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 2004  gennaio 15 Giovedì calendario

CIARRAPICO

CIARRAPICO Giuseppe Roma 28 gennaio 1934. Imprenditore. Finanziere. Nel 2008 eletto al Senato col Pdl • «[...] creatura andreottiana dal cuore repubblichino, già re delle acque minerali, attualmente imperatore della Ciociaria editoriale e padrone di lussuose cliniche private a Roma [...]» (Alessandra Longo, ”la Repubblica” 11/7/2005) • «[...] gran prezzemolo degli accadimenti finanziari più misteriosi e controversi. [...] il ”re delle acque minerali”? [...] specie di ruspante acrobata degli affari, mezzo fascista (’storico” diceva lui per ridurre il danno) e mezzo andreottiano, già sponsor di Orazio Bagnasco (crack Europrogramme) e consigliere di Roberto Calvi (bancarotta del Banco Ambrosiano). Un personaggio assai pittoresco che di punto in bianco, sul finire degli anni ottanta, in allegra e baldanzosa commistione iniziò a fondare o a comprarsi giornali, cliniche, premi letterari, ditte di catering, squadre calcistiche, bibite, società finanziarie, caffè storici, aerotaxi, stazioni termali e acque minerali. Prima la Fiuggi e poi oltre venti marchi sparsi per l’Italia. [...] Un’intera generazione di giornalisti, ormai attempati, è ancora oggi grata a Ciarrapico per le continue risorse narrative che la sua ascesa garantiva giorno dopo giorno al mestiere della cronaca politica. E non solo perché era una miniera di idiomi e atteggiamenti romaneschi che ispirarono addirittura la creatività cinematografica (vedi il personaggio di Sparafico in Nel Continente Nero). Affittò castelli, inventò cocktail per la figlia di Andreotti, predispose porchette-flambè, cantò ”Nel Sole” con Albano. In pari grado vulcanico e approssimativo, s’era messo fermamente in testa di essere amico di tutti. Del msi e della famiglia Almirante lo era fin dalla metà degli anni quaranta; però si mise pure a rifornire di acqua di Fiuggi i festival dell’Unità e tentò di premiare Ingrao; promise a Craxi di acquistargli il glorioso Avanti!; finanziò le più divertenti e azzardate iniziative editoriali para-cielline. Al culmine del trullallà partitico e finanziario diede soldi perfino al psdi, e per estremo paradosso fu la cosa che sul piano giudiziario gli costò più cara. Ma soprattutto parlava e straparlava, il Ciarra, a nome del ”Principale”, come chiamava Andreotti, allora presidente del Consiglio. In sua vece arrivò a mediare tra la Fininvest e il gruppo De Benedetti per il possesso della Mondadori e di Repubblica; e se non altro per questo ufficio si merita certamente un posticino negli annali del potere italiano nella stagione del Caf. La sua caduta, al tempo di Tangentopoli, fu istantanea e rovinosa. Finì in carcere e poi si ritrovò sommerso dai debiti, specie con le banche, e tra le banche soprattutto con la Banca di Roma, che per prima cosa si prese il piccolo impero sanitario. Da Fiuggi, dove un tempo ebbe anche un ”suo” sindaco, l’avevano già fatto fuori. Ma le altre 19 acque minerali gli restarono drammaticamente appiccicate. Tra pendenze giudiziarie, crisi aziendali a ripetizione e proteste dei sindacati, non sapeva più che farsene. Ciarrapico vantava una fila di possibili acquirenti, statunitensi, olandesi, la Nestlè. Invano tentò di vendere fonti, terme e imbottigliamenti al povero Gardini, a sua volta sull’orlo dell’abisso. Intanto Geronzi fremeva, voleva rientrare, alleggerirsi di quel fantasioso debitore, chiudere. Se l’ascesa del personaggio era stata narrata giornalisticamente in modo assai intenso, quasi spassoso, l’inevitabile discesa si configura come un’avventura per certi versi ancora più incredibile. Pensare che i soliti ignoti gli staccarono dal muro degli uffici addirittura un forziere e se lo caricarono via. A lui. Gli andò pure a fuoco l’aereo privato che aveva imprestato