13 gennaio 2004
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Boskov Vujadin
• Nato a Begea (Serbia) il 16 giugno 1931. Calciatore. Allenatore della Sampdoria campione d’Italia nel 1990/1991. «’Squadra super, presidente super. Paolo Mantovani è morto troppo presto. Lui conosceva il valore di educazione e disciplina. Mai chiedeva quanti soldi volevi, lui diceva ’signor Boskov, resterà ancora con noi’? e poi faceva scrivere la cifra al direttore generale. Sempre alta! I ragazzi avevano la divisa elegantissima col fermacravatte d’oro, e senza cravatta non si poteva neanche salire sul pullman. [...] La mia città è la più bella del mondo: Novi Sad. Boniperti ci veniva a caccia. Una città di tante genti, ungheresi, slovacchi, ebrei, serbi, croati. Si andava d’accordo con la forza delle differenze, perché l’uomo è scambio e adattamento, sì? E poi il Danubio si allarga come un mare”. [...] Lo scudetto sampdoriano è stato l’ultimo ad essere vinto in un luogo che non fosse Milano, Torino o Roma. [...] C’erano Vialli, Mancini, l’avvocato Agnelli che offriva, Paolo Mantovani che resisteva. E Genova. ”La prima città del calcio in Italia, storicamente dico. Gli inglesi, il porto. Sempre la gente mi chiama e mi chiede dove va la nostra bella Sampdoria, e io dico che va lontano, va veloce la nostra bellissima Samp! Novellino, lui sa. Bazzani, anche lui sa. Io ricordo che Paolo Mantovani pagava sempre tutti entro il 5 di ogni mese, e io la sera telefonavo a due giocatori diversi, a caso. Se non mi richiamavano entro un quarto d’ora preciso, scattava la multa. Perché disciplina è tutto. L’allenamento a Bogliasco cominciava alle dieci di mattina, e alle nove e quarantacinque tutti erano nello spogliatoio ad aspettarmi, già pronti. Io entravo e dicevo ’buongiorno ragazzi, tutto bene?, problemi a casa’? Un orologio svizzero: Pagliuca, Attilio, Luca Vialli, Mancini, Pietro. Oggi il calciatore non regge i novanta minuti, perché la vita privata può essere grande amica o grande nemica dell’atleta. In questi tempi non la vedo molto amica, ah. [...] Ho molte case in Europa, però ho deciso di vivere a Nervi. Perché Novi Sad e Genova sono le mie città. Qui mi trattano super: io vado dal giornalaio e non devo mai chiedere, già sono pronti i miei due giornali, così io pago e via. Ma perché stadio non è più pieno? Forse la gente sta smettendo di amare il calcio? I presidenti dicono: il pallone è il mio negozio. E lo trattano così. Lo usano. Anche la classe media è calata. Una volta giocavano in Italia, nello stesso momento, Platini e Maradona, Falcao e Zico, Vialli e Mancini. Oggi? Ma che mi interessa. [...] Per un pelo non arriviamo a vincere la Coppa dei Campioni! Sconfitti dal Barcellona solo con un tiro in extremis di Koeman. Ah, ma la Coppa delle Coppe, quella sì che la prendemmo!. [...].Le sue frasi vengono continuamente citate come si fa con i classici. Essere diventato meno visibile non lo disturba. ”Non mi piace tanto un campionato che lo possono vincere solo due o tre squadre, il calcio italiano non è mica l’Olanda o la Spagna. Se perdi tre partite di seguito, come allenatore sei finito. Paolo Mantovani era anche un tecnico, capiva di calcio come pochi, veramente è morto troppo troppo presto. Ricordo lo stadion di Marassi sempre pieno, già di mattina lo era, e la volta che Agnelli voleva comprare mezza Sampdoria: anche Paolo Mantovani era ricco, e poteva dirgli gentilmente di no. Io cacciavo la selvaggina, poi la portavo al ristorante di Edilio, proprio addosso allo stadion, e lui la cucinava. Tutti avevano grande rispetto dei ruoli e delle persone, e Genova è questa città piena di mistero, di ombre e di luce. [...] Io sono stato il primo giocatore capace di rifiutare le offerte di Stella Rossa e Partizan Belgrado. Avevo l’orgoglio locale! Perché, sapete, oltre il Danubio comincia a salire la montagna, e vicino c’è la neve, però d’estate a Novi Sad hai quel fiume che è come un mare. [...] Il mio papà sapeva raccontare. Era del 1898. Durante la Grande Guerra lo presero prigioniero i russi, quattro anni lo tennero con loro e un giorno gli chiesero: se ti lasciamo andare, cosa farai? E lui rispose: costruirò carri. Era un uomo onesto, che tornò a casa e poi andò a lavorare quindici chilometri più lontano, io lo vedevo uscire tutte le mattine alle sei per prendere l’autobus. C’eravamo noi fratelli, e c’era la grande disciplina di mamma Maria. Io, Vera che è ancora viva e poi Alexander che invece è morto. Dicono che a pallone fosse più bravo di me. Un giorno, dopo una partita bevve una bottiglia di acqua gelata e dopo una settimana morì. Io mi ricordo che la domenica si andava a tavola a mezzogiorno esatto, e chi ritardava anche solo di un minuto non si poteva sedere insieme agli altri, papà non lo permetteva. E i maschi dovevano avere la barba tagliata e i capelli corti. [...] La disciplina del calcio italiano prevede che si possa allenare fino a settant’anni, poi stop. Io, se potessi, forse continuerei ma non per nostalgia: perché mi piace. Fisicamente mi sento molto bene, ho fermato il tempo, ah. [...] Non vorrei essere arrivato nel calcio più tardi, nel calcio di adesso, proprio no. La partita resta una cosa magnifica, veramente super, anche una partita brutta per me è super. Ma quello che succede un minuto dopo il novantesimo, e che continua a succedere fino a un minuto prima della prossima gara, è tutta roba da tapparsi le orecchie. Capisco che qualcuno in televisione debba lavorare parlando, l’ho fatto anch’io, ma insomma c’è modo e modo”» (Maurizio Crosetti, ”la Repubblica” 4/1/2004).