Varie, 10 dicembre 2003
Tags : Henry Cartier-Bresson
CartierBresson Henry
• Chanteloup (Francia) 22 agosto 1908, 2 agosto 2004. Fotografo • «La fotografia per lui era del tutto somigliante a una folgorazione. Era quell’attimo fuggente ed eterno colto dal suo sguardo intellettuale, ma sempre sorretto dall’emozione. ”Fotografare - ha detto più di una volta - è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore... un modo di vivere”. Il suo stile di vita è stato quello di un uomo in rivolta, di un artista profondamente anarchico. Anzi, in un certo senso, al più celebre fotografo del Novecento non piaceva essere Cartier-Bresson. Nel corso della sua lunga vita, si è sempre definito un libertario, un non credente, un anticattolico innamorato delle religioni orientali, ”un buddista agitato”. E certamente è stato un personaggio complicato ed eclettico, un signore colto che odiava essere ingabbiato in una formula, un uomo che detestava la parola volontà, le regole, le convenzioni, il potere: qualunque potere che derivi dal successo. Non a caso ha cambiato tante volte il modo di costruire le immagini, ma sempre in quella sua forma perfetta, impeccabile. Stupefacenti tanto più se prese al volo, colte di nascosto, di sfuggita, images à la sauvette - come il titolo del suo primo album pubblicato nel ”52 dalle edizioni Verve, con una copertina di Matisse. ”Sono semplicemente un tipo nervoso a cui piace la pittura”, amava rispondere Cartier-Bresson a chi non gli lesinava ammirazione. E aggiungeva, serio: ”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla”. Una civetteria, ma che più di tanto non sconcerta in un uomo che in effetti ha cominciato studiando pittura (per due anni, nell’atelier di André Lothe), è stato assistente alla regia di Jean Renoir, ha girato pochi bellissimi documentari e dal ”73 ha smesso di fotografare - se non di tanto in tanto - per disegnare, per il piacere di usare la matita e il carboncino. Si dirà che come disegnatore non ha avuto un gran successo, ma che importa, tanto più se uno come Saul Steinberg era pazzo dei suoi disegni. Quello che ha voluto caparbiamente, l’aristocratico Henry Cartier-Bresson, è non apparire. Vivere il più possibile nascosto, e sempre refrattario alle interviste un po’ scontate. Nel suo caso, in particolare, davano l’illusione di rendere afferrabile un personaggio che per sua natura è stato invece assolutamente sfuggente. Di lui ci sono pochissimi ritratti: è vero che non avrebbe potuto scattare le sue foto inosservato, se fosse stato facilmente riconoscibile. Ma c’è qualcos’altro, che non è esattamente un tic o un vezzo, ma piuttosto la convinzione, sostenuta dall’esperienza, che ritrarre un soggetto significa violarne profondamente l´intimità. Henry Cartier-Bresson lo ha spiegato più di una volta: il ritratto è la metafora di uno stupro, è un modo anche sadico per carpire un segreto, anzi il segreto. Nel mirino di Cartier-Bresson sono finiti tantissimi artisti, scrittori, intellettuali, e mai il re della fotografia ha cercato la bellezza del ritratto ma sempre piuttosto lo svelamento di un mistero. Da Breton a Lili Brick, da Beckett a Camus, da Genet a Matisse, da Capote a Faulkner, da Malraux a Picasso, da Valéry a Sartre, da Ionesco a Chagall, da Calder a Giacometti, da Bacon a Stieglitz, da Colette a Jung, da Pound a Levi-Strauss, da Barthes a Stravinskij, da Duchamp al duca e la duchessa di Windsor, ai coniugi Curie - i soggetti di Cartier Bresson sono sempre anche le sue vittime. Un giorno doveva fotografare Simone de Beauvoir. ”Ma quanto tempo ci vuole?”, gli chiese la severissima signora. ”Un po’ di più di un dentista, ma un po´ meno dello psicoanalista”, fu la risposta di Cartier-Bresson. Del resto, e lo disse una volta a un fotografo suo amico, Ferdinando Scianna: i tempi per un buon ritratto sono imprevedibili, occorre ”quel momento di reciproca disponibilità”. E lo scatto è come una puntura d´insetto, bisogna raggiungere il soggetto ”tra la pelle e la camicia’ nel modo più leggero, fargli il meno male possibile. E ancora: la prima impressione che si ha di un volto è molto spesso quella giusta, quando si conosce di più qualcuno, non lo si conosce più abbastanza. Ha conosciuto i personaggi più famosi di questo secolo, ha girato il mondo, eppure