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 2003  dicembre 15 Lunedì calendario

Rosenquist James

• Grand Forks (Stati Uniti) 29 novembre 1933. Pittore. Studia arte al college e all’Università del Minnesota. Nel 1955 si trasferisce a New York per gli studi all’Art Student League, che abbandona dopo un anno per buttarsi sul mercato. Inizia dipingendo cartelloni pubblicitari in città. Nel 1962 la sua prima personale. Da allora viene ascritto al movimento della Pop Art. Conquista la fama internazionale con l’enorme "F-111". Oltre ai dipinti, la sua produzione comprende disegni, stampe e collage. E, a proposito di record, il suo "Time Dust" del 1992 è tra i più grandi del mondo. Oltre ai numerosi riconoscimenti ricevuti, nel 1987 diviene membro dell’American Academy and Institute of Arts and Letters. Continua a lavorare anche su commissione, producendo dipinti di vasta scala come il trittico "The Swimmer in the Economist" del 1998, commissionatogli dal Deutsche Guggenheim, o l’affresco del soffitto in una sala del Palazzo Chaillot a Parigi. "’Quando nel 1968 F-111 fu esposto al Metropolitan Museum, l’allora critico del ”New York Times”, John Kennedy, mi attaccò violentemente. Non sopportava quell’opera, per lui diventò un’ossessione. Ma non mi è mai interessato piacere a critici di scarsa intelligenza. [...] Non credo che i miei lavori li spaventassero: penso piuttosto che essi li giudicassero privi di significato. ciò accade quando si rompe con la tradizione, iniziando qualcosa di nuovo. All’Art Students League, negli anni ’50, i miei compagni imparavano a schizzare vernice su una tela, per suscitare una reazione alla quale reagire. Io mi sono ribellato a quel sistema. Ero un rivoluzionario, volevo fare un nuovo tipo di pittura, diversa e misteriosa, giustapponendo sulla tela frammenti di immagini generiche nello spazio, affinché la figura più vicina all’occhio venisse riconosciuta per ultima. Desideravo rovesciare la realtà, ottenere un processo inverso, ma non ho usato marche famose, preferendo hot dogs, jeans e macchine da scrivere qualsiasi. [...] Non mi importava mettere loghi. Volevo comunicare il vuoto della memoria recente; come le cose vecchie di cinque o sei anni siano molto più difficili da ricordare degli oggetti del presente e del passato remoto. I nostri modelli di riferimento erano la Beat generation e l’esistenzialismo francese in voga negli anni ’50 tra i giovani newyorkesi. [...] I miei quadri sono pugni nell’occhio, non allegorie. Però ho amato i surrealisti e ne ho anche conosciuti alcuni: Magritte, Dalì, che mi ha invitato al suo compleanno ed era un vero trasgressivo. [...] Un giorno del ’61, i collezionisti Emily e Burton Tremaine m’invitarono nel loro appartamento di New York per acquistare un paio di miei quadri. Sul pavimento c’era una tela di Lichtenstein che volevano comperare e di cui mi chiesero il parere. Io non avevo la più pallida idea di chi fosse l’autore, però mi piaceva e li incoraggiai a non farsela scappare. [...] Andy Warhol lo incontravo sempre nell’ascensore di ”Harper’s Bazaar” negli Anni ’50, quando io illustravo i cartelloni di Times Square e anche lui era un ”artista commerciale”. Ma solo nel ’64, alla Galleria di Leo Castelli, vidi per la prima volta i suoi lavori. Quando lo conobbi diventammo amici. Ricordo che al nostro primo incontro andammo al cinema a vedere Goldfinger e Winnie the Pooh nella medesima serata. Con lui ci si divertiva sempre. [...] Leo ha sempre tifato molto più per gli artisti che per i collezionisti. Non era solo un businessman: amava con passione l’arte che promuoveva. Aiutava noi pittori, dandoci uno stipendio o pagandoci in anticipo. Leo era la nostra faccia e il nostro cuore. Galantuomini come lui non esistono più oggi. [...] Sono un caffeinomane, come i miei genitori, entrambi scandinavi, che ne bevevano trenta tazze al giorno”. Le femministe si sono chieste come mai, nei suoi quadri, i corpi delle donne sono sempre tagliati a metà. ”Quando vivevo in Florida ed osservavo le donne che camminavano per Miami, mi davano l’impressione di essere parte della giungla, così come quelle che passeggiano per la Madison Avenue a New York si fondono completamente nell’ambiente circostante. Ho cercato di cogliere questa metamorfosi, che trasforma le donne in macchine”" (’Corriere della Sera” 13/12/2003).