Varie, 31 dicembre 2003
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Manea Norman
• Suceava (Romania) 19 luglio 1936. Di famiglia ebraica, fu deportato da bambino, nel 1941, in un lager ucraino. Tornato in Romania, si è laureato e vi ha lavorato fino al 1974 come ingegnere, poi ha abbandonato la professione per dedicarsi interamente alla scrittura. Ha lasciato la Romania nel 1986, per vivere un anno a Berlino e infine stabilirsi a New York dove insegna al Bard College. Paragonato a Bruno Schulz, Musil e Kafka dai critici, ha vinto numerosi premi, tra i quali il Nonino nel 2002. Tra i suoi libri, in Italia sono pubblicati: La busta nera (Baldini Castoldi Dalai), Ottobre ore otto e Clown, entrambi editi dal Saggiatore (’Corriere della Sera” 29/12/2003). «[...] agghiacciante iniziazione alla vita nel campo di concentramento nazista di Transnistria. Vi è stato deportato due anni prima, assieme all´intera comunità ebraica della Bucovina, e quando ne sortirà, nell´aprile del ´45, avrà la sensazione di essersi trasformato in un vegliardo di nove anni. Uscito da quell´indicibile calvario, il piccolo Manea scopre con sorpresa che gli alberi, i fiumi, gli uccelli, i giochi, sono ancora al loro posto e che c´è addirittura una nuova patria, socialista, pronta ad accoglierlo. Non sa ancora che il sinistro circo della Storia sta per tendergli il secondo, terribile tranello: al vecchio dittatore ne è subentrato un altro, e con esso un´ideologia solo apparentemente opposta alla precedente; mentre nel frattempo il tradizionale antisemitismo va assumendo diverse, ma non meno raccapriccianti sembianze: ”il nuovo orrore non aveva sostituito quello vecchio, ma lo aveva cooptato: collaboravano”. Ripetutamente accusato di essere un extraterritoriale, un antipartito, un cosmopolita (inteso come insulto), Manea, sul volgere dei cinquant´anni, è costretto ad un ulteriore e stavolta definitivo esilio. Verso l´America, l´Altro Mondo, l´Aldilà, ”il paradiso”, dove ”si sta meglio che in qualsiasi altro paese”, come l´uomo si ripete di continuo - a mo´ di rosario - citando i versi del poeta polacco Zbigniew Herbert. Peccato che anche il paradiso americano, dove pure ”le distanze e i divieti sono aboliti, i frutti della conoscenza sono accessibili su schermi tascabili, l´albero della vita senza morte offre i suoi frutti in tutte le farmacie”, peccato, dicevo, che anche questo paradiso incida nel suo corpo una ferita che rimarrà per sempre aperta: quella dell´esilio linguistico, tanto più insostenibile per chi ha fatto della scrittura la propria ragione di vita. Sì, il gioco dei dadi del destino ha voluto che Manea - ”nato sotto il segno dell´intruso” - attraversasse, fino in fondo e per intero, gli abissi del Novecento. E lui, con dignità e coraggio, si è caricato sulle spalle il peso del ”pariah consapevole”, rifuggendo da qualunque compiacimento vittimistico legato all´eccezionalità della propria condizione; al contrario, riconoscendo - sulla scia di quanto la Arendt aveva previsto con sorprendente tempismo - che quella dell´esiliato, dello sradicato, è una figura sempre più diffusa nel pianeta. Se a questo poi si aggiunge la naturale predisposizione, tipica della cultura ebraica mitteleuropea, di giocare l´arma dell´umor nero per non rimanere schiacciati dalla strapotente ottusità della macchina totalitaria e il basso continuo di una pietas sobria e sommessa e infine e soprattutto una prosa magistrale, beh allora si capisce perché tanti nomi eccellenti della letteratura internazionale (da Octavio Paz a Heinrich Böll a Philip Roth a E.M.Cioran a Claudio Magris), abbiano speso sul conto di Manea parole quanto mai lusinghiere. E chi non abbia già letto i suoi precedenti libri tradotti in italiano (Un paradiso forzato, La busta nera, Clown, il dittatore e l´artista, Ottobre, ore otto), potrà ora verificare di persona l´attendibilità di quei giudizi addentrandosi nel labirinto del Ritorno dell´huligano (Il Saggiatore, pagg. 366, euro 19), considerato la sua opera più importante [...] In teoria Il ritorno dell´huligano è un´autobiografia che, attraverso un andirivieni ininterrotto, sonda l´esperienza del lager nazista e i più recenti anni americani, le tecniche di sopravvivenza alla palude abietta e carnascialesca del regime di Ceausescu e il tormentato ritorno dello stesso Manea nella Romania postcomunista - senza dimenticare infine le dolcissime incursioni nella vita prenatale dell´autore, il quale fantastica con millimetrica precisione sulla Bucovina di genitori e nonni. Ma a fianco e a lato e sopra e sotto questa straniata autobiografia, che al tempo lineare e progressivo oppone il tempo circolare e multiverso, ecco affacciarsi i bagliori del ”conte philosophique”, del giudizio storico-politico, del tagliente aforisma morale, dello sguardo narrativo incentrato sul dettaglio. E´ come se Manea sorvolasse la propria esistenza, e quella del mondo a lui coevo, con la stessa grazia, aerea e dolente, di certi personaggi chagalliani. Quasi che soltanto così gli risulti possibile far fronte alla faticosa molteplicità di un io sottoposto di continuo a spinte e sollecitazioni le più diverse e contrastanti. In un continuo gioco di maschere, successivi choc della dislocazione e nuove chances da uomo postumo. A fronte di questo perpetuo carosello, assieme grottesco e straziante, Manea non si rifugia nel perseguimento di idilliche sublimazioni. Anche perché, lo abbiamo visto, sa perfettamente che la condizione di vittima non garantisce alcuna patente di inscalfibile purezza; ragion per cui giudica con insofferenza chi si fa velo di quella condizione. Non per caso sceglierà ad emblema della propria esistenza una parola - «huligano» - la cui valenza polisemica si estende al punto di contemplare definizioni antitetiche tra loro. [...]» (Franco Marcoaldi, ”la Repubblica” 15/4/2004).