19 dicembre 2003
BARTABAS.
BARTABAS (Clement Marty). Nato a Courbevoie (Francia) nel giugno 1957. «[...] Quando dismette lo sguardo di canaglia è persino più bello. Il suo viso si trasfigura, rivela l’angelo nascosto in ogni demone. Brutto, Bartabas non lo è stato mai. Chi c’era, nell’87 a Roma, sotto il tendone del suo primo ”Cabaret equestre”, ricorda l’erotica attenzione del pubblico femminile quando lui si lanciava al galoppo. Erano brividi e sussulti, non solo di apprensione. Anche gli uomini sussultavano, per altre ragioni. Virilità sfrenata, massima maestria, unione - non dominio - complicità assoluta con il cavallo. Poi c’era il vino caldo distribuito tra il pubblico da maggiordomi in livrea, c’erano i lampadari di cristallo appesi al tendone e odore d’incenso. E c’era tutto quello che Bartabas aveva assorbito fino a quel momento: l’equitazione rivelata da un padre appassionato; il circo frequentato come simbolo di ribellione, di libertà, di nomadismo; il teatro che iniziava a prendere forma; e c’erano le musiche amate all’epoca, tzigane dell´Est o gitane di Spagna, ma sfrenate come i galoppi che accompagnavano. [...] Dall’India, più esattamente dalla regione del Rajastan, il cavaliere inquieto aveva iniziato la sua ricerca interiore. Era il 1994 e con Chimère il suo Cabaret Equestre (trasformato nel ’91 nella più poetica Opéra Equestre) prenderà una forma più riflessiva. Anche il suo cinema cambierà: dal selvaggio Mazzeppa del ’92 - quando è nel ruolo di Victor Franconi, mitico cavaliere dipinto da Gericault - Bartabas passerà a Chamane, nel ’95, viaggio iniziatico di due evasi dal gulag, un violinista e uno sciamano, attraverso la Siberia. ”Tutto quello che aveva sperimentato negli spettacoli precedenti [...] lo realizza in Chimère, allontanandosi, con cura maniacale, dallo spettacolare, dalla prodezza tecnica, dall’artificio teatrale, per iscriversi il più semplicemente possibile in una segreta drammaturgia che, allo stesso tempo, riposi sulla ricerca metodica del bello, sulla volontà ossessiva di una purezza originale e sulla liturgia universale del sacro”. Così scrive Jérome Garcin, cavaliere e giornalista nel suo bel Bartabas, roman uscito alla fine del 2004 (ed.Gallimard, 235 pp, 16.90 euro). [...] Ha conosciuto Pina Bausch, è penetrato nelle sue atmosfere. Ha capito di voler raccontare storie lontane, di voler stabilire una comunione tra popoli, razze e religioni. E tutto attraverso il cavallo. la seconda volta che cambia pelle. Il primo accenno di metamorfosi è a vent’anni, quando se ne va di casa - una casa borghese, padre architetto, madre medico, studi all’Ecole Alsacienne, scuola chic di Parigi - e fonda il Théâtre Emporté, compagnia assai off. Si chiama ancora Clement Marty, ma lo chiamano Martex. Nel ’79 è la volta del Cirque Aligre e della trasformazione finale. I fondatori sono tre e in una notte etilica diventano, per sempre, Igor le Magnifique, Branlotin la Désespérance e Bartabas le Furieux. I cavalli non ci sono ancora; però ci sono i ratti, decine di ratti, dei quali i tre sono perfetti domatori. il ’79 e la grande crisi sta per arrivare. Bartabas non resiste e torna ai cavalli. Va pazzo per le corride e bivaccherà accanto a più di una ”plaza de toros”, mendicando un posto di ”banderillero” che non avrà mai. Torna in Francia e con pochi mezzi inzia il Cabaret Equestre che, dall’84 al ’90, avrà tre episodi. Per il terzo, nell’89, Bartabas è già un divo, e delle urla, dei galoppi sfrenati, dell’odore denso di stalla, ha già approfittato e goduto la Parigi che conta. Il jet set è adorante, lui se ne frega. Mai lo si vedrà a una festa o in una serata mondana. Il Comune di Parigi gli fa un’offerta: un terreno a nord della città dove stabilire il suo quartier generale, ad Aubervilliers, una delle periferie più difficili. Lui accetta, ma sa che questo vuol dire stabilità. Una volta terminata la costruzione, trasferisce cavalli e cavalieri accanto alle scuderie e al maneggio-teatro circolare, maestosa cupola in legno scuro, e, come tutti gli altri, si insedia in un caravan nella nuova sede del Théâtre Equestre Zingaro. Zingaro è il ”suo” cavallo, un magnifico morello dalla criniera lucida come capelli di donna, mai montato in scena, simbolo di libertà e della sua compagnia. Quando morirà, nel ’99, Bartabas ne celebrerà l’assenza in Tryptik, spettacolo ancora una volta d’ispirazione indiana, ma con musiche di Stravinski e di Boulez (che per sole tre sere le dirigerà dal vivo con grande orchestra). Prima, nel ’97, c’era stato Eclipse, il più etereo e ascetico dei suoi spettacoli, interamente in bianco e nero (costumi, scene e cavalli), con musiche e canti coreani. Gli americani avevano delirato per Eclipse e durante il tour Usa Bartabas si era trovato davanti Hollywood, Las Vegas e Disneyland, a mani giunte e con bauli di dollari. Inutili. Le istituzioni non lo interessano. Tutte tranne una: dal febbraio 2003 Bartabas è alla testa dell’Accademia dello Spettacolo Equestre creata alla riapertura delle scuderie di Versailles restaurate. Un zingaro alla corte del Re Sole. Questo, in fondo, lo lusinga» (Laura Putti, ”la Repubblica” 25/5/2005). «Vive a Aubervilliers, periferia nord di Parigi, dove nell’89 il ministero della Cultura gli assegnò un terreno e il denaro per costruire il suo teatro equestre Zingaro (nome del suo cavallo preferito, un baio imponente morto nel ’99). Adesso però, si divide tra la periferia depressa e il fasti della reggia di Luigi XIV. [...] ”Sono un intuitivo. Il mio è un lavoro interiore che corrisponde a una respirazione, che a sua volta corrisponde a una musica che corrisponde a una civiltà. Non mi dico: voglio conoscere quella cultura. Prima di tutto c´è il mio rapporto con il cavallo, poi quello che con lui ho voglia di esprimere. A partire da lì si sviluppa una sensibilità musicale che di solito rappresenta una civiltà. Così è avvenuto con l´India, con la Corea e ora con il Tibet. [...] Ho iniziato dalla musica. Non la scopro adesso, la conosco da molto tempo. [...] Da vent´anni lavoro sulla soggettività del tempo. Qual è il tempo giusto di cui un´immagine ha bisogno per imporsi, per trovare la sua efficacia? A volte ho bisogno di grandi spazi temporali; altre di una folgorazione. Non sono un musicista, ma quando creo uno spettacolo è come se scrivessi una partitura, lavoro su ritmo e respiro. E alla fine tutti i miei spettacoli durano un´ora e 48 minuti. il mio tempo organico. [...] Ricordo che, spesso, da giovane trovavo in uno spettacolo dieci minuti geniali e il resto noioso. In seguito mi sono reso conto che i dieci minuti erano geniali proprio perché quel tempo ’noioso’ serviva a mettermi in uno stato di percezione differente”[...]» (Laura Putti, ”la Repubblica” 19/12/2003).