Varie, 10 dicembre 2003
TANZI Calisto
TANZI Calisto Collecchio (Parma) 17 novembre 1938. Imprenditore. Fondatore della Parmalat, società protagonista a fine 2003 di un clamoroso crac: per oltre 10 anni aveva presentato conti falsi, certificati dai revisori. Condannato a 10 anni dalla prima sezione penale di Milano il 18 dicembre 2008 per aggiotaggio, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e concorso in falso dei revisori, pena confermata in appello (con 100 milioni di multa) il 26 maggio 2010, ridotta a 8 anni e un mese il 4 maggio 2011 in Cassazione (il 5 maggio 2011 fu arrestato). Condannato a 18 anni in primo grado il 9 dicembre 2010 a Parma per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Condannato a nove anni e due mesi il 20 dicembre 2011 per associazione a delinquere, bancarotta e falso in bilancio nel processo di primo grado per il crac della Parmatour • «Niente pareva solido, concreto, materiale, come la Parmalat con i suoi camion e i suoi macchinari e i suoi bancali con milioni di cartoni e le sue fabbriche sparse nel mondo e quel padrone cresciuto tra prosciutti crudi e conserve di pomodori che faceva mostra di snobbare l’infida impalpabilità della finanza in nome dei buoni investimenti di una volta. “Macché new economy!”, dichiarava: “Sono orgoglioso di far parte della old-old economy!”. La vecchia economia delle cose che si possono vedere, annusare, toccare. E l’inviato del giornale finanziario plaudiva: “Conti e risultati alla mano, non gli si può dare torto”. Mica c’entrava, lui, con la Parma godereccia finita nell’immaginario collettivo, spiegò un giorno Natalia Aspesi, come la città delle tre “s”: soldi, sesso e “sampagn”, versione emiliana dello champagne. Pareva essere quasi un corpo estraneo, rispetto a quella Parma vista dal poeta Mario Luzi come città di “sessualità non repressa, non covata né complicata” e dal parmense Alberto Bevilacqua come una “città di puri peccatori che potrebbero tranquillamente affrontare il giudizio universale”. E dopo mille confidenze proibite sulle avventure della peccaminosa Tamara Baroni che fece perdere la testa all’industriale Bubi Bormioli e della spogliarellista polacca Katharina Miroslawa coinvolta nell’omicidio del commerciante Carlo Mazza e poi ancora della pornodiva Petra Sharbach che mandò in tilt il mitico Tino Asprilla, gioiellino pazzo del calcio, mai che fosse girato pettegolezzo, uno solo, sul riservato Calisto. “Quale donna inviterebbe a cena per una serata off the limits, moglie a parte?”, gli chiese un giorno Monica Setta per “Amica”. E lui, potendo scegliere tra Sharon Stone o Monica Bellucci: “Rita Levi Montalcini. Una donna intelligente e piena di argomenti: sono sicuro che con lei non potrei annoiarmi”. Inossidabile. Figlio di Melchiorre e nipote di Calisto, il nonno che gli aveva lasciato in eredità quel nome così eccentrico alle orecchie di chi non conosce la fantasia emiliana (Maratte, Marxina, Comunardo, Sebastite...), diploma di ragioniere, aveva dovuto farsi carico coi due fratelli dell’aziendina di famiglia quando, morto il padre, aveva solo 22 anni. Non era tanto convinto, avrebbe raccontato, della ragione sociale della “Tanzi Calisto e figli”, che commerciava prosciutti crudi e passato di pomodori: “Non c’era senso a vendere prodotti buoni ma anonimi”. Certo è che, quando con uno zio decisero di spartire, avrebbe voluto tenere i pomodori e mollare i prosciutti. Gli toccarono i prosciutti, ma non si perse d’animo. Pochi anni dopo, “rubata” l’idea del latte in scatola dopo aver visto lo scaffale di un supermarket in Svezia, cominciava a dare la scalata al mercato prima con la “Dietalat”, poi (“dicevano tutti: ma voi che avete un formaggio così buono, chissà come sarà il latte!”) con la Parmalat. Una scalata da vertigini, a