Cartier-Bresson è apparso sempre timido e scorbutico, desideroso di anonimato, un uomo che ha tenacemente difeso la privatezza dei sentimenti, gli amori e gli amici, le letture e le passeggiate, gli sport solitari come la bicicletta e il nuoto, le tazze di camomilla nei café di Parigi da perfetto sconosciuto. Tutta la sua vita è una favola. Nato ricco, da una famiglia della grande borghesia industriale, il giovanissimo Henri abbandona presto il liceo Condorcet per darsi alla pittura e alla dolce vita nella Parigi surrealista. un ribelle, un anticonformista influenzato dalle idee di André Breton, un ventenne pieno di fascino che frequenta regolarmente il ”Café de la place Blanche”. Legge moltissimo, soprattutto Saint-Simon, Stendhal, Joyce. Il primo grande viaggio è in Africa, un anno nella Costa d’Avorio. A ventitré anni compra per caso una Leica, una macchinetta leggera e maneggevole, da cui non si separerà più. La terrà sempre con sé, in tasca, e di notte, sempre vicinissima, sul comodino. Nascono le sue prime foto, e non passano inosservate, ma l’irrequietezza lo porterà in America dove si mette a studiare cinema con Paul Strand. Di ritorno in Francia, durante l’occupazione viene arrestato dai tedeschi, ma riesce a scappare tre volte. La leggenda continua: dato per morto, rispunta proprio alla vigilia di una mostra che il Metropolitan di New York ha deciso di dedicargli ”alla memoria’. I primi servizi fotografici di Cartier-Bresson escono su Vu agli inizi degli anni Trenta, e poi l’invisibile Henri si ritroverà in tutti punti caldi del globo, sempre con una Leica grande come la sua mano. Eccolo in India: è con Ghandi, poco prima che venga ucciso, e ne segue i funerali. In Cina, negli ultimi giorni del Kuomintang. In Messico e in Giappone. In Russia, alla morte di Stalin. La sua vita si trasforma in un ”infaticabile cammino, senza correre”, diventa una splendida avventura, una girandola tra continenti, un continuo spostamento da metropoli a piccoli villaggi, come quello abruzzese di Scanno. Nel ”47 - con pochi grandissimi fotografi, come Robert Capa e David Seymour (Chim) che ha incontrato negli anni della guerra civile spagnola - ha fondato l’agenzia Magnum, un nome che nasce dalla bottiglia gigante di champagne stappata per l’occasione. La sua vita privata è invece talmente privata da sembrare irrilevante, ma naturalmente non lo è. Nel ”37 sposa una ragazza giavanese, Ratna Mohini, che a Parigi studia danza e filosofia. Con la ballerina orientale divide trent’anni della sua vita, milita per l’indipendenza dell’Indonesia, ma il lunghissimo matrimonio non sarà proprio pacifico: colpa del ”matriarcato” giavanese, ha ammesso lui una volta, con la solita amabile ironia. La seconda donna importante è stata invece una fotografa, Martine Franck, che sposa nel ”67 e da cui ha una figlia di nome Mélanie. Un altro lunghissimo sodalizio, anche professionale, accompagnato dalla riservatezza assoluta dei due protagonisti della storia. Esistono però delle foto firmate Cartier-Bresson di sua moglie Martine, una - in particolare - delle sue belle gambe, e un’altra della piccola Mélanie con un gatto persiano. Sono raccolte in un volume di Jean-Pierre Montier, uscito nel ”96 da Leonardo Arte, Henri Cartier-Bresson. Lo Zen e la fotografia. Questo titolo, vale la pena di chiarirlo. Lo Zen e il tiro con l’arco, il libro di Eugen Herrigel, Cartier-Bresson lo ebbe in regalo da Braque e per lui fu una lettura fondamentale, illuminante. Gli si rivelò come ”un manuale di fotografia”. Del resto, credeva, con Breton, nell’hasard objectif: ”Non si deve riflettere”, diceva. ”Lo sforzo cerebrale è molto pericoloso per una fotografia”. H. C.