Varie, 31 dicembre 2003
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Lethem Jonathan
• New York (Stati Uniti) 19 febbraio 1964. Scrittore • « stato definito da critici come ”il più grande romanziere americano dei nostri tempi”, ma anche come ”lo scrittore più cool degli ultimi anni” [...] lo scrittore e la sua opera rifuggono da ogni schema. Il tratto più saliente della sua scrittura nasce proprio dalla volontà di dare nuovo respiro ai generi già codificati della letteratura contemporanea. Così nei suoi romanzi si intrecciano e si influenzano a vicenda il western, la fantascienza, il noir in una mescolanza costruita con estremo controllo. [...]» (Giorgia Cavazza, ”L’Espresso” 16/9/2004) • «[...] celebrato dal ”Publisher’s weekly” come [...] uno dei maggiori talenti della generazione [...] ”Credo che tutti noi abbiamo beneficiato dagli esperimenti e controesperimenti degli ultimi decenni. Tuttora l’influenza di De Lillo, Bathelme e Pynchon è fuori discussione, ma credo che ognuno di noi senta una libertà inimmaginabile qualche decennio fa, e che trova riscontro nella riscoperta dei generi e del romanzo classico” [...]» (Antonio Monda, ”la Repubblica” 29/12/2003) • «Vengo da una famiglia di artisti, ho cominciato come pittore, e ho sempre dato per scontato che vivere fosse partecipare al dialogo culturale» (Livia Manera, ”Corriere della Sera” 24/9/2004) • «A Brooklyn funziona così: nasci in una famiglia eccentrica, col padre pittore e la madre hippie, cresci nelle sue strade dure, scappi in California, ritorni, e poi confessi l’essenza della tua vita in un libro. Se hai talento diventi Jonathan Lethem, ossia il nuovo fenomeno della letteratura in un quartiere che ispira scrittori da almeno un paio di secoli, da Walt Whitman a Paul Auster. Così ha fatto Jonathan Lethem, appunto, che confessa tutto nella sua […] raccolta di saggi intitolata The disappointment artist, cioè l’artista della delusione. […] ”[…] Pensavo che la letteratura fosse solo narrativa, e non mi interessava scrivere altro. Poi, quasi per caso, alcuni amici mi hanno spinto a fare un po’ di critica cinematografica. Ho scritto un pezzo su John Wayne, poi un altro su Guerre Stellari, e alla fine ci ho preso gusto. Andavo sempre a tentoni, perché non era il mio genere, ma ho capito che stava nascendo un libro. L’idea connettiva era quella di usare qualche icona culturale della mia esistenza come scusa per cominciare a scrivere, e poi, a metà strada, passare alle confessioni personali”. Per esempio […] racconta di aver visto Guerre Stellari ventuno volte in un’estate, quando uscì nei cinema. […] ”Avvenne sul serio, durante l’estate del 1977. Io avevo tredici anni. Mi infilavo sempre nello stesso cinema, […] vicino a Times Square, e restavo per due, tre, magari quattro proiezioni di seguito. Cambiavo sedile, per la segreta emozione di rivedere il film da un’altra prospettiva. Ci portai una delle mie prime ragazze, ma fu l’ultimo appuntamento tra di noi, perché il film le sembrò appena decente. Cercai di trascinarci mia nonna, ma lei si rifiutò. Invece riuscii a portarci mia madre, come un’ultima avventura da vivere insieme. Alla fine, col suo tipico accento, mi disse: ”Non è il mio genere, ma capisco perché ti piace così tanto”. Quindi mi concesse di restare per la proiezione successiva, mentre lei tornava in metropolitana a Brooklyn […] è la storia della mia vita. Era ovvio che andando al cinema mi nascondevo da qualcosa. Ma cosa? Mio padre e mia madre si erano separati, e poco dopo i medici le avevano diagnosticato un cancro. Sarebbe morta prima dell’estate successiva. Ora capisco che l’avevo portata al cinema per farle vedere come sarei stato dopo di lei, in quale mondo di fantasia mi sarei rifugiato per sopravvivere alla sua perdita. Mia madre capì e poi andò via, come avrebbe fatto nella vita reale qualche mese dopo […] Quando io ero bambino, i genitori lasciavano i figli fuori dalle porte di casa ad inventare i loro mondi. I pomeriggi dopo la scuola erano senza fine e senza confini. Li inventavamo noi, momento dopo momento, nelle strade dove crescevamo. Questo adesso non esiste più, almeno negli ambienti urbani. I genitori non possono permettersi di lasciare i figli fuori dalla porta, nei loro mondi, perché è troppo pericoloso oppure perché devono fare qualcosa di organizzato e piu’ significativo. Non voglio giudicare, ma sento un vuoto […] In fondo ogni scrittore racconta almeno un pò la propria vita, perché la vita autentica interessa a tutti, magari mescolata alla via di fuga della magia. […]”» (Paolo Mastrolilli, ”La Stampa” 27/3/2005).