Varie, 31 dicembre 2003
BOSETTI
BOSETTI Giulio Bergamo 26 dicembre 1930, Milano 24 dicembre 2009. Attore. Regista. «Goldoni e Molière, Pirandello e Ibsen, Cechov e Jonesco. Si può vivere di teatro e per il teatro, si può avergli consacrato l’intera esistenza, da attore e da regista, da produttore e da direttore, si può continuare a calcare la scena e insieme lasciarsi di tanto in tanto tentare dal cinema, eppure confessare, con convinto candore, che il sogno era un altro: fare il calciatore. ”Dicevo un’Ave Maria tutte le sere per diventarlo. Di giorno all’oratorio di Albino a giocare, allora la squadra si chiamava Albino-Falco non ancora Albino-Leffe, la sera a pregare e a fantasticare. Avevo un bravo istruttore, si chiamava Carrara, da lui ho appreso i fondamentali, il corpo avanti e la testa sul pallone quando si vuol calciare forte, guai a stare indietro, la palla s’impenna”. La volontà c’era. Il talento meno. Così Giulio Bosetti, bergamasco, classe 1930, imparò ad impostare la voce. Com’era scritto nel libro del destino di uno nato a Bergamo proprio sopra il teatro Duse, per di più costruito dal nonno. Ma il pallone non ha mai smesso di riempirgli il tempo libero. Al punto che, ascoltandolo affabulare, non sai se sia più il fascino di quella voce preziosa o la passione che la sottende. ”Passione, certo, oggi come allora. Anche tifo se parliamo dell’Atalanta, il nostro vivaio, anche il primato in classifica e pazienza se per godermelo devo far finta che non esista la serie A. La passione è applaudire una prodezza davanti alla tv, in completa solitudine, è fermarsi a vedere i ragazzini che giocano su un campetto, è la sofferenza delle domeniche in cui recito e mi perdo le partite. E’ simpatizzare con una squadra che gioca bene sino ad adottarla, com’è stato e in parte è tuttora per il Chievo. Anche se in questo momento il vero godimento calcistico è veder giocare la Roma”. I primi ricordi calcistici. ”Nitidissimi. E bergamaschi, ovviamente. Un’Atalanta-Venezia del ”41, ci bastava il pareggio per venire in serie A. Vinsero loro, avevano Mazzola e Loik che erano al di fuori della nostra portata. La rivincita venne negli anni del grande Torino, l’Atalanta fu una delle poche squadre che riuscì a batterlo: ho ancora davanti agli occhi la rovesciata di Cassani all’ultimo minuto, Atalanta 1-Torino 0. E sì che in quegli anni il Torino era un po’ la squadra di tutti, anche la mia. Maroso il più grande in assoluto, Ballarin quello di cui conservo un ricordo personale. Nell’estate del ”46, giocavamo tra noi ragazzi sulla spiaggia di Chioggia, qualcuno lo riconobbe e gli lanciò il pallone. E lui con la massima naturalezza venne a palleggiare. Poi arrivò il tempo della maturità, dell’accademia, dei primi passi in carriera. Ma il calcio non ha mai smesso di intrecciarsi, né con il teatro, né con la vita”. Come a Torino, negli anni ”60. ”L’inizio di un rapporto che dura tuttora. Il posto dell’intreccio è da Mauro, il ristorante di via Maria Vittoria che era allora un covo teatrale e insieme un covo juventino. Anno 1965, La pisana mi aveva dato grande notorietà televisiva. Mi aveva scritturato il teatro Gobetti per Sicario senza paga di Jonesco. Doveva durare pochi giorni, andò avanti per sessanta, e poi passò al Carignano. Non solo. Jonesco volle che fossi io anche il protagonista dell’opera successiva, Il re muore. Così il periodo da pensionante nel covo teatrale e calcistico si prolungò. Forse nacque da qui l’etichetta di tifoso juventino, che in realtà era simpatia per i personaggi di quell’epoca, e anche di altre successive. [...] Nel ”63 rinunciai ad un film con Zurlini e mi ritrovai senza lavoro. Chiesi a mio padre un prestito di 100 mila lire e mettemmo in piedi, Giulia Lazzarini ed io, Le notti bianche di Dostojewski, con un fondale e una panchina, nient’altro. Fu un successo enorme. E un’esperienza di cui ho fatto tesoro”» (Gigi Garanzini, ”La Stampa” 29/12/2003).