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 2003  dicembre 21 Domenica calendario

TONNA Fausto

TONNA Fausto Collecchio (Parma) 16 dicembre 1951. Ragioniere. Ex direttore finanziario di Parmalat (fino al crack del dicembre 2003). Il 9 dicembre 2010 a Parma condannato in primo grado a 14 anni per bancarotta • «Entra subito nella Parmalat e diventa uomo di fidiucia di Calisto Tanzi, fino a diventare l’architetto della finanza del gruppo. In pochi anni il suo ruolo cresce in maniera proporzionale alla crescita del gruppo emiliano. Gli aggettivi per definire l’uomo si sono sprecati: introverso, arrogante, brusco. “Ma aveva anche una certa competenza”, dice di lui un banchiere che lo conosce bene. Fedele all’azienda come pochi, il cavalier Tanzi lo ricambia dandogli responsabilità operative sempre più importanti fino a che diventa direttore finanziario della Parmalat. Arriva ai piani alti della sede di via Grassi in coincidenza con la quotazione in Borsa della Parmalat, nel 1986. Passano gli anni e di lui gli azionisti ricordano solo la supponenza con cui rispondeva alle loro richieste. Agisce nell’ombra, però. È lui che mantiene i rapporti con le grandi banche d’affari e con quelle commerciali. Parla un discreto inglese – dice chi lo conosce – e questo lo aiuta molto anche nella costruzione delle società nei paradisi fiscali. È lui che insieme a diverse banche studia la montagna di bond che ha seppellito il gruppo alimentare. [...]» (V.D.G., “Il Sole-24 Ore” 20/12/2003). «Prima che il buco nero della Parmalat entrasse nelle televisioni, nei giornali e nelle case, prima che arrivasse dappertutto rotolando come una valanga, non c’era neanche una foto del ragionier Fausto Tonna, chiamato Faustino con molta malizia dai suoi colleghi, quasi per esorcizzarlo, per ridicolizzare il suo aspetto massiccio e la sua faccia da duro, con il naso schiacciato e lo sguardo sempre in cagnesco. Fuori da Collecchio, dalla palazzina di via Oreste Grassi, nessuno sapeva che volto avesse il ragioniere entrato in azienda quasi da bambino, ancora fresco di diploma, e diventato il direttore finanziario di Tanzi, il suo uomo di fiducia, dopo aver passato anni interi a preparare gli stipendi, come un contabile di Gogol, con le mezze maniche e la visiera sugli occhi, senza parlar con nessuno e anzi trattando male tutti. In parte è sempre rimasto questo, anche quando è diventato quasi un padrone, è sempre rimasto il ragioniere molto irascibile che a Collecchio conoscevano tutti, quello che urlava nei corridoi “siete tutti degli str...”, quello che chiamava nel suo ufficio i dipendenti e gli lavava la testa e che poi mandava a quel paese anche Manfredi Ciaburri, il capo del personale, se solo si azzardava a protestare: “Tu non ti devi intromettere. A certe cose ci penso io, perché qui comando io!”. È sempre rimasto lo stesso, pure [...] quando ha maledetto i giornalisti (“vi auguro una morte dolorosa”) che lo assediavano mentre veniva fuori dal furgone davanti al palazzo di giustizia, anche se in quella canea, con il diritto alla privacy calpestato ogni secondo, con la moglie calunniata in diretta tv con storie nemmeno verificate, chiunque avrebbe forse reagito come lui, non solo questo ragioniere troppo irascibile. Perché molte cose andranno provate in questa inchiesta, e il ragioniere, che aveva inventato questa gigantesca ingegneria finanziaria della Parmalat fondata sul nulla, era un dirigente con molte colpe e qualche merito riconosciuto anche dai suoi nemici e dalla sua controparte (i banchieri dicevano di lui che era “scontroso e maleducato, però capace a fare il suo lavoro”), ma fino a prova contraria non era uno che s’era rubato i soldi. Vive in una casetta a schiera, grigia, quasi operaia, con il 41C stampato sul muretto accanto al cancello basso, non faceva vacanze da nababbo e non esibiva mai niente. Girava solo in Mercedes, ma ce l’avevano tutti i dirigenti dell’azienda, probabilmente in leasing. Era tutto il contrario di Luciano Del Soldato, che era il suo braccio destro in via Oreste Grassi, l’uomo che cresceva nella sua ombra dentro a queste nebbie e fra questi campi, e che prese il suo posto a marzo quando i primi segnali del disastro cominciavano a venir fuori. Del Soldato era uno che appariva, che aveva una vita brillante, la casa a Montecarlo, frequentava i salotti e sapeva come non farsi mancare niente. Il direttore finanziario Fausto Tonna chiamato Faustino continuava persino a fare le vacanze come un travet, come l’ultimo degli impiegati, due settimane d’estate in una spiaggia non troppo alla moda anche se in Sardegna, e un’altra settimana d’inverno per andare a sciare in Veneto. Certo, in azienda era odiato da tutti, temuto, evitato: “Urlava come un ossesso, una volta ha spaccato una porta, un’altra ha buttato una calcolatrice dalla finestra”. Dicono che trattasse come una pezza da piede persino Stefano, il figlio del cavaliere. Gli diceva che non bastava essere il figlio di Calisto, che i gradi bisogna conquistarseli sul campo. Eppure i banchieri che lo hanno conosciuto lo hanno sempre descritto come uno arrogante e molto sicuro di sé, ma anche geniale. E nel 1998 il bond lanciato dalla Parmalat Finance Bv, e quindi da lui, si guadagnò l’onore della prima pagina sul “Financial Times”. Certo, erano altri