano”. Semplice, in effetti. Mario Moretti, leader e mente organizzativa delle Brigate Rosse, aveva scelto per quella ex studentessa dal ”Virgilio” la parte più adatta. E Rita Algranati, vent´anni, gli occhi celesti, i capelli biondi, eseguì diligentemente il compito. Non appena vide le due auto blu del servizio di Stato, levò verso l´alto il mazzo di fiori che teneva in mano. Nessuno ci fece caso. D´altra parte nessuno avrebbe potuto immaginare che quel gesto grazioso era il ”via” a uno dei più gravi crimini politici della storia italiana, il sequestro di Aldo Moro e l´uccisione degli uomini della sua scorta. Quel che Rita Algranati fece dopo aver sollevato i fiori non è ben chiaro. Sicuramente non partecipò all´agguato. Probabilmente montò su un motorino e s´allontanò dalla scena del delitto mentre in via Fani risuonavano i colpi di mitra. Qualunque cosa abbia fatto, la soddisfazione per aver eseguito bene l´incarico di certo non bastò a compensare l´ansia per l´esito dell´intera operazione. Tra i nove compagni che erano rimasti là con le armi in pugno, c´era anche suo marito, Alessio Casimirri, un ragazzo romano di buona famiglia, figlio d´un alto funzionario del Vaticano. S´erano sposati giovanissimi ed era stato lui a tenerla per mano nei primi passi verso a lotta armata. Piccoli passi, all´inizio. Gli stessi d´un bel pezzo d´una generazione che approdò alle Brigate Rosse quasi per ”chiamata diretta´, senza aver vissuto i tormenti dei fondatori. Senza aver creduto di emulare i vecchi partigiani come Alberto Franceschini, senza le teorizzazioni di Renato Curcio. La generazione del ´77, degli indiani metropolitani, del ”riprendiamoci la vita´, degli espropri proletari. Fu un "esproprio" (d´una filiale "Standa" del quartiere Trionfale) il primo passo, il secondo fu l´adesione al Co.Co.Ri (Comitato comunista rivoluzionario) "Mario Salvi", dal nome d´un giovane militante di autonomia operaia ucciso nel 1976 da un agente penitenziario di guardia al ministero della Giustizia. Il terzo passo fu l´ingresso nelle Br, "Brigata Primavalle". Da quel momento in poi, Rita cominciò a farsi chiamare "Marzia" e suo marito prese il nome di battaglia di "Camillo". Valerio Morucci, ex terrorista dissociato da tempo in libertà, e leader della colonna romana, di "Marzia" non vuole parlare. Né vuole farlo un´altra donna presente all´agguato di via Fani, Adriana Faranda. [...] Fino al momento in cui proprio Morucci e Faranda decisero di raccontare qualcosa, il ruolo di "Marzia" nell´azione esecutiva del sequestro Moro era sconosciuto. In realtà le cose non stanno proprio così. Rita Algranati non è tra i condannati per il sequestro Moro: fu assolta per insufficienza di prove (con sentenza passata in giudicato). I suoi ergastoli vengono da altre vicende, da altri omicidi. Solo quand´era ormai latitante Morucci, Faranda, Moretti e altri ne chiarirono il ruolo nell´agguato di via Fani. Lo scopo dichiarato era quello di mettere a tacere le voci che, partendo dai nomi mancanti nella lista degli attentatori, ipotizzavano un ruolo di supporto operativo da parte di servizi segreti, mafia, camorra. Obbiettivo mancato. Il caso Moro continua a essere un potente serbatoio di misteri. Sergio Flamigni, uno dei massimi esperti sull´argomento, dice che avrebbe un mucchio di domande da rivolgere a Rita Algranati. Sia sulle cose che sa direttamente, sia su quelle che ha appreso dal marito. L´ergastolo arrivò nel 1988 per gli omicidi del giudice Riccardo Palma, del consigliere provinciale della Dc romana Italo Schettini, del generale Antonio Varisco e dei due poliziotti assassinati il 3 maggio del 1979 durante l´assalto brigatista alla sede democristiana di piazza Nicosia, sempre a Roma. In quell´anno d´attività dopo il sequestro oro, "Marzia" e "Camillo" - ormai entrati nel gruppo dirigente brigatista - riuscirono a restare nell´ombra tanto che, tra il 1980 e il 1981, lei trovò lavoro come insegnante di educazione fisica per una società di sperimentazione didattica che lavorava per alcuni istituti religiosi. Nel 1982, quando i primi grandi pentiti avviarono lo smantellamento delle Brigate rosse, la fuga in Nicaragua, a Managua, dove - con una nuova moglie - Casimirri vive ancora. [...] Ma se la latitanza di "Camillo" è stata in tutti questi anni periodicamente seguita dalla stampa, quella di "Marzia" era ormai nota solo a un piccolo gruppo di specialisti. Sembrava quasi che gli stessi investigatori se la fossero dimenticata. E così si sa poco degli ultimi