a Bruno Vespa per andare a Bagdad a intervistare Saddam Hussein. Nel 1996, sul supplemento economico del Corriere della Sera, Monica Setta diffuse la notizia che il Ciarra era preda di una crisi mistica: leggeva la vita dei santi, girava per abbazie, faceva esercizi spirituali, forse - o almeno così assicuravano gli amici - stava per prendere i voti. Pur essendo aperta e preparata a tutto, la vita pubblica italiana non vide confermata la tardiva vocazione di fra Peppino. Poco dopo l’inusitata rivelazione, anzi, comparvero appesi per la capitale, con il dovuto scandalo del sindaco Veltroni, dei manifesti di Mussolini dietro cui si ricercò, magari a torto, lo zampino del Ciarra. Più che l’ardore religioso, era semmai il richiamo della foresta nera a prenderselo. Come fascista, non poteva dirsi esattamente un ”esule in Patria”, ma in una selva di saluti romani partecipò al ventennale dell’eccidio di Acca Larenzia, e poi anche ai funerali di Massimo Morsello, leader di Forza Nuova. Ebbe poi modo di scambiarsi offese con il suo successore alla guida della Roma calcio, Franco Sensi. E dato che il Caffè Rosati era ancora suo, non gli dispiacque di figurare come l’anfitrione di Giuliano Ferrara e degli altri ”foglianti” la sera dell’Usa-day a piazza del Popolo. [...]» (Filippo Ceccarelli, ”La Stampa” 14/1/2004) • «’’Sta destra imbalsamata… Ma chi la vole? ”na monnezza”. Giuseppe Ciarrapico, detto Er fascistone, non ha mai usato semitoni. Una svolta esistenziale l’ha portato nel tempo a disconoscere del tutto berluscones e camerati privi di attributi, un rigetto totale. Gli screzi con i quadri regionali di An sono lì a testimoniare che il feeling con il partito di Fini ormai è brutalmente abortito. Eppure alla causa generale, al bene comune, ”Er Ciarra” si è sempre prestato. Fu Andreotti a investirlo del ruolo di potentissimo mediatore tra Berlusconi e De Benedetti nella vicenda del lodo Mondadori. Fu Silvio Berlusconi a incaricarlo di riportare a casa, nella Cdl, Alessandra Mussolini, Tilgher e Saya. Ancora Andreotti, alla morte di Dino Viola, lo convinse a prendere in mano la Roma. In quel caso la vicenda ebbe un epilogo drammatico, la squadra si trasformò in obbrobrio calcistico e lui stesso, per non farsi tradurre a Regina Coeli, dovette simulare un malore in tribuna. Il 12 marzo 2007 l’editore ciociaro ha seguito al teatro Eliseo di Roma il dibattito sul nuovo Partito Democratico. [...] ”All’Eliseo non c’erano solo i compagni, c’era un mucchio di gente, cattolici, imprenditori, artisti, registi, attori, c’era la società civile. Ma poi che domanda è?, questo è un Paese davvero strano, io sono un imprenditore del Lazio, l’editore di undici quotidiani locali”. Nel Lazio hanno tutto loro, la sinistra. ”All’Eliseo c’erano i rappresentanti di Regione, Comune e Provincia, un’ottima ragione per giustificare la mia presenza, no?”. Interessi allora. A Roma [...] ha ancora anche qualche clinica privata. ”Ancora? Cinque a Roma e due a Fiuggi, mille posti letto”. Gli affari vanno bene? ”Modestamente non mi posso lamentare. Ma la mia presenza all’Eliseo non va derubricata come una semplice questione di interessi [...] la politica la seguo ancora, il primo a spiegarmi che i ghetti, gli steccati mentali non esistono, fu Almirante” [...] nato con la camicia nera. ”Per la precisione il 7 ottobre del ”47, l’anno in cui mi iscrissi al Msi. E con la camicia nera vorrei congedarmi, beninteso il più tardi possibile [...] Fini è un ometto impettito e deprecabile, un islamico-sionista, un furbetto [...] io quell’uomo l’ho sempre detestato, An non esiste più, finita. La destra non esiste più, e Fini non è il colpevole unico, il resto della truppa non è diversa da lui, Gasparri tiene famiglia, La Russa poi. Gli altri? Francamente li trovo impresentabili”» (Elio Pirari, ”La Stampa” 14/3/2007).