-B. - come spesso viene chiamato - è stato proprio questo: un maestro Zen, un arciere che puntava senza pensare, centrando ogni volta il bersaglio» (Luciana Sica, ”la Repubblica” 5/8/2004). «C’è un mito in ogni biografia di Cartier-Bresson, quello che, del resto, lui stesso ha avallato molte volte, l’idea che ogni sua immagine sia ”rapita”, sottratta, colta all’insaputa di coloro che recitano, negli spazi delle strade, nei luoghi del mondo. Ecco, sarebbe sbagliato pensare che Bresson proponga una fotografia che sia casualità e non consapevolezza e per capire conviene riflettere, prima di tutto, sulla tensione, l’assoluto controllo delle immagini di Bresson. Perché sta lì, nella loro organizzazione, la novità, e il loro segreto. Proprio questo problema dell’idea-guida dell’artista non viene di solito messo a fuoco in modo efficace, eppure Bresson usciva da un dibattito culturale, da una situazione storica molto ben individuabili. Parigi negli anni Trenta, gli anni in cui Bresson scatta le prime foto con la Leica, è al centro di un intreccio di ricerche di cui lui è partecipe. André Breton da una parte, il recupero del De Chirico del secondo decennio, l’attività dei Surrealisti e gli sviluppi delle ultime ricerche Dada con Man Ray, tutto porta a far pensare che la fotografia non possa essere quella che è sempre stata, una specie di universo immobile lentamente pensato e lentamente fotografato. L’invenzione della Leica, che permette di cogliere movimenti anche al millesimo di secondo, aiuta tecnicamente una scelta che è intellettuale. E così Bresson, che avrà per tutta l’esistenza una fortissima attenzione per la ricerca artistica, e che da ultimo vorrà essere soltanto disegnatore e quindi pittore, Bresson dialoga con l’ambiente artistico e scopre che nessuno, nel mondo della fotografia, ha pensato il mondo come tempo sospeso, e nessuno ha saputo ancora cogliere la dimensione – altra – assurda, del reale. Certo, Bresson conosce il film surrealista, e penso al René Clair di Entr’acte (1924), dove esiste la stessa scoperta dell’assurdo. Bresson e le sue foto sono diverse da tutto quello che accade in fotografia attorno agli anni Trenta: si pensi a quello che nello stesso tempo fotografa Moholy-Nagy alla Bauhaus, le sue immagini meccaniche oppure gli scorci degli edifici, delle figure; si pensi alla ricerca in Francia oppure negli Usa, avviati a un grandioso recupero civile e letterario, ma anche fotografico, del mondo degli esclusi e si capirà la rivoluzione di Cartier-Bresson. E poi c’è la sua Parigi, sospesa nel tempo ma densa di persone, di ritratti, di dialoghi, di affetti. Bresson ci lascia delle immagini ”rapite” non semplicemente alla realtà, ma al consumo del tempo, ci lascia la lezione di una ”lunga durata”, quella stessa che un filosofo che Cartier-Bresson deve avere molto amato, Henry Bergson, teorizzava in volumi dove si parla appunto di ”slancio vitale” ma anche di ”Materia e memoria”» (Arturo Carlo Quintavalle, ”Corriere della Sera” 5/8/2004). «’La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità”. Così Henri Cartier-Bresson spiegava il suo metodo di lavoro, quel metodo che gli ha permesso di diventare uno dei più grandi fotografi del Novecento. [...] ”Per ”significare’ il mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino”, diceva ancora. E lui, figlio della buona borghesia francese, aveva iniziato a farsi coinvolgere negli Anni Trenta, quando era approdato in Costa d’Avorio, dopo aver conosciuto a Cambridge l’antropologo George Frazer. Aveva alle spalle esordi da pittore, tra lo studio dello zio Luis Cartier-Bresson e i corsi parigini di Andre Lhote, il teorico del cubismo. ”Li abbandonai perché erano troppo accademici”, dirà più tardi. ”Ma la pittura è sempre stata la mia passione. Da bambino dipingevo il giovedì e la domenica e gli altri giorni sognavo di farlo”, scrive nel famoso testo L’istant decisif, in cui teorizza la fotografia come ricerca e cattura dell’’attimo decisivo”. Quell’attimo che cerca fin dal primo viaggio, con la Leica appena acquistata, in giro per l’Europa con l’amico Pleure de Mandaguers a scoprire la Polonia, il Belgio, l’Ungheria, la Francia, l’Italia e la Spagna del Sud. Qui fisserà i volti dei ragazzi gitani, con il cappello in testa che fan le smorfie mentre fumano. O la gente nelle piazze bianche di Madrid, o l’ombra assolata delle strade di Siviglia. E riesce sempre a trasmettere un’emozione, a far sentire chi vede la fotografia partecipe di quello che sta succedendo. Sarà il suo marchio di fabbrica. L’avanguardie lo attrarranno sempre e, pur avendo scelto la fotografia, si sentirà compagno di strada dei surrealisti, da Andre Breton a Max Ernst, con cui farà anche una traversata atlantica a New York. ”Lui era in prima classe, io in turistica. C’era con noi anche un bravissimo pianista: suonava sempre Bach o jazz classico...”