dieci anni della vedetta di via Fani. Avrebbe lasciato il Nicaragua all´inizio degli anni Novanta, dopo la fine del matrimonio. Si sarebbe trasferita prima in Angola e poi in Algeria assieme al nuovo compagno, Maurizio Falessi, un altro membro del gruppo fondatore delle Br romane. Da anni viveva nel Nord Africa, dicono gli investigatori. Probabilmente con l´illusione d´essere stata dimenticata per davvero. Non ha sorpreso il fatto che non si sia dichiarata prigioniera politica» (Giovanni Maria Bellu, ”la Repubblica” 15/1/2004). «L’algeria. L’Angola. E il Nicaragua. Dove arrivò assieme all’ex marito Alessio Casimirri da Parigi, via Mosca. stata lunghissima e frastagliata la latitanza di Rita Algranati. Scomparvero da Roma, i due, nomi di battaglia ”Marzia” e ”Camillo”, quando abbandonarono le Brigate Rosse. Lui la spiegò così: ”Per un profondo dissenso con l’incomprensibile omicidio di Vittorio Bachelet”. Altri precisarono: dopo l’arresto di Gallinari, nel settembre ”79, la colonna romana si stava riorganizzando; i due dovevano dividersi e preferirono il privato alla politica. Pur di non separarsi, cioè, moglie e marito, che condividevano la militanza nel partito armato e la gestione di un’armeria dalle parti di piazza San Giovanni di Dio, preferirono uscire dalle Br. E fuggirono all’estero. Privilegiarono la loro storia d’amore. Che a un certo punto, però, finì brutalmente. Come tante storie d’amore. In Nicaragua Casimirri si fidanzò con una bella ragazza, Rachel, che gli ha dato due figli. L’Algranati ci rimase malissimo. ”Non mi sono potuto sposare con Rachel - ha raccontato l’ex terrorista in un’intervista che concesse all’Espresso nel 1998 - perché la mia ex moglie non mi ha mai concesso il divorzio”. Disse anche di più, Casimirri: ”Non ci vediamo da sedici anni e non so nemmeno dove sia”. Sembrava proprio, il rifiuto del divorzio, la ripicca di una moglie tradita. Ma le parole di Casimirri non vanno mai prese per oro colato. In altre dichiarazioni, del 2000, faceva espressamente riferimento all’Algeria come del Paese più probabile dove viveva la ex moglie. Indicazione preziosa che il più grande enciclopedista del caso Moro, Vladimiro Satta, non s’è fatto sfuggire. E si ritrova nelle note del suo libro Odissea nel caso Moro (Edup 2003). Né sfuggì, naturalmente, ai nostri servizi segreti. Alla fine degli anni Ottanta, insomma, la coppia in fuga scoppia. Le vite si separano. Rita Algranati si lega a un altro esule italiano, Maurizio Falessi, anche lui romano, di Centocelle, finito a Managua dopo essere stato segnalato a Madrid. Tra il ”90 e il ”91 cominciano a girare il mondo per rotte pressoché obbligate - quelle della solidarietà internazionalista, come direbbero loro nel vecchio gergo marxista - portandosi dietro il fardello triste di ex terroristi. Inseguiti entrambi dai rimorsi e dalle condanne pesantissime della giustizia italiana. Con l’incubo che la fuga possa interrompersi in ogni momento. Lasciato il Nicaragua, la successiva tappa è l’Angola. Il Paese africano è appena uscito da una devastante guerra civile: non si scontrano solo i sostenitori marxisti di Dos Santos (Mpla) contro quelli occidentali di Savimbi (Unita), ma anche i rispettivi sponsor, ossia cubani e sudafricani. C’è comunque un governo che guarda a Mosca. E due ex terroristi italiani, con una vicenda di ”guerriglia marxista” alle spalle, sono comunque bene accetti. Non è dato sapere quanti anni vivessero in Angola. Tra l’aprile e il maggio 1991, però, dopo che i cinquantamila soldati cubani sono tornati nella loro isola, e sono stati rimpiazzati da osservatori dell’Onu, e l’Mpla ha ripudiato il marxismo a favore di un vago ”modello socialdemocratico”, forse il clima politico cambia. E occorre trovare nuove sponde. Algranati e Falessi vagano per diversi Paesi mediorientali. Approdano infine nell’Algeria, altra tappa classica del network terzomondista comunista. Lì conducono una vita molto appartata. Pochissime spese. Ogni tanto qualche contatto con i familiari a Roma e con pochi amici fidati. Eppure l’Algeria, squassata anch’essa da una guerra civile, non è più quella dell’Fln e della rivolta antifrancese. Viene in primo piano la questione del fondamentalismo islamico. I governi militari si sono avvicinati progressivamente all’Occidente. [...] In Italia sono molti a interrogarsi, adesso, se questa lunga latitanza per Paesi esotici sia stata tutta casuale o invece non abbia usufruito di coperture» (Francesco Grignetti, ”La Stampa” 15/1/2004).