Varie, 14 gennaio 2004
CARUSO
CARUSO Bruno Palermo 8 agosto 1927. Pittore • «Nella sua vita non ha mai posato la matita. Ne tiene quattro in tasca e disegna ogni giorno dalle quattro di mattina in poi e la sua mano è così sciolta e allenata che quando disegna, gli si allungano le dita. [...] Lui che gira per Palermo ha gli occhi furbi e malinconici, come molti siciliani e sulla lingua un’aggressività che è sfumata dalla fantasia e soprattutto dall’idea che la vita è sogno. Ha fatto molte cose, nella sua lunga carriera, questo cantore siciliano che ha la felice ossessione della linea ed è salutato da tutti per le calde strade della sua città, così che lui può dire, come Neruda, ”confesso che ho vissuto”. Nel passato segue la guerra in Indocina e illustra il testamento di Ho Chi Minh, va a Teheran per studiare calligrafia persiana, riesce a frequentare il manicomio di Palermo e a raccontare quelle storie, denuncia i mafiosi e nel corso del tempo, vengono uccisi i testimoni a suo favore del processo: Cesare Terranova, il generale Dalla Chiesa, il colonnello Russo, il commissario Boris Giuliano. Attorno a lui il gelo ma accanto gli rimangono l’amico Leonardo Sciascia e il suo avvocato. Passeggia da ragazzo con il principe Tomasi di Lampedusa, gira per l’Egitto alla ricerca delle cave dei marmi degli imperatori romani, bibliofilo e collezionista di fotografie antiche, amico di tutti. Ma popoli e viaggi non cancellano la sua cantilena palermitana e racconta sempre con un misto di rabbia e di candore, rabbia per quello che vede attorno e candore perché spera che un giorno guerra, fame, mafia e sopraffazione spariscano con un colpo di gomma. L’ingenuità è una virtù oppure una condanna? ”Penso sempre al candore che Bontempelli diceva di avere riscontrato nell’opera di Pirandello e certe volte mi immedesimo perché mi sento ingenuo così. Ma in Pirandello c’era un candore letterario, mentre in me c’è mancanza assoluta di furberia”. C’è sempre la parola ”libertà” nei suoi scritti. ”La libertà è una virtù e anche un inganno. Difendevamo anche Stalin in nome della libertà, la più alta delle contraddizioni. Ma com’è bello immaginarla, la libertà”. Cosa sarebbe mai la vita senza la matita? ”Senza matita non potrei vivere. Disegno pure a china e intingo il pennino dentro il calamaio, come i pittori antichi”. A quale pittore dell’antichità affideresti il ritratto di Bruno Caruso? ”Ad Antonello da Messina. Antonello è stato influenzato da Petrus Christus e da Van Eyck, pittori meravigliosi ma a me piacerebbe essere ritratto più da Antonello che da loro, perché era un pittore della Sicilia. Loro erano del nord, magnifici ma del nord. un’altra stoffa, un altro racconto”. Nei suoi ritratti uomini e donne hanno sempre gli occhi sgranati, non si sa se sono pieni di meraviglia o di terrore. ”Come sono importanti gli occhi e penso sempre al Pirandello di Uno, nessuno e centomila, quando lui davanti allo specchio, guardando i suoi occhi che guardano, dice ”Gli occhi mi guardano ma non sanno come io sono’. Gli occhi sono stupendi”. Quando disegna sembra un entomologo o un botanico, osserva nei dettagli le forme vive che la vita gli mette davanti. ”Per disegnare la natura bisogna essere molto precisi. Ho una bellissima raccolta di insetti fra i più strani e quando cammino in campagna, salvo sempre quegli animaletti che rischiano di essere calpestati, poi raccolgo scarafaggi e insetti morti che trovo e ne ho scatole piene. La natura, come dice Diderot, è la nostra grande maestra. La natura non la guarda più nessuno, per me invece è la cosa più importante che c’è”. [...] Racconta di quando da bambino, Pirandello gli ha dato un buffetto sulla guancia e anche del principe di Maletto che un giorno aveva deciso, di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme restando nella sua stanza a girare intorno al tavolo, con guide e mappe. Ricorda anche che da bambino imparava a disegnare copiando Pisanello e Leonardo dai libri di casa sua e dell’incantamento per l’orto botanico di Villa Giulia. Confida di possedere un ritratto di Victor Hugo fatto da Nadar e regalato a Parigi dal fotografo a Verga, di dormire circondato da cinquemila libri, molti incolonnati in lunghe pile e di avere sempre Tacito, Cicerone, Pirandello e Sciascia sul comodino. Quando guarda il mare si sente uomo di mare e ha voglia di disegnare polipi, barche e onde come Hokusai, quando entra in un giardino vorrebbe ricopiare foglia dopo foglia. Nella sua casa romana tiene la caponata palermitana nel freezer e guarda le donne siciliane passare con la voglia di fermarle sul foglio. Quando gira ha le sopracciglia come radar, poi nel suo studio agita la matita come un sismografo che registra tutto il nervosismo e la precisione del movimento visibile dell’uomo e di quello invisibile della terra. Anche delle stelle vorrebbe disegnare il movimento: ”Quando cammino sotto le stelle mi rendo conto che non sono niente. Quando si passa e si guarda questa volta stellata, non siamo niente. Insomma, tutte le nostre cose non hanno importanza”» (Giovanna Giordano, ”La Stampa” 4/1/2004).