un ritmo del 50% l’anno con punte del 74%. Andava fiero, il Gran Lattaio che a Parma tutti chiamavano rispettosamente Il Cavaliere prima che l’ossequioso epiteto gli fosse sfilato da Berlusconi, dei grafici dei suoi bilanci: da 262 milioni a 14 mila miliardi e su su su! E snocciolava le fabbriche che aveva aperto in Russia e in Cile, in Australia o perfino, come ricordava Maurizio Chierici in Nicaragua. E rivendicava il merito di essere stato tra i primi a credere fino in fondo nella pubblicità con i massicci investimenti nello sci di Gustav Thoeni e nella Formula Uno di Niki Lauda e nel concerto al Central Park di Luciano Pavarotti. E raccontava del giorno in cui si era sentito davvero arrivato, quando un taxista sudafricano l’aveva apostrofato così: “Scusi, lei è italiano? È vero che anche da voi in Italia c’è la Parmalat?”. Democristiano dichiarato, amico di Giulio Andreotti, Giovanni Goria ma soprattutto Ciriaco De Mita, del quale elogiava “la chiarezza delle idee e delle esposizioni”, dicono patisse un po’ il non aver potuto studiare (sofferenza attutita da due lauree honoris causa) e che da ciò gli fosse venuto il vezzo di accumulare nella villa di Vigatto, fatti i soldi, quadri su quadri di grandi pittori, soprattutto dell’Ottocento. Una passione accompagnata dall’abitudine di donare agli amici e ai personaggi più influenti di Parma, a Natale, preziosi volumi da lui stesso editati. Come l’ultimo, Philobiblon, una galleria di grandi uomini ritratti con un libro in mano. Dicono ancora che subisse un pizzico di gelosia, celata con garbo, per la popolarità di Pietro Barilla. Popolarità che lui non sarebbe riuscito ad eguagliare mai, neppure portando in serie A e poi in Europa, grazie ad Arrigo Sacchi, quel Parma che mai prima si era affacciato sulla ribalta del grande calcio. Un’avventura seguita dal rastrellamento d’una dozzina di altre squadre di lustro in tutto il mondo, dal brasiliano Palmeiras alla moscovita Cska, dall’uruguagio Peñarol all’America di Città del Messico. E dal crescere di perplessità intorno a certe operazioni come l’acquisto e la vendita a cifre astronomiche di brocchi e ronzini che servivano solo, accusavano i nemici, a ritoccare i bilanci. Uomo alla larga dalla mondanità, salvo rare puntate al Teatro Regio per qualche opera verdiana, sembrava tenere soprattutto a una cosa: la faccia. E dopo aver tentato di dar vita a una televisione privata (EuroTv poi battezzata OdeonTv: due fallimenti onerosissimi) che facesse concorrenza con valori buoni alle emittenti berlusconiane (al punto di guadagnarle il nome ironico di “Telebontà”) dava interviste in cui diceva: “Né libertà, né potere, né denaro: il mio valore di riferimento è la coerenza”. Oppure: “Detesto quelli che, e in giro ce ne sono tanti, predicano bene e razzolano male”. Ahi ahi... » (Gian Antonio Stella, “Corriere della Sera” 23/12/2003) • «Da Gustav Thoeni a Ciriaco De Mita. Da Niki Lauda a Sergio Cragnotti, passando con disinvoltura dal latte alle televisioni, dalle merendine ai villaggi delle Maldive. Sarà forse per il suo Dna democristiano. Ma la storia di Calisto Tanzi, artefice nel bene e nel male del fenomeno Parmalat, è un paradigma dell’adattabilità dell’imprenditoria italiana: capace di applicare la creatività al business - trasformando il prosciuttificio di famiglia in un impero da 7,5 miliardi di ricavi - ma abile anche a navigare in quell’area grigia tra politica e finanza dove spesso si sono ridisegnati negli ultimi trent’anni i contorni dell’industria nazionale. Al patron dell’azienda di Collecchio, a dire il vero, non si può certo imputare l’ipocrisia. La patente politica non l’ha mai rinnegata: “Sono storicamente vicino allo Scudo crociato - ha sempre ammesso - un cattolico di centro aperto al sociale”. Le relazioni