tempi e nessuno ancora nemmeno si immaginava questo disastro che ci troviamo davanti. [...]» (“La Stampa”, 7/1/2004). «Invecchiati i miti sinistri del Capoccione e della saponificatrice di Correggio, evaporato in una nuvola di processi Duilio Poggiolini, sepolto in carcere Donato Bilancia e dimenticato Francesco Di Lorenzo bollato ai tempi di Tangentopoli come “O’ Male Assoluto”, l’Italia ha individuato infine una nuova incarnazione di Lucifero: il ragionier Tonna. Sintesi estrema, oscena e demoniaca dei nuovi mostri: i prestigiatori della Borsa, quelli che hanno illuso tutti mostrando loro la mazzetta di soldi e poi, zic zac, han fatto sparire l’asso dal tavolo delle tre carte piazzandolo in un conto off-shore di Parmalat alle Caymans o nel Delaware. Va da sé che, come ogni demonio che si rispetti, anche il ragionier Tonna era fino a qualche tempo fa invisibile. Al punto che al “Centrale” di Collecchio, il caffè nel cuore del paesotto che tutti chiamano Bar Juventus, sono pronti a giurare che, avendo messo il naso nel locale forse una volta in mezzo secolo, forse non è mai esistito. Dal suo passato, avvolto in una nebbia più densa di quella che certe sere d’inverno fa sparire ogni contorno di questa campagna padana, emergono solo sprazzi di ricordi che sono già leggende metropolitane. E ti raccontano che il padre faceva il contadino e aveva un piccolo podere nella valle del Taro dalle parti di Collecchiello e che la famiglia era modesta ma perbene e il giovane era così zuccone in matematica, lui che sarebbe diventato un genio maligno della finanza, da dover andare a ripetizioni in giro. E già c’è chi sibila che, costretto a finire ragioneria non all’istituto tecnico di Parma ma alle serali, anche questo Fausto come il Faust di Johann Wolfgang Goethe deve essersi venduto l’anima al Diavolo per avere in cambio alcuni anni di potere. E li ebbe davvero, i suoi anni di potere. Entrato in Parmalat nel 1972, quando aveva 21 anni, ragioniere svelto e furbo in un mondo dove era ragioniere il fondatore del piccolo impero lattiero Calisto Tanzi e ragioniere il suo braccio destro e ragioniere il suo braccio sinistro, l’uomo che sta ricostruendo [...] coi magistrati quella che si sta rivelando come la truffa più devastante della storia d’Italia, mille volte più devastante di quella che negli anni Cinquanta scosse l’Italia per colpa dell’Anonima Banchieri di Gian Battista Giuffré (il Commendatore che aveva truffato con la sua catena di prestiti migliaia di preti e parrocchie e poveracci attirati dal miraggio di un tasso d’interesse del 100%) riuscì a salire gradino dopo gradino le scale che portavano alle stanze che contano, in laborioso silenzio. Fino diventare il Gran Consigliere del Gran Lattaio. Comparve la prima volta sul Sole 24 Ore nella primavera del 1990. Un esordio in linea con il destino: spiegava, nella veste di direttore finanziario dell’impresa parmense, che 120 miliardi presi in prestito sarebbero stati “restituiti subito dopo l’esecuzione dell’aumento di capitale”. Prima puntata di un feuilleton finanziario che lo avrebbe visto, per una dozzina di anni, procurarsi nuovi finanziamenti con architetture sempre più estrose, avventurose, sbalorditive, fino a guadagnarsi il soprannome di “Mister Bond”. Un corsaro. Sicuro di sé fino all’arroganza. [...] Un Demonio che il sabato mattina, se aveva un’oretta, si lavava la macchina o dava da bere alle piante come ogni piccolo borghese in pace con se stesso. Certo, oggi che è finito all’inferno c’è chi ha raccontato a Jenner Meletti di quella volta in cui, insofferente all’idea di aspettare che gli portassero le chiavi della stanza (lui! con tutte le cose che aveva da fare!) spaccò il vetro come i policemen dei telefilm per infilare la mano e aprire dall’interno per poi andarsene a sedere come niente fosse alla scrivania. O di quell’altra che, furente perché non gli tornavano i conti, scaraventò la calcolatrice dalla finestra. O ancora degli insulti che urlava in faccia a tutti coloro che non capivano come lui, e solo lui, avesse sulle spalle il peso insostenibile dell’immenso castello di carta che aveva costruito. Ma [...] chi si immaginava che finisse così? Il ragioniere! Il ragioniere! Mentre tutto intorno quel castello crollava da Malta all’Ecuador, dal Lussemburgo alle Antille, giurava ancora di essere nel giusto. E ringhiava ai cronisti: “Sono stato rovinato, sia materialmente che moralmente, da voi giornalisti”. Credeva ancora, mentre sfidava guascone la sorte dando vita a una società di nome "Buconero", che un’altra toppa virtuale e forse un’altra e un’altra ancora... Si è arreso con rabbia: “È chiaro che sono uno dei problemi che ha Parmalat, quindi mi dimetto da tutti gli incarichi nella società dove ho lavorato onestamente e nell’interesse di tutti per gli ultimi trent’anni”. È stato lì, quando ha detto “onestamente”, che gli italiani hanno capito. E a quel punto ha capito anche lui, assumendo fino in fondo la parte con quella invettiva verso i giornalisti: “Auguro a tutti voi e alle vostre famiglie una morte lenta e dolorosa”. Le parole giuste perché gli fosse cucito addosso il ruolo del Mostro. Colpevole di tutto per alleggerire il peso a chissà quanti giocano coi soldi finti come giocava lui» (Gian Antonio Stella, “Corriere della Sera” 8/1/2004).