. Negli Stati Uniti inizia con un altro grande fotografo come Paul Strand a lavorare per il cinema. Anche questa una passione che gli viene dall’adolescenza, da quando passava le ore nelle sale buie a divorarsi i film di Griffith, di Eisenstein o di Dreyer: ”Sono loro che mi hanno insegnato a vedere”, confessa in un’intervista. Dopo la guerra girerà anche un film e lo chiamerà Le retour. I suoi reportage sono già famosi in tutto il mondo, quando viene catturato dai tedeschi, nel 1940. Si fa 35 mesi di prigionia e, dopo due tentativi di fuga andati a male, riesce ad evadere dal campo di Buchenwald. I suoi amici lo credono morto, così al Moma di New York, nel ”47 gli dedicano una mostra ”postuma”. Proprio allora il suo grande amico Robert Capa gli dice: ”Henri fai attenzione alle etichette. Te ne appiccicheranno una di cui non ti libererai mai: quella del piccolo fotografo surrealista. Se proprio ne vuoi una, pigliati quella di foto-giornalista”. Cartier-Bresson gli dà retta, così con Capa e altri tre big che si chiamano Seymour, Rodger e Vandivert, fonda la Magnum, che diventa ben presto, non solo la più importante agenzia del mondo, ma anche il Gotha del fotogiornalismo mondiale. Non c’è guerra o avvenimento tragico, fatto di sangue o cerimonia che quelli della Magnum non seguano, talora come nel caso di Robert Capa, pagando anche con la vita la loro dedizione al mestiere di raccontare con le immagini. E per entrare nella Magnum bisogna seguire un vero e proprio percorso iniziatico, non basta essere bravi, bisogna che quelli della Magnum se ne accorgano: devono essere due di loro infatti a garantire per ”i nuovi venuti’. Cartier-Bresson con i suoi reportage dall’India come dalla Cina è sempre più un maestro. Ci porta, alla fine degli Anni Quaranta, negli ultimi giorni del Kuomintang, e alla cremazione di Gandhi, ai funerali di Ceylon e fra i danzatori di Bali. Sarà anche il primo forografo occidentale ad essere ammesso in Unione Sovietica, dopo il disgelo. Nel ”52 pubblica il volume Images a la sauvette, una raccolta di sue fotografie che fa il giro del mondo, la copertina gliela disegna Matisse, che ritroviamo in un celebre ritratto. Cartier-Bresson non dimentica infatti le sue origini altoborghesi e di quel mondo, che ben conosce, riesce a lasciare immagini che lo descrivono meglio di tanti trattati sociologici. Il grande fotoreporter è infatti anche un grandissimo ritrattista e la sua galleria di intellettuali ed artisti è sterminata: ci sono Picasso che gioca con le pagnotte di pane e Giacometti con le sue sculture filiformi, Ezra Pound avvolto nelle ombre e Jean Paul Sartre su un ponte di Parigi, fino a Truman Capote con la faccia da ragazzino un po’ viziato. ”Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale”, scrive. E questa gioia lui la sa trovare anche in mezzo ai contadini dell’Italia meridionale, in Basilicata come in Abruzzo, in Puglia come in Sicilia: celeberrima è una sua fotografia realizzata all’Aquila negli Anni Cinquanta, con le donne negli abiti neri che portano il pane sulla testa. E se la fotografia del Novecento ha avuto molte anime di sicuro quella di Cartier-Bresson più colpisce il grande pubblico, più è capace di suscitare sentimenti ed emozioni (chi non prova un moto di simpatia verso quel ragazzino orgoglioso di portare le bottiglie, quasi più grandi di lui, in Rue de Mouffetard a Parigi, negli Anni 50?). Paradossalemnte a non provare più tante emozioni sarà proprio lui, che ad un certo punto, almeno ufficialmente, decide di smettere con la fotografia e di tornare agli amori giovanili, il disegno e la pittura. Forse può permettereselo, le sue immagini sono diventate ”classici” dell’immaginario del ”900 e non si contano le mostre e le celebrazioni: i grandi musei del mondo fanno a gara a dedicargli retrospettive, per i novant’anni. Cartier-Bresson sempre curioso, partecipa e commenta, con accanto l’inseparabile compagna Martine Franck, anche lei fotografa. Al fondo del grande volume che gli dedicano gli Alinari, in occasione di una mostra italiana, scrive: ”Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo guardo che esprimono e significano tale evento. porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. un modo di vivere”» (Rocco Moliterni, ”La Stampa” 5/8/2004).