personali non le ha mai nascoste. “Ciriaco De Mita? È un amico”. Cosa che qualcuno aveva intuito quando la Parmalat, già sponsor del Real Madrid, ha deciso di farsi pubblicità sulle maglie dell’Avellino o quando ha aperto una fabbrica di pizze a Nusco. Ma i primissimi anni della sua carriera tra i ’60 e l’80 li ha vissuti lontano dalle sirene romane, pensando solo al latte: ha aperto a 22 anni il primo impianto di pastorizzazione sulle rive del Taro. Ha conquistato il mercato del parmense, poi Genova e Firenze con la promozione porta a porta. Infine ha fatto Bingo con l’invenzione del latte nel triangolo di cartone Tetra Pack. La bottega che fatturava 200 milioni nel ’62 ha così doppiato a metà anni ’70 la boa dei 100 miliardi di lire di ricavi. E Tanzi ha iniziato ad allargare il suo orizzonte oltre Collecchio: prima scommettendo sullo sport con la sponsorizzazione dello storico slalom parallelo di Thoeni e Ingmar Stenmark e con l’appoggio a Niki Lauda. Poi, attratto dalle sirene romane, allargando il business. Il primo esperimento di "sinergia" con la politica è stata l’esperienza disastrosa di Odeon Tv. Rilevata da Tanzi per fare concorrenza a Berlusconi (anche se De Mita lo convinse nell’87 a trattare con Arcore l’acquisizione di Rete4) e per lanciare una sorta di "Telebontà" a marchio di qualità democristiano. “Dallas e Geiar sono diseducativi - diceva allora Tanzi - la tv deve dare messaggi positivi”. Ma la diversificazione di Collecchio (come accadrà con tutte quelle successive) si è rivelata un fiasco clamoroso. Chiuso con 30 miliardi di perdite e il passaggio di testimone a Florio Fiorini, chiamato con la sua Sasea a fare da "discarica" per molti dei crack dell’epoca. Parmalat però è riuscita a dribblare i guai della tv con la quotazione del ’90. Ma la lezione non è bastata. E tra un’acquisizione all’estero e l’altra, Tanzi ha continuato a tessere la sua tela lungo il Tevere. È sceso in campo per la privatizzazione della Cirio-Bertolli-De Rica al fianco di Saverio Lamiranda, un altro uomo di De Mita. Ma si è sfilato all’ultimo momento quando in campo è sceso Cragnotti. Non sarà questa l’unica occasione (oltre alla coincidenza della crisi attuale) in cui le storie dei due, in teoria concorrenti sul latte, finiranno per incrociarsi: la Itc&P di Tanzi - la società fondata con Capitalia e Fs - ha rilevato negli anni 90 una partecipazione nell’irlandese Cragnotti & Partners, finita nel mirino dell’antitrust e liquidata nel ’97. Lo stesso Cragnotti, quando è stato in difficoltà, si è salvato cedendo a Tanzi le sue attività nel latte per 765 miliardi con un’operazione finita nel mirino dei giudici: “Secondo me Cragnotti si è intascato 100 miliardi”, sintetizzò allora Pierluigi Borghini, capogruppo a Roma del Polo. Un altro punto in comune dei due è il costosissimo hobby del calcio: sull’asse preferenziale Parma-Lazio hanno viaggiato a suon di miliardi decine di giocatori con l’apoteosi del caso Crespo. Una terza liaison è il legame con l’ex-Banca di Roma. Il manager di Collecchio siede nel cda di Capitalia dal 2001, ha l’1,5% del Mediocredito centrale e negli anni 90 conviveva con Via Minghetti anche nella Banca Mediterranea. Con l’istituto di Cesare Geronzi come socio e grande finanziatore ha vissuto la drammatica diversificazione nel turismo (culminata con il maxi-buco della Parmatour). E i figli di Tanzi (ora defilati), Cragnotti e Geronzi hanno lanciato - assieme ad Alessandro Moggi - la Gea World, che gestisce molti campioni e allenatori della Serie A. In questa ragnatela di interessi incrociati e di fughe dal latte pagate a caro prezzo ha finito per impigliarsi ora proprio il cavalier Tanzi. La sua Parmalat - dicono a Piazza Affari - è un’ottima industria nel settore latte su cui è stato costruito un misterioso e poco trasparente impero finanziario. In cui miliardi di euro vagano senza tracce tra Collecchio e le isole del Canale, fino a Malta e alle Cayman. I referenti politici del patron di Collecchio oggi contano meno di un tempo. Quelli bancari hanno già le loro gatte da pelare. E il re del latte emiliano è costretto a giocare con poche sponde la partita più importante: quella per tentare di salvare il suo gruppo» (Ettore Livini, “la Repubblica” 10/12/2003) • «La famiglia Tanzi, padre, madre e figli, si è lasciata conquistare dal calcio quando il calcio era già una cosa seria, eppure loro non se ne erano mai occupati: andavano a sciare in Svizzera o a San Sicario, passavano le estati in barca a vela, si erano fatti coinvolgere dal mondo della Formula Uno. Poi, siamo alla fine degli anni Ottanta, il famoso decennio “da bere”, il cavalier Calisto decise di dare una mano a Ernesto Ceresini, costruttore edile e presidente del Parma Calcio: iniziò con una semplice sponsorizzazione, nel solco delle esperienze già avute con la pallavolo (Santal), il baseball (Parmalat), la Formula Uno, ma quando il geometra Ernesto se ne andò per sempre il cavaliere si sentì in dovere di entrare in prima persona e di trasformare una normale squadra di provincia in una multinazionale del pallone. Ci riuscì e tutto iniziò nel 1990, quando il Parma venne promosso in serie A. La famiglia non conosceva nulla dell’ambiente, il cavalier Calisto da giovane era tifoso del Torino ma ora aveva troppi impegni di lavoro per potersi occupare anche della società di calcio. Scelse persone fidate, amici veri, da mettere nei posti chiave: Pedraneschi alla presidenza, Barili nel consiglio di amministrazione, Gorreri e l’avvocato Anzalone a controllare le faccende del pallone. Un gruppo che in pochi anni seppe costruire una società sul modello di un’azienda. Sul campo ci pensava Nevio Scala a governare la squadra e il direttore generale Giambattista Pastorello, sul mercato, comprava quello che mancava. Questo stile si dimostrò vincente: una promozione dalla B alla A (1990), qualificazione Uefa al primo anno di A (1991), Coppa Italia (1992), Coppa delle Coppe (1993), Supercoppa europea (1994), Coppa Uefa (1995). In cinque anni, e grazie alle continue “punture” economiche, il Parma si ritagliò uno spazio tra le grandi d’Europa. Vinse a Wembley e a San Siro, a Madrid, a Leverkusen e a Stoccolma: il marchio Parmalat si rafforzò e nacque, attorno al Parma, una galassia di formazioni satelliti tra le quali addirittura il Palmeiras di Rivaldo e di Cafu, di Roberto Carlos. Sembrava che fosse senza fondo, il pozzo d’oro dal quale pescavano i Tanzi. I figli del cavaliere, Stefano e Francesca, si appassionarono al pallone, diventarono prima tifosi e poi dirigenti. Stefano si sedette sulla poltrona di presidente nel luglio del 1996, a 29 anni; sua sorella fu inserita nel consiglio d’amministrazione. E il cavalier Calisto, sempre negli uffici di Collecchio e la domenica a tremare per il nuovo amore. E come tutti gli innamorati anche lui si lasciò prendere la mano e fece qualche follia. Spese soldi, tanti soldi, tantissimi, per avere il meglio del mercato: voleva lo scudetto, voleva regalarselo e regalarlo alla sua città. Ci andò vicino negli anni di Malesani, e poi capì che bisognava darsi una calmata. Così, siamo alla primavera del 2002, ecco il piano di risanamento: operazione riuscita alla grande. [...] E l’amore della famiglia Tanzi non è certo diminuito: soltanto che ora ci sono brutti fantasmi che si aggirano negli uffici di Collecchio ed è più importante occuparsi di loro piuttosto che di Adriano o Gilardino. Comunque vada a finire questa storia, la famiglia Tanzi è stata ed è il Parma, e il Parma è la famiglia Tanzi» (Andrea Schianchi, “La Gazzetta dello Sport” 10/12/2003).